Fuoco sacro
Il racconto di questa settimana è sul mal comune, ma anche sul mezzo gaudio.
E’ ricco di colori e di sensazioni… rurali. Antonio Campanile, l’autore, lo ha contestualizzato anche temporalmente e meteorologicamente a questi giorni. Buona lettura e buone emozioni.
FUOCO SACRO
di Antonio Campanile
“Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
et ello è bello et iocundo et robusto et forte.”
San Francesco d’Assisi, Cantico delle creature
«Hanno il sole dentro.»
«Cosa dici nonna?»
«Queste mandorle hanno il sole dentro. Prendile Manuela.» disse Rina porgendo la busta alla nipote.
«Dai nonna, lascia perdere. E poi forse servono più a te. Vedi come ti sei ridotta, sembri uno stecchino.»
«Eh, la mia vita senza Gigino non vale più. Non ho più fame. Forse…»
«Forse?»
«Se torno in campagna, il mio stomaco si apre di nuovo.» disse la vecchina nel suo italiano misto al dialetto.
«E allora ti ci porto io, qualche volta. Va bene?»
«Va, bene, va bene. Ed ora vai, e portati le mandorle. Le puoi tenere quanto vuoi e usare come vuoi. E ricordati…»
«Hanno il sole dentro, eh no’? Ciao ci vediamo.»
Manuela diede un bacio affettuoso alla nonna, prese la busta e uscì dalla casa.
Rina la seguì con lo sguardo e poi si sedette stancamente sulla sedia che era lì a pochi centimetri. Cominciò ad osservare la gente che passava. Per lei che non aveva elettrodomestici la vetrina era la sua televisione.
Stava imbrunendo. L’estate di san Martino era già bella e passata, e le prime avvisaglie di freddo facevano capolino. Com’era ridotta, poi, a pelle e ossa, cominciava a sentirlo prima.
La giornata l’aveva passata a sbucciare le mandorle, un lavoro che aveva sempre amato, e che le ricordava la vita dei campi, ora lontani. Quelle mandorle, le sue mandorle, non le avrebbe scambiate per null’altro di simile al mondo. Quando le sbucciava, pensava ai dolci che era solita fare a Natale, con la pasta reale. E pensava anche alla carbonella che avrebbe ricavato dai gusci rotti, con cui alimentare il braciere che già aveva cominciato ad usare da qualche giorno, quando le serate iniziavano a diventare lunghe e fredde.
Così, tra questi pensieri, aspettò che l’antica pendola scandisse i rintocchi fino a giungere all’ora che attendeva: le nove. A quel punto si levò, prese un fazzoletto dal primo tiretto del comò, passò dal tavolino che era posto al centro della stanza e afferrò la bottiglia di plastica vuota.
Aveva versato l’ultimo bicchiere di aranciata per Manuela. A Rina l’aranciata non piaceva, ma aveva sempre un paio di bottiglie di scorta per i suoi nipoti. Le teneva nelle scale che davano alla cantina, ove si mantenevano al fresco.
Si avvolse il capo con il fazzoletto, si avvicinò alla vetrina e aprì. Una fresca folata di vento le suggerì di controllare il nodo sotto al mento. La sua casa dava a una strada che la separava da una piazzetta con una palma al centro ed una cappella di lato, al cui fianco, che era proprio di fronte alla sua abitazione, si trovavano i cassonetti della raccolta differenziata dei rifiuti.
“Adesso viene il difficile.” pensò Rina. Doveva attraversare la strada. “Sei metri, solo sei metri, che saranno mai?”. Ma adesso ci sono i “mostri”, come li chiama lei: macchine, camion e motociclette, una fauna moderna che ha reso il suo attraversamento della strada come il guado di un fiume in piena.
Si avvicinò al bordo del marciapiede, guardò, a destra, poi a sinistra e poi di nuovo a destra, e continuò finché non fu sicura che la strada fosse sgombra, anche in lontananza.
Cominciò ad attraversare, con preoccupazione. Le sue gambe, un tempo solide e ben tornite, le doveva strascicare, portandosi appresso un corpo incurvato dagli anni, dal lavoro nei campi e dall’artrosi. A piccoli passi raggiunse i cassonetti. “Quello di colore blu è per la plastica”, cercò di ricordare. E adesso sapeva che veniva la parte più dura.
Si pose di lato al cassonetto e, piegandosi ulteriormente, sollevò il braccio che recava la bottiglia. Centimetro dopo centimetro, come un bradipo in cerca di un ramo, avvicinò l’involucro al foro del cassonetto. Con un ultimo spasmo fece forza, più che poté, e alfine inabissò il suo relitto.
In quel mentre, quasi a suggellare il gesto per lei titanico, nel cielo baluginò un lampo, seguito da un improvviso blackout. Il tuono scoppiò fragoroso, ad impaurire ancora di più Rina.
“Ed ora come faccio a tornare a casa?”, pensò lei. Non poteva certo sfruttare le luci delle macchine, che anzi doveva evitare. Si fece coraggio. Ricominciò a guardare ad ambo i lati della strada, e, quando non vide più i suoi mostri cominciò l’attraversamento al buio. Il tempo le sembrò un’eternità e l’altra sponda non arrivava mai. D’un tratto, con la coda dell’occhio, vide in lontananza, sulla sua destra, due o tre lucine bianche. Per un attimo pensò alla processione di san Rocco che da piccina attendeva nelle braccia sicure di suo padre. Ma capì subito che invece erano i suoi nemici. Presa dal panico cercò di accelerare ancora di più il passo, mentre dei rumori crescenti le preannunciavano l’imminenza del pericolo. Quando ormai vedeva solo un grande bianco ed un rumore assordante, il suo piede sentì qualcosa di duro: il marciapiede.
Era salva, e per una strana coincidenza, svanirono anche le luci e i rumori. Rina aprì comunque in fretta la vetrina, entrò e chiuse finalmente la grande porta di casa, sigillandola con il ferro. Slegò il fazzoletto e si sedette alla sedia. Il tepore del braciere cominciò a tranquillizzarla.
I due scooter avevano appena terminato la loro folle corsa. I quattro giovani entrarono nel locale a fianco della casa di Rina. Era stata appena accesa una lampada a batteria. Le pizze al taglio erano calde. Comprarono un paio di pezzi ed una bottiglia grande di birra a testa. Uscirono da subito, e, nonostante il buio e la minaccia di pioggia, andarono a piazzarsi sulle panchine della piazzetta. Erano già un po’ fatti e cominciarono a schiamazzare. D’un tratto, uno di loro, con un gesto maldestro, toccò una bottiglia lasciata dal compagno sul bordo della panchina. Essa cadde e si frantumò in mille pezzi in un bagno di schiuma.
«Pezzo di merda!» disse Nicki. «Cosa mi hai combinato?»
«Così impari a mettere lì la bottiglia, coglione!» replicò Mimmo.
«Adesso ti faccio vedere io.» soggiunse stizzito il primo, avventandosi sull’amico.
Mimmo si scansò e cominciò a correre inseguito da Nicki. Fecero un primo giro attorno all’aiuola, poi Mimmo cambiò direzione e si diresse verso i cassonetti. Cominciarono a girarvi attorno. Nicki, sempre più inviperito, afferrò il cassonetto blu e lo sospinse in mezzo alla strada. Mimmo era dall’altra parte e non aveva nessuna voglia di abbandonare a sua volta il cassonetto che lo separava dal compagno inferocito. Fu in quell’impasse che a Nicki venne in mente una folle idea. Raccattò da terra una carta, tirò fuori l’accendino, appiccò il fuoco e gettò la palla ardente nel foro del cassonetto. Questo prese fuoco all’istante, con fiamme altissime ed una densa colonna di fumo nero. I due ragazzi si spaventarono e questo bastò per placarne i bollori. Con un ultimo gesto sospinsero con un calcio il cassonetto sul bordo opposto della strada, proprio sotto la casa di Rina e, di corsa, richiamati gli altri due, inforcarono gli scooter e, lasciando bottiglie e carte sulle panchine, partirono a tutta birra.
Cominciò a piovere.
Rina era seduta sulla sedia. Nella stanza ogni tanto entravano i riflessi delle luci delle macchine di passaggio, penetrando dal grande lucernaio ellissoidale posto sulla porta d’ingresso. Lei aveva le mani conserte e rifletteva. D’un tratto vide la stanza illuminarsi di bagliori rossastri, molto intensi. Ebbe un sussulto. “Cosa sarà mai?” pensò.
Sulle prime le venne in mente un’immagine che le fece luccicare gli occhi. Si ricordò dei falò che facevano in campagna, alla masseria, per san Giuseppe. Le venne in mente che fu in una di quelle occasioni che Gigino ebbe il coraggio di dichiararsi, e fu subito un grande amore. Gigino, ora non c’era più da pochi mesi. Un mare di sangue gli aveva inondato il cervello. Un ictus, le avevano detto, una parola terribile che non conosceva e che non voleva più sentire nominare.
“Ma non mi starà mica chiamando dal purgatorio?” sospirò. “No, non è possibile. Lui è stato così buono in vita.”
Fu in quel mentre che intuì l’origine delle fiamme. “Sono le fiamme dell’inferno. Sono le lingue di fuoco dei mostri di oggi!”.
Sì, ne fu certa. Erano le fiamme dei peccati di questo mondo che va a rotoli e che lei non capisce più.
Con questa convinzione disunì le mani e infilò la destra nella tasca della vestaglia. Prese la corona.
Le sue mani nodose, tagliuzzate dallo sbucciamento delle mandorle, provate da anni di lavoro nei campi, dagli acinini dell’uva alla terribile raccolta delle olive sulla terra gelata, fino alla raccolta dei pomodori sotto il sole cocente di agosto, a testa in giù; queste sue mani ossute cominciarono a snocciolare i grani, uno dopo l’altro. Le labbra bisbigliavano i Pater Noster, le Ave Marie ed i Gloria Patri.
La pioggia cadeva a scrosci.
Fu alla terza posta di rosario che nel cuore di Rina e nella sua stanza si fece buio.
Antonio Campanile
P.S. Questo racconto è stato liberamente tratto da due fonti di ispirazione. La prima è una scena di un film di Kieślowski, in cui una vecchietta cerca disperatamente di introdurre da sola una bottiglia (credo di ricordare) in un cassonetto. La seconda è la foto sottostante, che rammentavo essere nell’Album del sito di Molambiente, che mostra i vicini di casa di Mosè De Carolis. Con quest’ultimo ho avuto anche un pregnante colloquio al proposito, e lo ringrazio molto per questo.
Dedico infine questo racconto, alla memoria di Vito Luigi, da poco scomparso, e a sua moglie Caterina, che ha effettivamente detto a Mosè che le sue mandorle “hanno il sole dentro”.







