Fuoco sacro

Il racconto di questa settimana è sul mal comune, ma anche sul mezzo gaudio.
E’ ricco di colori e di sensazioni… rurali. Antonio Campanile, l’autore, lo ha contestualizzato anche temporalmente e meteorologicamente a questi giorni. Buona lettura e buone emozioni.

FUOCO SACRO

di Antonio Campanile

“Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,

per lo quale ennallumini la nocte:

et ello è bello et iocundo et robusto et forte.”

San Francesco d’Assisi, Cantico delle creature

«Hanno il sole dentro.»

«Cosa dici nonna?»

«Queste mandorle hanno il sole dentro. Prendile Manuela.» disse Rina porgendo la busta alla nipote.

«Dai nonna, lascia perdere. E poi forse servono più a te. Vedi come ti sei ridotta, sembri uno stecchino.»

«Eh, la mia vita senza Gigino non vale più. Non ho più fame. Forse…»

«Forse?»

«Se torno in campagna, il mio stomaco si apre di nuovo.» disse la vecchina nel suo italiano misto al dialetto.

«E allora ti ci porto io, qualche volta. Va bene?»

«Va, bene, va bene. Ed ora vai, e portati le mandorle. Le puoi tenere quanto vuoi e usare come vuoi. E ricordati…»

«Hanno il sole dentro, eh no’? Ciao ci vediamo.»

Manuela diede un bacio affettuoso alla nonna, prese la busta e uscì dalla casa.

Rina la seguì con lo sguardo e poi si sedette stancamente sulla sedia che era lì a pochi centimetri. Cominciò ad osservare la gente che passava. Per lei che non aveva elettrodomestici la vetrina era la sua televisione.

Stava imbrunendo. L’estate di san Martino era già bella e passata, e le prime avvisaglie di freddo facevano capolino. Com’era ridotta, poi, a pelle e ossa, cominciava a sentirlo prima.

La giornata l’aveva passata a sbucciare le mandorle, un lavoro che aveva sempre amato, e che le ricordava la vita dei campi, ora lontani. Quelle mandorle, le sue mandorle, non le avrebbe scambiate per null’altro di simile al mondo. Quando le sbucciava, pensava ai dolci che era solita fare a Natale, con la pasta reale. E pensava anche alla carbonella che avrebbe ricavato dai gusci rotti, con cui alimentare il braciere che già aveva cominciato ad usare da qualche giorno, quando le serate iniziavano a diventare lunghe e fredde.

Così, tra questi pensieri, aspettò che l’antica pendola scandisse i rintocchi fino a giungere all’ora che attendeva: le nove. A quel punto si levò, prese un fazzoletto dal primo tiretto del comò, passò dal tavolino che era posto al centro della stanza e afferrò la bottiglia di plastica vuota.

Aveva versato l’ultimo bicchiere di aranciata per Manuela. A Rina l’aranciata non piaceva, ma aveva sempre un paio di bottiglie di scorta per i suoi nipoti. Le teneva nelle scale che davano alla cantina, ove si mantenevano al fresco.

Si avvolse il capo con il fazzoletto, si avvicinò alla vetrina e aprì. Una fresca folata di vento le suggerì di controllare il nodo sotto al mento. La sua casa dava a una strada che la separava da una piazzetta con una palma al centro ed una cappella di lato, al cui fianco, che era proprio di fronte alla sua abitazione, si trovavano i cassonetti della raccolta differenziata dei rifiuti.

“Adesso viene il difficile.” pensò Rina. Doveva attraversare la strada. “Sei metri, solo sei metri, che saranno mai?”. Ma adesso ci sono i “mostri”, come li chiama lei: macchine, camion e motociclette, una fauna moderna che ha reso il suo attraversamento della strada come il guado di un fiume in piena.

Si avvicinò al bordo del marciapiede, guardò, a destra, poi a sinistra e poi di nuovo a destra, e continuò finché non fu sicura che la strada fosse sgombra, anche in lontananza.

Cominciò ad attraversare, con preoccupazione. Le sue gambe, un tempo solide e ben tornite, le doveva strascicare, portandosi appresso un corpo incurvato dagli anni, dal lavoro nei campi e dall’artrosi. A piccoli passi raggiunse i cassonetti. “Quello di colore blu è per la plastica”, cercò di ricordare. E adesso sapeva che veniva la parte più dura.

Si pose di lato al cassonetto e, piegandosi ulteriormente, sollevò il braccio che recava la bottiglia. Centimetro dopo centimetro, come un bradipo in cerca di un ramo, avvicinò l’involucro al foro del cassonetto. Con un ultimo spasmo fece forza, più che poté, e alfine inabissò il suo relitto.

In quel mentre, quasi a suggellare il gesto per lei titanico, nel cielo baluginò un lampo, seguito da un improvviso blackout. Il tuono scoppiò fragoroso, ad impaurire ancora di più Rina.

“Ed ora come faccio a tornare a casa?”, pensò lei. Non poteva certo sfruttare le luci delle macchine, che anzi doveva evitare. Si fece coraggio. Ricominciò a guardare ad ambo i lati della strada, e, quando non vide più i suoi mostri cominciò l’attraversamento al buio. Il tempo le sembrò un’eternità e l’altra sponda non arrivava mai. D’un tratto, con la coda dell’occhio, vide in lontananza, sulla sua destra, due o tre lucine bianche. Per un attimo pensò alla processione di san Rocco che da piccina attendeva nelle braccia sicure di suo padre. Ma capì subito che invece erano i suoi nemici. Presa dal panico cercò di accelerare ancora di più il passo, mentre dei rumori crescenti le preannunciavano l’imminenza del pericolo. Quando ormai vedeva solo un grande bianco ed un rumore assordante, il suo piede sentì qualcosa di duro: il marciapiede.

Era salva, e per una strana coincidenza, svanirono anche le luci e i rumori. Rina aprì comunque in fretta la vetrina, entrò e chiuse finalmente la grande porta di casa, sigillandola con il ferro. Slegò il fazzoletto e si sedette alla sedia. Il tepore del braciere cominciò a tranquillizzarla.

I due scooter avevano appena terminato la loro folle corsa. I quattro giovani entrarono nel locale a fianco della casa di Rina. Era stata appena accesa una lampada a batteria. Le pizze al taglio erano calde. Comprarono un paio di pezzi ed una bottiglia grande di birra a testa. Uscirono da subito, e, nonostante il buio e la minaccia di pioggia, andarono a piazzarsi sulle panchine della piazzetta. Erano già un po’ fatti e cominciarono a schiamazzare. D’un tratto, uno di loro, con un gesto maldestro, toccò una bottiglia lasciata dal compagno sul bordo della panchina. Essa cadde e si frantumò in mille pezzi in un bagno di schiuma.

«Pezzo di merda!» disse Nicki. «Cosa mi hai combinato?»

«Così impari a mettere lì la bottiglia, coglione!» replicò Mimmo.

«Adesso ti faccio vedere io.» soggiunse stizzito il primo, avventandosi sull’amico.

Mimmo si scansò e cominciò a correre inseguito da Nicki. Fecero un primo giro attorno all’aiuola, poi Mimmo cambiò direzione e si diresse verso i cassonetti. Cominciarono a girarvi attorno. Nicki, sempre più inviperito, afferrò il cassonetto blu e lo sospinse in mezzo alla strada. Mimmo era dall’altra parte e non aveva nessuna voglia di abbandonare a sua volta il cassonetto che lo separava dal compagno inferocito. Fu in quell’impasse che a Nicki venne in mente una folle idea. Raccattò da terra una carta, tirò fuori l’accendino, appiccò il fuoco e gettò la palla ardente nel foro del cassonetto. Questo prese fuoco all’istante, con fiamme altissime ed una densa colonna di fumo nero. I due ragazzi si spaventarono e questo bastò per placarne i bollori. Con un ultimo gesto sospinsero con un calcio il cassonetto sul bordo opposto della strada, proprio sotto la casa di Rina e, di corsa, richiamati gli altri due, inforcarono gli scooter e, lasciando bottiglie e carte sulle panchine, partirono a tutta birra.

Cominciò a piovere.

Rina era seduta sulla sedia. Nella stanza ogni tanto entravano i riflessi delle luci delle macchine di passaggio, penetrando dal grande lucernaio ellissoidale posto sulla porta d’ingresso. Lei aveva le mani conserte e rifletteva. D’un tratto vide la stanza illuminarsi di bagliori rossastri, molto intensi. Ebbe un sussulto. “Cosa sarà mai?” pensò.

Sulle prime le venne in mente un’immagine che le fece luccicare gli occhi. Si ricordò dei falò che facevano in campagna, alla masseria, per san Giuseppe. Le venne in mente che fu in una di quelle occasioni che Gigino ebbe il coraggio di dichiararsi, e fu subito un grande amore. Gigino, ora non c’era più da pochi mesi. Un mare di sangue gli aveva inondato il cervello. Un ictus, le avevano detto, una parola terribile che non conosceva e che non voleva più sentire nominare.

“Ma non mi starà mica chiamando dal purgatorio?” sospirò. “No, non è possibile. Lui è stato così buono in vita.”

Fu in quel mentre che intuì l’origine delle fiamme. “Sono le fiamme dell’inferno. Sono le lingue di fuoco dei mostri di oggi!”.

Sì, ne fu certa. Erano le fiamme dei peccati di questo mondo che va a rotoli e che lei non capisce più.

Con questa convinzione disunì le mani e infilò la destra nella tasca della vestaglia. Prese la corona.

Le sue mani nodose, tagliuzzate dallo sbucciamento delle mandorle, provate da anni di lavoro nei campi, dagli acinini dell’uva alla terribile raccolta delle olive sulla terra gelata, fino alla raccolta dei pomodori sotto il sole cocente di agosto, a testa in giù; queste sue mani ossute cominciarono a snocciolare i grani, uno dopo l’altro. Le labbra bisbigliavano i Pater Noster, le Ave Marie ed i Gloria Patri.

La pioggia cadeva a scrosci.

Fu alla terza posta di rosario che nel cuore di Rina e nella sua stanza si fece buio.

Antonio Campanile

P.S. Questo racconto è stato liberamente tratto da due fonti di ispirazione. La prima è una scena di un film di Kieślowski, in cui una vecchietta cerca disperatamente di introdurre da sola una bottiglia (credo di ricordare) in un cassonetto. La seconda è la foto sottostante, che rammentavo essere nell’Album del sito di Molambiente, che mostra i vicini di casa di Mosè De Carolis. Con quest’ultimo ho avuto anche un pregnante colloquio al proposito, e lo ringrazio molto per questo.

Dedico infine questo racconto, alla memoria di Vito Luigi, da poco scomparso, e a sua moglie Caterina, che ha effettivamente detto a Mosè che le sue mandorle “hanno il sole dentro”.

.wmv

Quinto racconto per la rubrica “Mal costume mezzo gaudio” – Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume. Aspettiamo le Vostre proposte. Proposte di cittadini, di cittadinanza, di mal costume…

.wmv

«Uè crrreeetino…» disse facendo schioccare rumorosamente la lingua per sfogare la rabbia sulla “r” e soffermandosi a lungo sulla “e” di “cretino”.
«A chi cretino, a chi?» ritorse l’altro, raddoppiando la “c” del primo “chi” e passando dal tono vistosamente acuto della prima “a” a quello grave e vagamente minaccioso del secondo “chi”.
«Numero uno, non hai messo la freccia; numero due, non mi hai dato la precedenza a destra…», riprese il primo, che rafforzò l’elenco portando le mani davanti al viso, sollevando con la mano destra il pollice della sinistra e scegliendo un tono alto e squillante della voce in corrispondenza di “numero uno”. Poi, in corrispondenza di “numero due”, tirò su l’indice e diede alla voce un tono più grave per lasciare intendere che avrebbe potuto continuare.
«Laa pree-cee-dee-nzaa?», domandò stupito e udibilmente contrariato il secondo, accentuando i movimenti della bocca e stirando orizzontalmente le labbra, mentre allungava a dismisura tutte le vocali che conteneva la parola, quasi per darsi il tempo di abbassare il finestrino e lasciar oscillare, attraverso di esso, avanti e indietro l’avambraccio con la mano chiusa a carciofo. «Moo’ e sono iio il cree-tii-no…», aggiunse proseguendo con l’allungamento delle vocali e toccando un acuto vertiginoso sull’”io”. «E lo stooop, non lo veeedi quant’è grooosso?», continuò sporgendo il braccio fuori dal finestrino e tendendolo in direzione del segnale a cui aveva fatto cenno.
«Ssì, lo stop», ricominciò il primo con un lungo sibilo della “s” di “sì”, e pronunciando la “i” quasi fosse una “e”. Tra “sì” e “lo” aveva posto uno schiocco della lingua contro il palato, inclinando la testa a sinistra e tracciando dei cerchi nell’aria con la mano destra . «Mica mi posso fermare ventiquattr’ore per far passare tutti quelli che attraversano il passaggio a livello… tu, poi, hai accelerato mentre io stavo già cominciando a passare! Lo hai fatto apposta!», proseguì tutto d’un fiato.
«Uagliò, ma so’ ccose dell’altro mondo, che significa l’hai fatto apposta… io mi sono preso la precedenza, perché ho visto che tu non avevi ‘manco rallentato… altro che apposta! E non ho capito», ribatté il secondo, alternando toni acuti quando si rivolgeva all’altro, e toni più gravi quando faceva dei commenti tra sé. Il rumore della macchina cessò a un tratto. «Io non riesco a capire, e non lo so, non riesco a capire», aggiunse facendo scattare la leva dello sportello e uscendo dalla macchina, «anzi, fammi capire tu, c’è o non c’è lo stop là, dimmelo tu!» e sfidò l’altro a fare quanto aveva detto con dei colpetti in avanti del mento.
Anche il motore della macchina del primo smise di rombare e la sua voce cessò di usufruire dell’attenuazione dell’abitacolo. Le due autovetture erano ferme sui binari. «Lo stop c’è, lo stop c’è», disse molto lentamente il primo quasi stesse cominciando una cantilena; uscì dalla macchina, si voltò e indicò col braccio il segnale in questione. «Ma ti ho detto che stavo a due metri, duu-ee meee-tri dai binari quando tu hai accelerato!», ribadì con la stessa lentezza e l’andamento cantilenante di prima, sventolando in aria il numero due con l’indice e il medio della mano destra, e girandola velocemente a scatti verso destra e sinistra. «Inso’ io lo stop lo avevo già superato quando ti ho visto e tu hai accelerato, ma io stavo già a due metri del passaggio a livello», e si voltò di nuovo a indicare il punto esatto con il braccio e la mano tesa, enfatizzando ancor più la cantilena, con il tono di chi vuole far capire che si è stufato di ripetere la stessa cosa.
«Io non lo so, questo o non capisce o non vuole capire», disse tra sé guardando verso l’alto e stringendo i pugni verso il basso. «Ma che significa, ma che significa che lo stop lo avevi già superato!?! Ma nooon esiiiste, e non lo so, nooon esiiiste, lo stop è stop, e ti devi fermaaare, e basta!», rimproverò il secondo, alzando il tono della voce, ricominciando ad allungare le vocali e oscillando in avanti e indietro le mani davanti al viso con le palme e le dita dell’una contro quelle dell’altra. «Poi dice che uuno, di fronte a uno come teee, non deve fare quello che ho fatto iiio, poi dice che uuno non si deve preeendere la precedenza…».
«Nossignore, non è così…, tu per prenderti la precedenza ti sei buttato addosso a me…» e schioccò la lingua contro i denti per terminare.
«Madòò, meglio che mi metto in macchina e me ne vado, sennò non lo so, non lo so che cosa può succedere… so’ cose dell’altro mondo», urlò furibondo il secondo e di scatto volse la testa verso la macchina, si piegò e vi entrò. La portiera sbatté contro l’abitacolo; il motore cominciò istantaneamente a rombare e le ruote, dopo aver raschiato per l’attrito sull’asfalto, disegnarono rapidamente un semicerchio ad evitare l’altra autovettura, e corsero via svoltando a sinistra.
«So’ cose da pazzi… vedi come porta la macchina» chiosò il primo, seguendo col capo l’uscita di scena dell’altro. Poi rientrò in macchina e proseguì dritto.

Luciana Diomede

Magnolia

Quarto racconto per la rubrica “Mal costume mezzo gaudio” – Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume. Questa settimana ospitiamo il terzo racconto di Luciana Diomede.

Magnolia
Marciapiedi svasato rispetto alla sede stradale, rivestito di mattonelle rossicce. Cordolo in travertino battuto bianco. Abbastanza recente, un paio d’anni, non di più. Tre finestre quadrate di terreno nel marciapiedi. Le incornicia una striscia grigia di cemento: mazzette miste d’erba, rucola svettante con qualche fiore giallo, un paio di corolle viola, una busta e delle carte intrappolate tra i ciuffi.
Dal centro di ciascun quadrato di terra, si slancia un tronco sottile, cinque-sei centimetri di diametro, due metri e mezzo-tre di altezza, circa. Tre giovani magnolie. Distanziate l’una dall’altra da due panchine marroni di legno con struttura metallica nera. Un breve ritmo di segmenti verticali e orizzontali, una teoria di linee e colori di terra.
Prima magnolia a partire da destra. Ha l’aria di un ragazzino che si ferma a guardare la palla mentre corre via lontana. Vento fresco; sullo sfondo, in basso, una campitura giallo ocra orlata da una sottile linea orizzontale verde oliva. Un frizzare di terso celeste con spuma bianco ovatta in alto. Tronco giovane quello della magnolia, attaccato con del nastro adesivo grigio a una canna di bambù da quando era poco più di un ramo da mezzo metro. Ora, ancora, la sproporzione tra l’altezza e il diametro non gli consente di star dritto da solo; un alto bastone, più robusto e più spesso, di un legno grigio scuro, lo sostiene attraverso tre lacci in plastica gialla, annodati tesi e ben stretti in basso, nel mezzo e in alto. Anch’esso una volta era stato albero; espoliato della sua autonomia biologica, di fatto carcassa di albero, ora serve la causa della crescita di una giovane vita affine a quella che una volta era anche stata sua. Strane inappellabili scelte della razza umana.
La sottile corteccia beige appena rugata che riveste il tronco della giovane magnolia non è particolarmente odorosa, se non di linfa appena, di vita. Diverse piccole cicatrici, a volte sporgenti, a volte rientranti, ovali e concentriche la costellano; passate esili potature. Necessarie ferite per crescere eretta, alta, maestosa, già guarite.
Due gruppi di rade ramificazioni interrompono la sua verticale linearità. Poco oltre la metà del tronco, tutti alla stessa altezza, tre giovanissimi rametti marrone scuro, più lisci rispetto alla superficie del tronco centrale, si dipartono da quest’ultimo obliquamente, quasi fossero stecche a raggiera di un ombrello capovolto semiaperto. Più su di una decina di centimetri rispetto ai primi tre, altri due rametti si protendono verso l’esterno con la stessa obliquità dei primi, in modo da non fare ombra a quelli sottostanti. Ciascuno di questi rami, nel punto in cui si incurva maggiormente verso l’alto, conserva il segno di un netto taglio: la naturale biforcazione creatasi con la nascita di un altro virgulto, è stata recisa allo scopo di non disperdere energie e linfa, in ossequio al progetto di far crescere rami dritti e possenti. La linea che li disegna è simile all’onda che scarabocchiano i bambini sulla carta.
Termina ciascun ramo una corona di foglie disposte in cerchio. Ciascuna ha la forma di un fuso. Delle due diverse facce, quella rivolta verso l’alto, quella che specchia il sole, è di un verde scuro lucido, liscio e croccante, divisa a metà da una nervatura centrale gialla abbastanza spessa e discretamente rigida, da cui si dipartono molto più sottili e dimesse quelle laterali. La faccia inferiore è addolcita da un verde opaco chiarissimo, quasi beige, interrotto dai toni ancora più chiari delle nervature e rivestito di una peluria morbida, vellutata.
Più in alto di un metro circa, un’altra serie di rami, molto simile alla prima, termina l’albero, comprendendo e confondendo il prolungamento del tronco centrale, che, qui, si assottiglia quanto i rami e diventa del loro stesso marrone scuro. Le ramificazioni sono più regolari, non hanno subito potature che ne accidentassero la curvatura. Il fogliame alla sommità è più folto. Queste estreme propaggini sono braccia e mani che si protendono verso il cielo.
Nel tronco, tra i due gruppi di rami, poco al di sopra del primo, incisioni, tagli profondi squarciano la carne viva della corteccia: un triangolo rovesciato, un cuore rudimentale, malriuscito, attraversato da una freccia. Due lettere. Nelle fenditure si intravedono gli strati sottostanti più chiari e umidi del fusto. Linguaggio estraneo alla magnolia. Significato inutile e ridondante. Prevaricazione dei più forti.

Luciana Diomede

Il vigile

Sta riscuotendo un grande apprezzamento la nuova rubrica di racconti brevi “Mal costume mezzo gaudio”. Questa settimana ospitiamo un racconto inedito di Antonio Campanile di cui Levante Editori di Bari ha pubblicato nel 2004 una raccolta di racconti (“Coriandolando”). E’ questo il terzo racconto della rubrica. Sono sempre racconti brevissimi dall’ordinario malcostume.

Il vigile

Un dio. Così si sentiva Luigi in quella prima mattina di lavoro, che attendeva da un tempo che ora gli pareva remoto. Gli avevano assegnato il settore più caldo, non solo perché luglio era alle porte, ma in quanto doveva controllare il traffico in uscita dalla città.
Ce l’aveva fatta. Dopo anni di concorsi, di prove e attese vane, era stato chiamato per un incarico trimestrale. Le delusioni del passato lo sfiorarono soltanto, dimenticando le tante volte in cui si vide scavalcato da persone molto meno capaci di lui, ma in possesso della spinta giusta: la raccomandazione, un organismo italico geneticamente mai modificato.
Lui aveva sempre rifiutato qualsiasi appoggio, nella cocciuta convinzione che il merito alla fine lo avrebbe premiato. Aveva studiato sodo, non trascurando alcun particolare, compreso uno stage di  psicologia per vincere la timidezza e mostrarsi sicuro con la gente.
Ora era lì, per le arterie che vanno verso la costa.
Girando sulla moto di dotazione sentiva l’onnipotenza della sua divisa bianca sgargiante. Il suo fare gli ricordava quello di un’aquila che domina la valle in attesa del puntino nero, la preda da agguantare con una picchiata veloce e sicura.
Non dovette attendere molto.
Nello svoltare verso la strada che porta verso la tangenziale vide da lontano una lunga teoria di macchine, ferme al passaggio a livello. D’un tratto, dal fondo della coda, un fuoristrada nuovo di zecca, blu con i vetri laterali e posteriore oscurati, superò con slancio la fila, incurante del divieto di sorpasso, e si andò a mettere con il muso quasi sotto le sbarre.
Luigi non indugiò un secondo. Si diresse di gran carriera verso la preda.
Poco prima di arrivare gli parve di sentire uno stereo ad alto volume, ma non fu sicuro della sua provenienza, anche perché la musica si interruppe al suo giungere. Parcheggiò la moto sul lato sinistro della strada, vicino al marciapiede, e si avvicinò alla macchina. Quando fu nei pressi della portiera del guidatore sentì abbassare il vetro con un sibilo.
“Agente, mi scusi tanto, sono desolata!”
Luigi vide una donna appariscente, con abiti leggeri e provocanti. La camicetta bianca le apriva varchi inquietanti sul seno, peraltro ben visibile in trasparenza. Per non parlare della gonna…
“Prego?”, riuscì a farfugliare Luigi.
“Guardi, mi ha chiamato mia madre dalla villa al mare. Ha avuto un colpo di sole e si sta sentendo male. È un’emergenza, la prego, sia comprensivo”.
Luigi non riuscì a dir nulla. Rimase immobile con la fronte che gli si imperlava dalla tensione improvvisa.
La donna colse l’attimo. “Grazie, lei è un buono”. E con uno sguardo intriso di affettata compiacenza rialzò il finestrino.
Luigi, con fare meccanico, si diresse verso la moto, la inforcò, cambiò il senso di marcia e si allontanò, opaco agli sguardi curiosi che partivano dai primi veicoli in coda.
Il treno passò rumoroso. Le sbarre cominciarono a sollevarsi.
“Amà, é annato via, er burino?”
“Sì, Francè”.
“Famme largo, va!”, disse lui.
Amalia si spostò repentinamente sul sedile accanto, lasciando libero il volante. Francesco si sollevò dal suo nascondiglio dietro i sedili anteriori e si catapultò agilmente nel posto di guida.
“Anche stavolta ce l’avemo fatta, eh Amà”.
“Sì, sì” disse infastidita la donna.
Alzatesi le sbarre, il fuoristrada partì a tutta, inondando l’aria di scarichi copiosi. L’uomo accese lo stereo, a palla. Riecheggiarono le note del suo Vasco preferito: Vado al massimo.
Di lì a poco accese l’ultima Marlboro. Abbassò il finestrino e buttò il pacchetto senza neanche accartocciarlo.
Schizzò via, ignorando i gialli ed i subitanei rossi dei semafori, come un pistolero che in sella al suo baio corre nella strada polverosa, incurante degli sceriffi o degli indiani ululanti. Il mare sembrava non attendere.

Luigi continuò a vagare nella zona assegnatagli. Procedeva come un automa. La fine di quel primo turno giunse come una liberazione. Lasciò la moto di ordinanza e tornò a casa con il bus.
Si svestì in fretta. Porse gli abiti sulla sedia e si gettò sul letto, supino. Non aveva fame. Lanciò un ultimo sguardo alla divisa, un manichino al termine della rappresentazione.
Si sentiva svuotato. Non era andata come si aspettava. No, proprio no.
Cominciò a guardare il soffitto bianco. Non pensava a nulla. I suoi occhi vagavano su quel quadro immacolato su cui non riusciva ad immaginare alcunché.
D’un tratto scorse qualcosa di strano. Aguzzò la vista e vide, vicino ad un angolo, una piccola crepa. La sua fronte si corrugò leggermente.
Non l’aveva mai notata prima.

Antonio Campanile

Il garage

Secondo racconto per la nuova rubrica “Mal costume mezzo gaudio” – Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume. Cercheremo di pubblicarne uno ogni settimana. Aspettiamo le vostre proposte. Questa settimana ospitiamo il secondo racconto di Luciana Diomede.

Il garage

Posteggiava la macchina ogni sera più o meno alla stessa ora, verso le 20.00-20.30. Aveva il garage sotto casa, un locale della stessa palazzina in cui abitava, molto comodo, a meno di una decina di metri dal portone di entrata. Era chiuso da una porta di ferro a quattro ante, dipinta di un blu scurissimo, quasi nero. Qua e là, delle minuscole bolle di ruggine rigonfiavano la vernice e la rendevano opaca, anziché lucida.
Di sera, la sua macchina era sempre lì, davanti al garage, o lì vicino. Non dentro. Niente di strano (è abbastanza comune utilizzare il garage come laboratorio, cantina o deposito, invece che come box-auto) se non il fatto che lei stessa, qualche mese prima, aveva fatto richiesta, pagato la tassa e fatto affiggere dal fabbro un divieto di sosta per poter entrare e uscire con la macchina quando ne aveva bisogno, senza la sgradevole sorpresa di non poterlo fare perché un’altra vettura ne ostruiva il passaggio.
Infatti, chiunque, a qualsiasi ora, parcheggiava davanti al suo garage, benché la strada in cui si trovava fosse privata e ci fosse un apposito segnale affisso dalla polizia urbana a indicarlo. Il locale era proprio al principio, all’incrocio di quella che oramai era una traversa di una strada dal notevole flusso di automobili: in teoria, essendo privata, non era accessibile ai non residenti; in realtà, essendo senza cancello, di fatto, era aperta a tutti. Qualcuno lasciava la macchina temporaneamente accesa per brevi commissioni nei paraggi; qualcun altro la parcheggiava per un’oretta, il tempo necessario per raggiungere uno dei supermercati della zona; qualcun altro ancora la abbandonava per ore, di sabato per raggiungere il mercato settimanale, e negli altri giorni chissà per quale altro motivo. Non cambiava però il luogo: davanti al suo garage. In corrispondenza del suo regolare divieto di sosta.
Introdurre la macchina in garage o tirarvela fuori, era, per lei, non solo un problema, ma anche una fonte di amarezza. Quelle rare volte che incontrava il o la responsabile del parcheggio doppiamente irregolare e si arrischiava a far notare che c’era il divieto di sosta e che il garage si trovava in una strada privata e che, quindi, era come se qualcuno avesse parcheggiato nel salotto o nel giardino di qualcun altro, immancabilmente i parcheggiatori in difetto tagliavano corto e rispondevano che non era il caso di prendersela per un minutino, che se era davvero così, dovevano mettere un cancello, o una catena per evitare l’entrata di intrusi, che il segnale “proprietà privata” col divieto di accesso non bastava, anzi, bisognava vedere se era autentico:”e chi me lo dice che non ce l’hai messo tu, spostandolo da qualche altra parte?”. All’eccezione “Macché ce l’ho messo io: qui c’è anche il divieto di sosta!”, “eh, calma, tutto ‘sto casino per un minuto… mo’ la tolgo, mo’ la tolgo”. Era sempre in agguato il sornione sottinteso che la colpa era sua, perché non sapeva farsi rispettare. A mente fredda, discussioni il cui tenore sfiorava l’assurdo.
L’affissione del divieto di sosta, dunque, aveva cambiato di poco la situazione. Era ricorsa un paio di volte all’intervento dei vigili, abbastanza tempestivo (una mezz’ora o poco più), con annesso teatrino di persone, in tutta la strada, che si affrettavano a mettersi al volante, spostare l’auto in doppia fila o malamente parcheggiata, e partire via veloci. Ma al mattino, quando i minuti erano contati e doveva raggiungere il posto in cui lavorava, non poteva mettere in conto di dover chiamare i vigili ogni volta che avesse trovato una vettura a ostruirle il passaggio, in primo luogo perché capitava praticamente tutti i giorni e in secondo luogo perché non poteva perdere tutto il tempo che ci voleva perché arrivassero, mettessero in atto la procedura per la contravvenzione e chiamassero il carro attrezzi. La sola contravvenzione non risolveva il fatto che comunque una macchina restava a ostruire il passaggio. Mezza giornata ci voleva. Per non parlare del fatto di dover cominciare una giornata traboccante di bile.
A malincuore, aveva cominciato perciò a parcheggiare l’auto fuori dal garage. Più o meno la cosa funzionava. Quando era occupato ricorreva alle strade vicine. Almeno, evitava liti e il rischio di un’ulcera allo stomaco. Non avrebbe più fatto richiesta del divieto di sosta.
La colpa non era di nessuno. La colpa era del garage che si trovava all’angolo della strada.

Luciana Diomede

Presenze impreviste

Ore 7.35. Ovviamente del mattino. Maestrale, fresco, finalmente. Un po’ di pioggia notturna, ma che importa, dopo tanto caldo un cambiamento e un po’ di umidità fanno anche allegria. Le mie vertebre cervicali non sono d’accordo. Ma tant’è. Scendo per le scale, esco per strada, mi avvio verso la macchina. Mi saluta, con mia somma sorpresa, in modo del tutto imprevisto – tanto che quasi inciampo – sul grigio marciapiede di cemento con cordolo di travertino, a destra del pesantissimo portone di legno e vetro, ancora più riottoso ad aprirsi a causa dell’umidità, una vasca da bagno, sorniona e abbastanza malconcia, bianca e ancora abbastanza lucida all’interno se non fosse per la polvere di tufo, ruvida e grigiasta all’esterno per le chiazze di cemento e malta.
Perbacco, ieri sera, quando ho parcheggiato non c’era! o stanca com’ero non me ne sono accorta? No, no, non c’era, al suo posto c’era la bici del signore del terzo piano, legata con un lucchetto al tubo del gas.
Ancora invischiata nel fantastico mondo del possibile dei sogni notturni, sulle prime penso che forse qualcuno l’avrà messa lì per scherzo o per raccogliere la preziosissima pioggia notturna, come fanno in Israele, che con un sistema di teli di plastica raccolgono e conservano l’umidità notturna. Mi riprendo subito da un tale spreco di creatività giustificatoria, anche perché, sono costretta a girare intorno alla vasca (e no, non quella che sta in piazza) e ad allungare il percorso per arrivare alla macchina, visto che ce ne sono parecchie altre parcheggiate l’una attaccata all’altra, e la vasca non consente di passare tra di esse. E quella volta che all’angolo tra via Sabin e via XXIV Maggio c’era un water? Meno male, almeno questo non è un water!
No, no. Non c’era ieri sera. Ma com’è arrivata fin qui… Ma che domande; certo, da sola non è arrivata. E non ce l’ha portata neanche il mitico fantasma formaggino delle barzellette da scuola elementare. Qualcuno lo ha messo lì. No, non lo ha messo. Lo ha buttato. Sì, ha l’aria di essere stata buttata. Va bene, anzi, va male: ma perché qui, dico; se proprio dovevano lasciarla da qualche parte potevano metterla all’angolo della strada, vicino al cassonetto… Ma che discorsi, anche lì, sarebbe stato incivile, e poi lì non c’è spazio, tra un po’ le macchine le parcheggeranno una sull’altra. E tra l’altro, lì, all’angolo della strada c’era il pericolo di  essere visti, meglio un posto più raccolto, più defilato. Qui.
Comunque sia, ma perché vicino casa mia la vasca? Perché l’hanno portata qui? Nel mio palazzo lavori non ce ne sono. Se ai muratori o ai proprietari proprio non andava di telefonare alla ditta per far prelevare la vasca direttamente dove stanno lavorando – chissà poi perché -, potevano pur tenersela davanti a casa loro! Ah, se avessi la macchina fotografica in questo momento… il mio cellulare non ce l’ha la fotocamera; è troppo tardi per salire a prenderla. Comincio ad innervosirmi, i soliti “italiani-brava-gente”…
Sento rumori di piccone, di martello da muratore, e vedo, due o tre palazzine più in là, finestroni spalancati nonostante il maestrale. Nuvole di polvere fuoriescono insieme ai rumori. L’ora e i rumori sono tipici dei muratori. L’ora e i rumori che d’estate, durante le ferie ti fanno diventar matta a forza di chiederti: “ma perché vicino a casa mia?”. Oggi questo problema non c’è, ce n’è un altro. I nervi ormai sono a fior di pelle. Tiro un calcio alla vasca che non si rompe. E’ tardi, la miseria, è tardi. Devo andare al lavoro, per forza. Faccio tardi. Non riesco adesso ad affacciarmi dove stanno lavorando, per chiedere spiegazioni. Ma che ragioni vuoi che mi diano? Almeno affacciarmi per sfogare un po’ la rabbia e far capire che… E’ tardi, la miseria, è tardi.

Lucia Diomede

Questo è il primo racconto che ospitiamo. Ci piacerebbe dare spazio e forza ad un pensiero alternativo. Un pensiero che non sia solo rivendicazione di ciò che non c’è o non è. Perché ci è sempre piaciuto remare contro la corrente, scalare le montagne. La democrazia vacilla. La sinistra è in letargo. I governi finanziano l’economia dopata (Bertold Brecht diceva che fondare le banche è più criminale che rapinarle; e finanziarle/nazionalizzarle?). Insomma ci piacerebbe muoverci verso un’ecologia della mente.  (P.S.)