Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume
LA NORIA
di Antonio Campanile
«Torniamo, Cesco?»
«Facciamo solo un altro giro.»
«Ma si è raccomandata di essere a casa alle 12.»
«Lasciala perdere quella lì.»
«Non devi più chiamarla così. Lo sai che si arrabbia forte. La devi chiamare “mamma”. Hai capito?»
«Ora non ci sente. E poi non ci vuol bene. Pensa solo ai figli suoi.»
«La devi chiamare “mamma” lo stesso, va bene?»
«Vabbè, Salvo, ma adesso passiamo dalle ville abbandonate. Un salto e poi torniamo.»
Salvo annuì con un senso di rassegnazione. Anche se aveva solo due anni in meno, i 13 anni di Cesco glielo facevano sembrare un giovanotto e lui pendeva sempre dalle sue labbra.
Dai pressi della chiesa nuova, una delle poche chiese moderne del circondario che si lasciassero ammirare, i due puntarono decisi verso il mare, ove si ergevano una decina di rustici di villette, in apparente stato di abbandono. In realtà i loro scheletri, lasciati così da più di dieci anni, erano lì a testimoniare uno dei tanti pastrocchi edilizi di cui è pieno il nostro Sud.
«Perché sono abbandonate, Cesco?»
«Non sono abbandonate, sono sotto sequestro.»
«Motivo?»
«Te lo spiego un’altra volta. Dai, andiamo a vedere cosa c’è nel nascondiglio di Nino!»
«Ma ha detto che se ficchiamo il naso nelle sue cose ci fa un mazzo così.»
«Su, su, non fare il cagasotto. Mica gli rubiamo niente.»
Cesco si fece largo tra quel che restava delle recinzioni arancioni del sequestro e si diresse verso una delle villette, seguito da Salvo. Scesero nel seminterrato ed entrarono in uno sgabuzzino. Lì, sotto un cartone, accatastati alla rinfusa, c’erano una serie di oggetti provenienti da automobili.
Cesco cominciò a rovistare e, dopo un po’ tirò fuori quello che cercava.
«Bella eh? Nino me ne ha parlato come il suo colpo migliore.»
«Da dove l’ha presa?», chiese Salvo, titubante.
«Non vedi il marchio? Da una Ferrari.»
Cesco aveva in mano una splendida coppa di una ruota con al centro il Cavallino Rampante.
«Nino fa la collezione di tutti quegli oggetti che riesce a “recuperare” dalle macchine di lusso. Mille rischi per una passione: che tipo!», disse Cesco. Poi, con gli occhi che s’illuminavano, tenendo stretto a sé la coppa soggiunse: «Andiamo su!»
«Non vorrai mica rubarglielo?», disse Salvo con un’espressione sbalordita.
«Ma no, è solo un prestito. Vieni, mi è venuta un’idea.»
Senza soggiungere altro, Cesco uscì dal rustico seguito dal fratello e si diresse verso l’uscita nord del gruppo di villette, quella che dava ad un campetto incolto.
A quel punto cominciò a correre, all’impazzata, distanziando volutamente Salvo, che tentava inutilmente di stargli dietro. Giunto al punto che gli sembrava giusto, si fermò di colpo e, girandosi verso il fratello, gli lanciò la coppa, come fosse un frisbee.
«Prendilo, Salvo!»
Salvo, capì il gioco e si protese tutto verso il disco volante di marca, nel tentativo di prenderlo, ma esso gli passò di un buon mezzo metro sopra la testa. Poi lo raccolse e lo lanciò a sua volta verso Cesco.
Il sole di inizio giugno non può fermare due ragazzi che giocano: continuarono per qualche minuto scorazzando in tutti i punti di quel fazzoletto di terra.
Ad un tratto Salvo, che ormai stava affinando in fretta la tecnica del lancio, riuscì ad imprimere al disco una traiettoria insidiosa. Cesco seguì con gli occhi la bella parabola e, nel tentativo di prendere l’oggetto al volo, compì alcuni passi a ritroso, alla cieca.
Improvvisamente il suo piede destro si poggiò sopra una tavola quadrata di non più di un metro di lato, che era sormontata da alcuni piccoli sassi. Il peso del corpo di Cesco fece girare la tavola.
«Ah!»
Salvo, che era a non più di una quindicina di metri, sentì l’urlo e vide il fratello come inghiottito nel ventre del terreno.
«Cesco, Cesco!», gridò correndo trafelato verso il punto della caduta.
Si accorse subito che era un pozzo incustodito. Si avvicinò al bordo e si affacciò.
Dapprima non vide nulla, perché i suoi occhi erano troppo abituati alla luce, poi, pian piano, cominciò a scorgere il fondo. Il pozzo era profondo meno di otto metri. La figura di Cesco si vedeva bene. Era di lato, in una posizione semiraccolta, e non dava segni di vita.
«Cesco, rispondimi!», gridò a squarciagola Salvo. Invano.
Senza pensarci un istante Salvo si girò e tentò di calarsi nel pozzo. Aveva visto che in alcuni punti la parete dell’inghiottitoio presentava delle increspature. Allargando le braccia e le gambe, cercò con movimenti combinati di scendere, a poco a poco. Era arrivato a metà strada, quando il materiale tufaceo sotto il suo piede d’appoggio cedette. Salvo cadde a peso morto, e, anche se erano pochi metri, mise male il piede quando toccò terra, tanto da sentire come un crac. Fortunatamente non rovinò addosso a Cesco.
Dopo un attimo di sgomento, con la caviglia che gli faceva male, si avvicinò carponi al fratello. Gli girò la faccia con le mani. Con sollievo vedeva che respirava.
«Cesco!», gridò disperato, strattonando leggermente il fratello per le braccia.
Il fratello cominciò a muoversi lentamente e quindi, aprendo gli occhi disse confuso: «Dove sono?»
«Siamo caduti in un pozzo.»
Dopo qualche istante di intontimento, Cesco riuscì a sollevarsi. Si rese subito conto che erano caduti in una cisterna abbandonata, probabilmente usata in passato per recuperare acqua dalla falda. In quello stanzone c’era di tutto, con prevalenza di materiale edilizio di risulta. Si avvicinò ad un lastrone con superficie sinusoidale.
«Non toccarlo!», gli intimò Salvo.
«Perché?»
«È amianto, è cancerogeno. Me lo hanno detto a scuola. Non muovere niente. È una piccola discarica abusiva, ecco cosa è diventato questo vecchio pozzo. Hanno buttato della roba, hanno coperto l’imboccatura con una tavola e hanno risolto i loro problemi.»
Cesco allora puntò dritto verso il tunnel del pozzo. Per alcuni minuti, con una serie indicibile di sforzi, cercò di risalire. Arrivò anche a rompersi alcune unghie delle mani. Fu tutto inutile.
Cominciarono ad urlare, a chiedere aiuto, ma sapevano che da quelle parti non sarebbe mai passato nessuno, se non per caso.
«E tu che fai lì a terra, perché non ti alzi e mi aiuti?», disse Cesco al fratello.
«Mi fa male la caviglia. Forse è rotta.»
«Allora siamo fregati. Non ci resta che aspettare.»
Detto questo, si sdraiò vicino al fratello. Dopo un po’, per tutto quello che avevano passato, si addormentarono quasi contemporaneamente.
Fu un suono familiare a svegliarli poche ore dopo.
«Le campane, Cesco, le senti?»
«Sì, oggi è la festa del Corpus Domini. Starà partendo la processione dalla Matrice, e tutte le altre chiese stanno suonando insieme le campane.»
«Ci troveranno?», disse sconsolato Salvo.
«Forse sì, forse no. Possiamo solo aspettare.»
Di lì a poco cominciarono a sentire in lontananza un vociferare di ragazzi. Non ci misero molto a capire che stavano giocando a calcio in uno dei campetti limitrofi.
«Aiuto! Aiuto!» urlarono all’unisono, ma invano. Erano troppo distanti.
Poi, come se una mano divina si muovesse a pietà per i due sventurati, ci fu un rinvio del portiere completamente sballato.
Salvo sentì un piccolo tonfo di fianco a lui, nel punto in cui era caduto. Si voltò e vide una sfera di gomma arancione. Era un pallone. Non fece in tempo a rendersi conto della cosa che sentì assieme a Cesco uno scalpiccio provenire dall’uscita del pozzo.
«Angelo, il pallone è caduto in un pozzo!», disse Nicola all’amico, mentre gli altri compagni sopraggiungevano nel frattempo.
«Aiuto, siamo caduti!», gridò subito Cesco.
I ragazzi si guardarono gli uni gli altri dalla sorpresa, poi, spinti dalla curiosità, si sporsero nel pozzo.
Cesco e Salvo videro una corona di teste che incorniciava quell’unico pezzo di cielo azzurro che si vedeva da sotto.
«Andiamo a chiedere soccorso.», disse Angelo.
«No!» disse allora Cesco, riconoscendo l’amico. «Non andate a dirlo a nostro padre. Se lo viene a sapere ci spezza le ossa. Perché non cercate di trovare una corda, una scala, o qualcosa del genere?»
Angelo, che era il capobanda, si guardò intorno, pensando sul da farsi.
«Perché non usiamo la “ngegn”?», disse Nicola, sparandola lì.
«La cosa?», rispose Angelo.
«Quella lì!», rispose Nicola indicando un punto preciso verso la strada.
A pochi metri da loro, seminascosta da un paio di alberi di fico, c’era una vecchia noria.
«Qualche tempo fa ci abbiamo giocato», soggiunse Nicola «e abbiamo visto che non è del tutto rotta.»
I ragazzi si avvicinarono alla noria. Nonostante gli anni, era ancora integra. Mancavano solo il palo di legno cui si legava il mulo, e i secchi collegati alla catena-scaletta di ferro. Quest’ultima non era chiusa ma aveva una maglia rotta.
Questo dettaglio sembrò provvidenziale ad Angelo, che intuì in un baleno la soluzione.
«Ascoltatemi attentamente.», disse al gruppetto. «Quello che dobbiamo fare è calare la scaletta di ferro della noria fino al pozzo, tanto è abbastanza lunga per arrivare fin lì sotto. Quindi faremo salire Cesco e Salvo.»
Detto questo Angelo e Nicola, che erano i più robusti della ciurma, salirono sulla ruota che dava al pozzo della noria e issarono la catena di ferro che un tempo tirava l’acqua. Una volta trovato l’anello slegato lo diedero ad un altro ragazzo e così in breve, la scaletta fu calata nel pozzo. Con qualche giro di ruota della noria si riuscì a farla giungere fino al fondo.
«Dai, salite!» disse allora Angelo.
«Saliamo!», disse Cesco al fratello, aiutandolo ad alzarsi.
«Ahi, che male!» esclamò Salvo. «Non ce la faccio, devo avere la caviglia rotta. Non vedi com’è gonfia?»
«Accidenti, questa non ci voleva.» Poi, rivolto ad Angelo disse: «Salvo ha la caviglia rotta, che facciamo?»
Angelo ci pensò su un attimo e poi, risoluto, disse: «Riesci almeno a farlo stare in piedi sulla scaletta? Potremmo cercare di tirarlo su noi.»
«Ci provo.» rispose Cesco, che, rivolgendosi a Salvo disse: «Adesso devi stringere i denti.»
Senza attendere la risposta di Salvo, Cesco lo prese per le spalle e lo sollevò.
«Poggiati solo col piede buono che ti metto sulla scaletta.»
Detto questo, prese di peso Salvo e lo spostò sul primo piolo della scaletta di ferro.
«Adesso tieniti aggrappato forte. Io vado su e poi ti tiriamo tutti insieme. Non mollare la presa per nessun motivo. Hai capito?»
«Va bene.», rispose Salvo con trepidazione.
Cesco salì lentamente dalla scaletta, facendo i primi metri dalla parte opposta di Salvo e poi mettendosi per il verso giusto. Uscito dal pozzo si consultò con Angelo.
«Ora potremmo tirarlo su tutti insieme. Ma ho paura che possiamo fare del male a Salvo. basta uno scivolone.», confidò all’amico.
«Aspetta.», disse Angelo «E se usassimo la noria anche per tirarlo su? Non dovremmo avere i problemi di cui hai parlato.»
«Proviamo!», rispose Cesco.
«Dobbiamo solo trovare un palo. Su ragazzi, guardatevi in giro!»
Non ci volle molto. Lì nei pressi c’erano alcuni tronchi di sostegno di un vecchio tendone. Presero il più robusto e lo diedero ad Angelo. Questi, lo visionò e lo inserì nel punto giusto.
«Adesso ho bisogno dei…muli. Voi quattro!», disse indicando quattro compagni, presi tra i più prestanti. «Prendete la barra e tenetevi pronti a girare, molto lentamente, al mio via.»
I quattro ragazzi afferrarono il palo e attesero concentrati il segnale.
Angelo si precipitò al pozzo e disse: «Tutto ok, Salvo?»
«Sì.», rispose il ragazzo.
«Allora, via!» disse alfine Angelo, facendo segno con le mani di andare piano.
I quattro ragazzi cominciarono a girare, lentamente.
La noria, sia pur cigolando, come risvegliata da un sonno lunghissimo, ricominciò a compiere quel movimento che aveva fatto per secoli. Un movimento di vita.
La scaletta di ferro, sotto gli occhi vigili di Cesco, che non perdeva un attimo di vista il fratello, cominciò lentamente a risalire dal pozzo.
Salvo vedeva il cerchio del cielo ingrandirsi sempre più sulla sua testa, come fosse l’aureola di un santo. Arrivato all’imboccatura del pozzo, vide la mano tesa di Cesco che l’attendeva. Gli diede la mano destra, mentre l’altra fu afferrata da Angelo.
Fu issato al sicuro e, stando in equilibrio sul piede buono, abbracciò Cesco.
In quel viluppo fraterno, vide dapprima il cielo, che volgeva al tramonto con squarci rosati che mai prima d’ora gli erano sembrati così belli. Poi, guardando dall’altra parte con gli occhi pieni di lacrime, vide tutti gli altri ragazzi. Erano attorno alla noria e osservavano in silenzio.
Salvo li guardò uno ad uno, e stringendo forte Cesco, disse grazie con un sorriso.
Antonio Campanile
P.S.
I nomi dei due protagonisti e parte della storia non sono casuali. Essi rimandano ai due fratelli di Gravina, Ciccio e Tore. Nel loro caso il destino è stato crudele: altri ragazzi li hanno scoperti (là dove “truppe” organizzate di “grandi” non erano riusciti), ma ormai troppo tardi.
Sulle prime volevo chiamare il racconto “Pozzo vivo”, ma poi, in fase di sviluppo, è balzato fuori, non previsto, il terzo protagonista che dà una svolta positiva alla vicenda: la noria.
Il titolo se lo è meritato “sul campo”.