Terrone

Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

TERRONE
di Antonio Campanile

Al contadino, vittima ignorata
di tutte le guerre e di tutte le paci.
Anonimo

Caracollante. Così ti vedo sempre, quando vaghi, quasi spaesato, per Mola. Ogni volta che ti scorgo il mio sguardo viene calamitato dalla tua persona. Eppure non hai nulla di interessante. Sei alto meno di un metro e mezzo. Non hai un look. I tuoi abiti sono sdruciti e sovradimensionati. Persino la coppola è più grande della tua testa. Fai fatica a camminare. Allarghi le braccia ad ogni passo, per bilanciare l’equilibrio instabile delle tue gambe arcuate. Il tuo sguardo è sempre sofferente. Mai una volta che ti abbia visto con un’espressione diversa da quella che ti corruga il volto dalla A alla Zeta.
Solo, sempre solo. Anche quando sei sulla piazzetta antistante casa, quando trovi qualche minuto per sederti sulla panchina, non c’è mai nessuno che ti rivolga parola. Soltanto per qualche giorno ti ho visto con un quadrupede meticcio. Solo con un cane.
Mi chiedo in continuazione quali pensieri passino per la tua testa, quali immagini aleggino nel tuo universo privato. Ma sbaglio a fare congetture. La risposta è semplice. Pensi alla campagna. Sempre. Pensi alla vita di cui sei orfano a causa delle leggi del tempo. Era dura, lo sai, quella vita. Ma era tutto quanto dava senso alla tua esistenza.
Ti piaceva alzarti molto prima dell’alba. Preparavi alacremente le cose da mangiare nella pausa di mezzogiorno: pane, pomodoro e qualche frutto. Tiravi su acqua fresca dal pozzo e lo mettevi nel cicinato. Poi ti avviavi. A piedi oppure, quando eri fortunato, su un traino del padrone di turno.
Eri un lavoratore perfetto. Silenzioso e solerte. Quando arrivavi in campagna il tuo umore mutava di colpo. Ti sentivi in simbiosi con la terra, che sapevi aver bisogno delle tue mani come la creta per un vasaio.
“Tutto viene dalla terra e tutto va alla terra”.  Era il tuo motto speciale, una frase tutta tua, anche se concepita in dialetto, che ti era sgorgata spontanea da quella fronte che di solito tracimava solo sudore.

Adesso che vai per il paese, ti senti un alieno. Il mondo attuale ti pare un pianeta completamente nuovo. Odii le macchine, le moto e tutto quanto si muova senza un animale che lo spinga. Ma la cosa che più non ti va giù  è che questo pazzo mondo ha un gusto maniacale per lo sperpero. Osservi persone e persone che non fanno altro che comprare e gettare. Ti guasti la digestione quando vedi passare quei gran camion pieni di spazzatura, i mulini a vento contemporanei.
Pensi allora a quando eri giovane. In paese non esisteva la nettezza urbana. Tutto veniva dalla terra e tutto andava alla terra. Il primo spazzino, che serviva Mola, comparve nel dopoguerra, quando cominciasti ad avvertire i primi refoli del cambiamento. Fino alle tempeste di oggi.

A parte un viaggio in bus a Roma, con i confratelli – che ti lasciò allibito -  non hai mai varcato i confini di Mola.  Ogni tanto, soprattutto d’estate, vedi gente forestiera per strada. E immagini le terre fantastiche dove essi vivono. Terre verdi, dove non manca mai l’acqua.
Una volta, l’estate scorsa, ti è capitato un episodio che ti torna spesso alla memoria.

Faceva un gran caldo, era una giornata di primo agosto, verso mezzogiorno. Ti eri sospinto fin verso il mare, dalle parti del vecchio ospedale. Ti eri fermato alla fontana, quella vicino l’edicola, per bere un po’ d’acqua. Stavi accingendoti a compiere quei movimenti, bradipici e rituali, che ti avrebbero permesso di sorseggiare con piacere quel liquido naturale e miracoloso. Non ti accorgesti della macchina sportiva che si stava accostando alla fontana. Solo quando il solito rumore rombante ti fu vicino vedesti scendere due giovani prestanti. Il loro accento non lasciava dubbi: erano forestieri. Ti si rivolsero con fare deciso, non avvertendosi che tu stavi già facendoti da parte. Non avevi fretta. Il tuo tempo è lo stesso della natura, lento e accomodante.
«Ciao terrone!»,  ti aveva detto uno di loro, avvicinandosi al rubinetto.
Li lasciasti bere e li vedesti andar via, veloci.
Fu allora che, finalmente, togliendoti il berretto, ti avvicinasti alla fontana e cominciasti a bere. Poi, sollevandoti con lentezza, ti venne di guardare in direzione della macchina appena partita. Pensavi a quello che ti aveva detto il conducente. Il tuo italiano stentato non ti impedì di comprendere che si trattava di una parola che aveva a che fare con la terra, la tua amata terra.
Fu in quel momento che le tue labbra abbozzarono, per la prima volta, qualcosa che assomigliava ad un sorriso.

Balle

Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume
BALLE
di Antonio Campanile

Un rifiuto. Così ti sei sentito. Nessuno ti guarda, e quando qualcuno si degna, ti rifila un’occhiata di sottecchi con un retrogusto di disgusto.
È allora che ti viene da pensare a quando eri pimpante e ti sentivi a pieno titolo un prodotto della società dei consumi. Ti reputavi bello e attraente, quando vedevi rilucere la tua silhouette in pubblicità. Tv, giornali, internet, volantini: eri dappertutto. Ti piaceva essere osservato dal mondo intero, in quell’atmosfera ovattata e patinata che sembrava una promessa di eternità: un oggi senza fine.
Ma poi giunse il giorno in cui scopristi di essere stato prima usato e quindi, inesorabilmente, gettato via. Vedesti il mondo crollarti addosso, con i riflettori rivolti altrove, ai tuoi epigoni, dietro la voce stentorea di “Avanti un altro!”.
Diventasti un oggetto terminale, apparentemente inutile, pronto a essere scaricato, dall’indifferenza generale, in quei luoghi remoti, la periferia della periferia, di cui tutti sanno ma che tutti, proprio tutti, vorrebbero fossero al di fuori dei propri confini, in un altrove da obliare, parente stretto del chissenefrega.
Ma quando tutto sembrava finire nell’ammasso indistinto del rifiuto generale, ecco che si è aperto uno spiraglio. Hai sentito una voce nuova, piena di speranza.  I tuoi occhi spenti si sono illuminati.
Hai sentito parlare della possibilità di rientrare nel mondo attivo. Una specie di rigenerazione, di riciclo.
Per far questo devi innanzitutto smetterla di considerarti un ammasso indistinto. Devi trovare in te le parti vitali, quelle portatrici di valore. A ben guardarti, ne troverai molte. Esse ti permetteranno una vita eterna, come nella reincarnazione di alcune religioni orientali. Dovrai rinunciare per sempre solo a quelle poche parti di te che non hanno più senso, pur essendo vestigia di un passato baluginante.
Ed anche quando tutto sarà perduto, e sarai alla fine dei tuoi giorni, c’è chi dice che dopo la cremazione, incenerendoti, riuscirai a trasformarti in pura energia che rientrerà nelle cose del mondo. Ma a quest’ultima affermazione, e solo a questa, non hai mai creduto fino in fondo. Per te sono solo balle.

Antonio Campanile

Non farlo!

Domenica. Sono le 11.45. Esco per fare un giro in campagna in auto. Appena fuori, in via Carlo D’Angiò, sul marciapiedi noto Francesco dirigersi verso il cassonetto dei rifiuti con una busta di plastica piena e ben chiusa. “Francesco non farlo”, gli urlo. Si gira, mi guarda e dirigendosi verso di me mi chiede spiegazioni.

Gli dico che se sta per gettare dei rifiuti è meglio se non lo fa, vista l’ora. Francesco mi assicura che non sono rifiuti e mi chiede se voglio controllare il contenuto della busta.

Gli dico di no. Va bene (sono tanti coloro i quali non perdono tempo per depositare i loro rifiuti nel cassonetto più vicino, a tutte le ore, anche dopo pranzo con 40 °C all’ombra). Meglio così. Lo saluto ed entro in auto. Francesco con la sua busta supera il cassonetto dei rifiuti.

La cosa non mi ha convinto.

Faccio il giro dell’isolato con l’auto e rivedo Francesco con la busta andare verso Bari, in Corso Italia. Dopo un po’ non lo vedo più. Immagino che abbia girato in via Vomero. A debita distanza lo seguo. Prendo via Vomero ma non c’è. Giro ancora a destra e lo noto. Eccolo. Ha di fronte un cassonetto aperto, come succede spesso. Francesco si avvicina e butta la busta bel cassonetto. La busta dei rifiuti. Lo raggiungo in auto e gli faccio i complimenti. Mi ringrazia e china la testa.

PiSa

La noria

Mal costume mezzo gaudio
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LA NORIA

di Antonio Campanile

«Torniamo, Cesco?»
«Facciamo solo un altro giro.»
«Ma si è raccomandata di essere a casa alle 12.»
«Lasciala perdere quella lì.»
«Non devi più chiamarla così. Lo sai che si arrabbia forte. La devi chiamare “mamma”. Hai capito?»
«Ora non ci sente. E poi non ci vuol bene. Pensa solo ai figli suoi.»
«La devi chiamare “mamma” lo stesso, va bene?»
«Vabbè, Salvo, ma adesso passiamo dalle ville abbandonate. Un salto e poi torniamo.»
Salvo annuì con un senso di rassegnazione. Anche se aveva solo due anni in meno, i 13 anni di Cesco glielo facevano sembrare un giovanotto e lui pendeva sempre dalle sue labbra.
Dai pressi della chiesa nuova, una delle poche chiese moderne del circondario che si lasciassero ammirare, i due puntarono decisi verso il mare, ove si ergevano una decina di rustici di villette, in apparente stato di abbandono. In realtà i loro scheletri, lasciati così da più di dieci anni, erano lì a testimoniare uno dei tanti pastrocchi edilizi di cui è pieno il nostro Sud.
«Perché sono abbandonate, Cesco?»
«Non sono abbandonate, sono sotto sequestro.»
«Motivo?»
«Te lo spiego un’altra volta. Dai, andiamo a vedere cosa c’è nel nascondiglio di Nino!»
«Ma ha detto che se ficchiamo il naso nelle sue cose ci fa un mazzo così.»
«Su, su, non fare il cagasotto. Mica gli rubiamo niente.»
Cesco si fece largo tra quel che restava delle recinzioni arancioni del sequestro e si diresse verso una delle villette, seguito da Salvo. Scesero nel seminterrato ed entrarono in uno sgabuzzino. Lì, sotto un cartone, accatastati alla rinfusa, c’erano una serie di oggetti provenienti da automobili.
Cesco cominciò a rovistare e, dopo un po’ tirò fuori quello che cercava.
«Bella eh? Nino me ne ha parlato come il suo colpo migliore.»
«Da dove l’ha presa?», chiese Salvo, titubante.
«Non vedi il marchio? Da una Ferrari.»
Cesco aveva in mano una splendida coppa di una ruota con al centro il Cavallino Rampante.
«Nino fa la collezione di tutti quegli oggetti che riesce a “recuperare” dalle macchine di lusso. Mille rischi per una passione: che tipo!», disse Cesco. Poi, con gli occhi che s’illuminavano, tenendo stretto a sé la coppa soggiunse: «Andiamo su!»
«Non vorrai mica rubarglielo?», disse Salvo con un’espressione sbalordita.
«Ma no, è solo un prestito. Vieni, mi è venuta un’idea.»
Senza soggiungere altro, Cesco uscì dal rustico seguito dal fratello e si diresse verso l’uscita nord del gruppo di villette, quella che dava ad un campetto incolto.
A quel punto cominciò a correre, all’impazzata, distanziando volutamente Salvo, che tentava inutilmente di stargli dietro. Giunto al punto che gli sembrava giusto, si fermò di colpo e, girandosi verso il fratello, gli lanciò la coppa, come fosse un frisbee.
«Prendilo, Salvo!»
Salvo, capì il gioco e si protese tutto verso il disco volante di marca, nel tentativo di prenderlo, ma esso gli passò di un buon mezzo metro sopra la testa. Poi lo raccolse e lo lanciò a sua volta verso Cesco.
Il sole di inizio giugno non può fermare due ragazzi che giocano: continuarono per qualche minuto scorazzando in tutti i punti di quel fazzoletto di terra.
Ad un tratto Salvo, che ormai stava affinando in fretta la tecnica del lancio, riuscì ad imprimere al disco una traiettoria insidiosa. Cesco seguì con gli occhi la bella parabola e, nel tentativo di prendere l’oggetto al volo, compì alcuni passi a ritroso, alla cieca.
Improvvisamente il suo piede destro si poggiò sopra una tavola quadrata di non più di un metro di lato, che era sormontata da alcuni piccoli sassi. Il peso del corpo di Cesco fece girare la tavola.
«Ah!»
Salvo, che era a non più di una quindicina di metri, sentì l’urlo e vide il fratello come inghiottito nel ventre del terreno.
«Cesco, Cesco!», gridò correndo trafelato verso il punto della caduta.
Si accorse subito che era un pozzo incustodito. Si avvicinò al bordo e si affacciò.
Dapprima non vide nulla, perché i suoi occhi erano troppo abituati alla luce, poi, pian piano, cominciò a scorgere il fondo. Il pozzo era profondo meno di otto metri. La figura di Cesco si vedeva bene. Era di lato, in una posizione semiraccolta, e non dava segni di vita.
«Cesco, rispondimi!», gridò a squarciagola Salvo. Invano.
Senza pensarci un istante Salvo si girò e tentò di calarsi nel pozzo. Aveva visto che in alcuni punti la parete dell’inghiottitoio presentava delle increspature. Allargando le braccia e le gambe, cercò con movimenti combinati di scendere, a poco a poco. Era arrivato a metà strada, quando il materiale tufaceo sotto il suo piede d’appoggio cedette. Salvo cadde a peso morto, e, anche se erano pochi metri, mise male il piede quando toccò terra, tanto da sentire come un crac. Fortunatamente non rovinò addosso a Cesco.
Dopo un attimo di sgomento, con la caviglia che gli faceva male, si avvicinò carponi al fratello. Gli girò la faccia con le mani. Con sollievo vedeva che respirava.
«Cesco!», gridò disperato, strattonando leggermente il fratello per le braccia.
Il fratello cominciò a muoversi lentamente e quindi, aprendo gli occhi disse confuso: «Dove sono?»
«Siamo caduti in un pozzo.»
Dopo qualche istante di intontimento, Cesco riuscì a sollevarsi. Si rese subito conto che erano caduti in una cisterna abbandonata, probabilmente usata in passato per recuperare acqua dalla falda. In quello stanzone c’era di tutto, con prevalenza di materiale edilizio di risulta. Si avvicinò ad un lastrone con superficie sinusoidale.
«Non toccarlo!», gli intimò Salvo.
«Perché?»
«È amianto, è cancerogeno. Me lo hanno detto a scuola. Non muovere niente. È una piccola discarica abusiva, ecco cosa è diventato questo vecchio pozzo. Hanno buttato della roba, hanno coperto l’imboccatura con una tavola e hanno risolto i loro problemi.»
Cesco allora puntò dritto verso il tunnel del pozzo. Per alcuni minuti, con una serie indicibile di sforzi, cercò di risalire. Arrivò anche a rompersi alcune unghie delle mani. Fu tutto inutile.
Cominciarono ad urlare, a chiedere aiuto, ma sapevano che da quelle parti non sarebbe mai passato nessuno, se non per caso.
«E tu che fai lì a terra, perché non ti alzi e mi aiuti?», disse Cesco al fratello.
«Mi fa male la caviglia. Forse è rotta.»
«Allora siamo fregati. Non ci resta che aspettare.»
Detto questo, si sdraiò vicino al fratello. Dopo un po’, per tutto quello che avevano passato, si addormentarono quasi contemporaneamente.
Fu un suono familiare a svegliarli poche ore dopo.
«Le campane, Cesco, le senti?»
«Sì, oggi è la festa del Corpus Domini. Starà partendo la processione dalla Matrice, e tutte le altre chiese stanno suonando insieme le campane.»
«Ci troveranno?», disse sconsolato Salvo.
«Forse sì, forse no. Possiamo solo aspettare.»
Di lì a poco cominciarono a sentire in lontananza un vociferare di ragazzi. Non ci misero molto a capire che stavano giocando a calcio in uno dei campetti limitrofi.
«Aiuto! Aiuto!» urlarono all’unisono, ma invano. Erano troppo distanti.
Poi, come se una mano divina si muovesse a pietà per i due sventurati, ci fu un rinvio del portiere completamente sballato.
Salvo sentì un piccolo tonfo di fianco a lui, nel punto in cui era caduto. Si voltò e vide una sfera di gomma arancione. Era un pallone. Non fece in tempo a rendersi conto della cosa che sentì assieme a Cesco uno scalpiccio provenire dall’uscita del pozzo.
«Angelo, il pallone è caduto in un pozzo!», disse Nicola all’amico, mentre gli altri compagni sopraggiungevano nel frattempo.
«Aiuto, siamo caduti!», gridò subito Cesco.
I ragazzi si guardarono gli uni gli altri dalla sorpresa, poi, spinti dalla curiosità, si sporsero nel pozzo.
Cesco e Salvo videro una corona di teste che incorniciava quell’unico pezzo di cielo azzurro che si vedeva da sotto.
«Andiamo a chiedere soccorso.», disse Angelo.
«No!» disse allora Cesco, riconoscendo l’amico. «Non andate a dirlo a nostro padre. Se lo viene a sapere ci spezza le ossa. Perché non cercate di trovare una corda, una scala, o qualcosa del genere?»
Angelo, che era il capobanda, si guardò intorno, pensando sul da farsi.
«Perché non usiamo la “ngegn”?», disse Nicola, sparandola lì.
«La cosa?», rispose Angelo.
«Quella lì!», rispose Nicola indicando un punto preciso verso la strada.
A pochi metri da loro, seminascosta da un paio di alberi di fico, c’era una vecchia noria.
«Qualche tempo fa ci abbiamo giocato», soggiunse Nicola «e abbiamo visto che non è del tutto rotta.»
I ragazzi si avvicinarono alla noria. Nonostante gli anni, era ancora integra. Mancavano solo il palo di legno cui si legava il mulo, e i secchi collegati alla catena-scaletta di ferro. Quest’ultima non era chiusa ma aveva una maglia rotta.
Questo dettaglio sembrò provvidenziale ad Angelo, che intuì in un baleno la soluzione.
«Ascoltatemi attentamente.», disse al gruppetto. «Quello che dobbiamo fare è calare la scaletta di ferro della noria fino al pozzo, tanto è abbastanza lunga per arrivare fin lì sotto. Quindi faremo salire Cesco e Salvo.»
Detto questo Angelo e Nicola, che erano i più robusti della ciurma, salirono sulla ruota che dava al pozzo della noria e issarono la catena di ferro che un tempo tirava l’acqua. Una volta trovato l’anello slegato lo diedero ad un altro ragazzo e così in breve, la scaletta fu calata nel pozzo. Con qualche giro di ruota della noria si riuscì a farla giungere fino al fondo.
«Dai, salite!» disse allora Angelo.
«Saliamo!», disse Cesco al fratello, aiutandolo ad alzarsi.
«Ahi, che male!» esclamò Salvo. «Non ce la faccio, devo avere la caviglia rotta. Non vedi com’è gonfia?»
«Accidenti, questa non ci voleva.» Poi, rivolto ad Angelo disse: «Salvo ha la caviglia rotta, che facciamo?»
Angelo ci pensò su un attimo e poi, risoluto, disse: «Riesci almeno a farlo stare in piedi sulla scaletta? Potremmo cercare di tirarlo su noi.»
«Ci provo.» rispose Cesco, che, rivolgendosi a Salvo disse: «Adesso devi stringere i denti.»
Senza attendere la risposta di Salvo, Cesco lo prese per le spalle e lo sollevò.
«Poggiati solo col piede buono che ti metto sulla scaletta.»
Detto questo, prese di peso Salvo e lo spostò sul primo piolo della scaletta di ferro.
«Adesso tieniti aggrappato forte. Io vado su e poi ti tiriamo tutti insieme. Non mollare la presa per nessun motivo. Hai capito?»
«Va bene.», rispose Salvo con trepidazione.
Cesco salì lentamente dalla scaletta, facendo i primi metri dalla parte opposta di Salvo e poi mettendosi per il verso giusto. Uscito dal pozzo si consultò con Angelo.
«Ora potremmo tirarlo su tutti insieme. Ma ho paura che possiamo fare del male a Salvo. basta uno scivolone.», confidò all’amico.
«Aspetta.», disse Angelo «E se usassimo la noria anche per tirarlo su? Non dovremmo avere i problemi di cui hai parlato.»
«Proviamo!», rispose Cesco.
«Dobbiamo solo trovare un palo. Su ragazzi, guardatevi in giro!»
Non ci volle molto. Lì nei pressi c’erano alcuni tronchi di sostegno di un vecchio tendone. Presero il più robusto e lo diedero ad Angelo. Questi, lo visionò e lo inserì nel punto giusto.
«Adesso ho bisogno dei…muli. Voi quattro!», disse indicando quattro compagni, presi tra i più prestanti. «Prendete la barra e tenetevi pronti a girare, molto lentamente, al mio via.»
I quattro ragazzi afferrarono il palo e attesero concentrati il segnale.
Angelo si precipitò al pozzo e disse: «Tutto ok, Salvo?»
«Sì.», rispose il ragazzo.
«Allora, via!» disse alfine Angelo, facendo segno con le mani di andare piano.
I quattro ragazzi cominciarono a girare, lentamente.
La noria, sia pur cigolando, come risvegliata da un sonno lunghissimo, ricominciò a compiere quel movimento che aveva fatto per secoli. Un movimento di vita.
La scaletta di ferro, sotto gli occhi vigili di Cesco, che non perdeva un attimo di vista il fratello, cominciò lentamente a risalire dal pozzo.
Salvo vedeva il cerchio del cielo ingrandirsi sempre più sulla sua testa, come fosse l’aureola di un santo. Arrivato all’imboccatura del pozzo, vide la mano tesa di Cesco che l’attendeva. Gli diede la mano destra, mentre l’altra fu afferrata da Angelo.
Fu issato al sicuro e, stando in equilibrio sul piede buono, abbracciò Cesco.

In quel viluppo fraterno, vide dapprima il cielo, che volgeva al tramonto con squarci rosati che mai prima d’ora gli erano sembrati così belli. Poi, guardando dall’altra parte con gli occhi pieni di lacrime, vide tutti gli altri ragazzi. Erano attorno alla noria e osservavano in silenzio.
Salvo li guardò uno ad uno, e stringendo forte Cesco, disse grazie con un sorriso.

Antonio Campanile

P.S.
I nomi dei due protagonisti e parte della storia non sono casuali. Essi rimandano ai due fratelli di Gravina, Ciccio e Tore. Nel loro caso il destino è stato crudele: altri ragazzi li hanno scoperti (là dove “truppe” organizzate di “grandi” non erano riusciti), ma ormai troppo tardi.
Sulle prime volevo chiamare il racconto “Pozzo vivo”, ma poi, in fase di sviluppo, è balzato fuori, non previsto, il terzo protagonista che dà una svolta positiva alla vicenda: la noria.
Il titolo se lo è meritato “sul campo”.

A ruota libera – Sesta ed ultima parte –

Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume
A ruota libera  – Sesta ed ultima parte –

Chissà se la realizzazione della pista ciclabile li avrebbe lasciati lì quegli arbusti. E chissà di cosa erano state testimoni quelle piante in tutti quegli anni. Forse niente di speciale, forse solo il perpetuo andirivieni delle autovetture, dei motori, delle bici; eppure, nella lenta trasformazione di quel noioso andirivieni, in quella infinita ripetizione lievemente, ma costantemente, diversa, c’era forse il segreto del cambiamento delle cose, della storia, come nelle foto del film di Harvey Keitel. Nell’evoluzione delle auto, della loro foggia, del tipo di combustione utilizzato, dei motori stessi, della composizione dei fumi scaricati, dei modelli delle biciclette, della potenza dei veicoli, degli abiti dei loro conducenti, dell’asfalto che di volta in volta copriva le radici degli stessi arbusti, dell’aspetto dei campi di fronte ad essi c’era l’impronta del moto perpetuo della vita degli esseri umani, della loro operosità, della loro irrequietezza, del fatto che essere vivi, essere in vita, essere nel gioco della vita, è essere in movimento, è trasformazione. Ma, d’altro canto, Mino si rendeva conto con sgomento che il gioco della morte, anch’esso, sì – che strano, era così – e il gioco del dolore e quello della gioia, non erano che trasformazione, cambiamento, evoluzione. Lo era anche il gioco della malattia! Da uno stato all’altro, elementi chimici che si associano e si disfano, in perpetuo movimento, seguendo le leggi della vita, della morte, della malattia, e chissà di cos’altro.
Mino cominciò ad accelerare, preso dal piglio veloce del treno dei pensieri sul cambiamento. Passava allora di fronte alla stradina che porta alla spiaggia dei Cannoni. Riflessioni del genere non erano all’ordine del giorno. Era curioso: forse quell’insolito pedalare accanto alle sezioni di cespuglio era la causa del colore esistenziale delle sue riflessioni. Anzi, forse, l’inaspettata rivelazione di quello che fino ad allora era rimasto nascosto dell’intimità delle siepi poteva trasformare lui, sì lui!, in testimone, in depositario di un qualche segreto che le piante avevano da confidargli. Continuò a pedalare, e a prendere velocità, e ad accelerare il respiro e nel giro di qualche minuto si ritrovò in corrispondenza della carcassa ossidata della IOM. Ma, mentre procedeva rapido, l’occhio di Mino non si staccò dalle siepi dimezzate. Si accorse che tra esse vi era un’infinità di altre piante, le cui propaggini erano rimaste intrecciate tra loro e avvinghiate ai tronchetti di quei cespugli sezionati. Erano rampicanti in primis: edera, bignonia, buganvillea, hibiscus, passiflora –  con gli ovali frutti arancioni appesi qua e là – , edera variegata, vite americana; il gelsomino odoroso che di tanto in tanto richiamava l’attenzione con degli sbuffi di profumo dolci e fragranti; campanelle rampicanti con le allegre infiorescenze pendenti viola e bianche. Vi erano altre piante da siepe, sbucate verso i bordi della strada dai confini dei giardini di alcune ville: l’evonimus, il lauroceraso, il callistemon, e rovi di more, costellati di frutti rinsecchiti, attorcigliati al guardrail, che costituiva l’unico elemento di continuità orizzontale del panorama, eccettuata la linea dell’orizzonte che suddivideva il mare dal cielo e la strada. Mino aumentò ancora l’andatura, in una sorta di ebbrezza che lo rendeva avido di immagazzinare quante più immagini fosse possibile di quello svelamento. Il contorno delle pale dei numerosi fichi d’india era evidenziato dalle file di frutti attaccati alle loro sommità, che costituivano uno sfondo di un verde-grigio tendente al celestino rispetto alle siepi. Alberi di fichi, fitti fitti di rami carichi di foglie appena giallastre si alternavano a giovani tronchi ulivo e a rami di pino e di banano sconfinati sulla strada dalle intercapedini create dal disegno di mattoni bianchi del muretto di qualche villa. Di tanto in tanto comparivano delle agavi guardinghe, verdi e con i bordi gialli, qualche palmizio e folti gruppi di canne con i loro pennacchi beige. Una fila di ailanti interrompeva le siepi per una ventina di metri da un lato e dall’altro della strada, poco prima dell’abitato di Cozze.
Contemporaneamente, in basso, nelle fasce marroni di terra, intrappolata e nascosta tra i tronchi delle siepi, era custodita una continua, interminabile, sterminata, successione di scarti, residui, rifiuti che, assieme alle piante sotto le quali si trovavano, riprendevano e ampliavano quella composizione degli opposti, quell’ossimoro di cose e di situazioni che Mino aveva notato nei pressi del cimitero. Erano tanti, tanti i rifiuti. Sembrava la cartina di tornasole del modo di vivere di quel tempo, del suo modo di vivere, della sua socialità, o quanto meno di quella dei luoghi che quella strada attraversava: c’era davvero di tutto. Ci si poteva sbizzarrire a raggruppare quegli scarti per tipologie, non mancava nulla. Contenitori di plastica di tutti i tipi: flaconi per detersivi, vaschette per patatine fritte, bottiglie piccole e grandi per l’acqua, barattoli di salviettine rinfrescanti, cilindretti di deodoranti, spazzolini, taniche per prodotti agricoli, scatole di polistirolo per piantine, imballaggi di plastica di tutte le grandezze e buste, alcune delle quali sventolanti da qualche ramo a mo’ di bandiera. Brandelli lordi di abbigliamento: una camicia blu scuro, un grembiule da cucina a quadrettini bianchi e rossi, gambaletti e collant di nylon arrotolati, calzini corti e lunghi spaiati, uno scamiciato celeste da signora, calzature, anch’esse spaiate, di tutti i tipi –  ciabatte da mare, mocassini in pelle nera e marrone, pantofole, qualche stivale, di pelle e di gomma, di cui uno alto e marrone, da pesca. Ovviamente, essendo vicina la costa, folta era la rappresentanza dell’attrezzatura da mare: palette, secchielli, formine, raschietti, una borsa mare blu trasparente, un ombrellone dalle stecche storte e spezzate, un tappetino para-scogli, lo scheletro arrugginito di una sedia a sdraio, una borsa frigo arancione spaccata, qualche pezzo di stuoia, flaconi vuoti di creme protettive e abbronzanti. Cospicuo anche le sfasciume dei mezzi di trasporto: camere d’aria, copertoni, una catena di bicicletta, specchietti retrovisori fracassati, arbre magique sbiancati, una marmitta bucherellata dalla ruggine, un sedile squarciato dal quale fuoriusciva della gommapiuma sporca, color giallo scuro. Prodotti per desideri indotti: scatole di sigarette, buste di caramelle formato famiglia, foderi di telefonini, bottigliette di mascara, tubetti vuoti di rossetto, flaconcini di vetro di smalto per unghie. Una categoria alla quale non aveva mai pensato era quella di “origine” culturale: un paio di libri ingialliti, macchiati e spaginati, fogli di giornale, giornalini di enigmistica, qualche rivista – prevalentemente di gossip –, pezzi di cd. Ciarpame tecnologico: un paio di radioline, un televisore dallo schermo in frantumi, lo scheletro arrugginito di una lavatrice, schede elettroniche ossidate, toner scarichi, cartucce per stampanti, un mouse. E poi un tappeto sminuzzato di schegge, detriti, frammenti più o meno riconoscibili che lasciava intendere che la quantità sarebbe potuta essere maggiore, non fosse intervenuto il tempo a consumare o il caso a trasportare il pattume più antico.
Ma come vi era finita lì tutta quella roba? Gli oggetti più leggeri potevano essere stati trasportati dal vento o erano rimasti intrappolati in qualche modo tra la folta vegetazione; ma le scarpe e il televisore e il copertone, e i secchi di latta e le cassette di legno e gli stivali e l’ombrellone e il sedile e la lavatrice e la marmitta? Mino spostava lo sguardo in basso, in alto, lateralmente, e passava dallo spettacolo impietoso dell’accumulo di scarti, che stentava a considerare come possibile, a quello rassicurante e tonificante dell’intreccio e dell’alternarsi rigoglioso delle piante. Com’è possibile, com’è possibile… come sono finiti lì? Chi ce li ha portati lì? Continuò ad accelerare, accelerare e per qualche attimo chiuse gli occhi per sentire sulla pelle sudata del viso il fresco provocato dall’attrito dell’aria che, nonostante tutto, era carica degli umori della linfa, profusi dalle siepi sezionate.

Lucia Diomede

(questo racconto breve di Lucia Domede è stato pubblicato in sei parti, ogni lunedì, nelle ultime settimane)

A ruota libera – Quinta parte -

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Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

A ruota libera  – Quinta parte -

Quella strada gli apparteneva quasi fosse un’appendice della compagine di ricordi, abitudini acquisite, comportamenti appresi e trasmessi, atteggiamenti e valutazioni che si tramandavano in modo inconsapevole, non esplicitato, nell’ambito famigliare e che costituivano la dimora simbolica in cui Mino era cresciuto. Era incredibile cosa riusciva a riaffiorare alla memoria quando con lentezza e tranquillità ci si immergeva nei luoghi e si dialogava con essi. Lentezza e tranquillità. Era proprio questo che intendeva per  «relazione con i luoghi».
La catena delle riflessioni procedeva molto più velocemente di quella messa in movimento dai pedali: era arrivato appena a Pundecidde, all’immissione nella ex-statale 16. L’andatura lenta, riflessiva, non gli dispiaceva, anzi, al contrario; la mountain bike era provvista di marce, ma Mino non se ne curava, si comportava come se fosse ancora in sella alla sua vecchia Mannarini senza marce: aveva scelto un rapporto medio, che potesse andar bene in pianura, in salita e in discesa, per rallentare o accelerare soltanto con le sue gambe.
Una volta Pundecidde era uno svincolo pericolosissimo: non c’era un sottopassaggio o un ponte che portasse alla corsia di accelerazione nella propria carreggiata; in pratica, si attraversava l’intera arteria perché non c’era alcuna suddivisione dei sensi di marcia e bisognava cogliere fulmineamente il momento propizio in cui non passassero macchine né nel senso contrario al proprio né in quello proprio. Anche a quei tempi il traffico era massiccio perché la statale 16 era l’unica via di comunicazione che collegasse tutto il versante adriatico pugliese e tutti gli svincoli di immissione, in corrispondenza delle diverse cittadine, erano stati progettati e realizzati nello stesso modo. D’estate, anche più di una volta al giorno, gli era capitato di sentire il suono sinistro della sirena dell’autoambulanza che accorreva a prestare soccorso laddove si erano verificati degli incidenti. Ne era passato di tempo da allora. Con l’avvento della tangenziale a doppia corsia, la «vecchia statale» era diventata una strada secondaria di servizio, che consentiva di raggiungere agevolmente le ville e i terreni agricoli delle contrade di San Giovanni, I Canneun, Lama Palomb, A Cepeddozze e delle altre che si susseguivano in linea d’aria, comprese le terre di Calarena che dal versante occidentale, costeggiavano l’ultimo tratto della gravina di Monsignore, via via fino ai terreni di fronte all’abitato di Cozze. Era un’alternativa alle antichissime strade vicinali che conosceva a menadito e che erano ancora indispensabili per la circolazione degli addetti all’agricoltura. Dal lato del mare, era una comodissima scorciatoia per raggiungere i pènn, che si affacciavano sul mare con i loro muretti a secco e gli estivi filari di pomidoro.
Da quando non era più statale, il traffico non era diminuito, ma era cambiato qualitativamente: erano comparse a frotte le biciclette, con in sella persone di tutte le età: ragazzini che, in comitiva, sull’onda dell’entusiasmo per le prime uscite senza il controllo degli adulti, raggiungevano il mare; signore di mezza età, che approfittando delle belle giornate, coglievano l’occasione per fare un po’ di movimento; giovani donne e uomini alle prese col tenersi in forma; sportivi con tenute ciclistiche ineccepibili che da lì cominciavano il più lungo itinerario dell’allenamento. Non mancavano motori rombanti e sfreccianti e quelli dalla più modesta cilindrata, con cassetta di legno montata artigianalmente in corrispondenza della ruota posteriore. Camion e furgoni e auto erano diminuiti di molto.
Appena Mino si immise sulla ex-statale, fu accolto da una novità: sapeva che era in atto la costruzione di una pista ciclabile ma non aveva idea che quest’ultima sarebbe stata occasione di stupita meraviglia. La necessità di ricavare spazio per la posa in opera delle linee elettriche e dei muretti di delimitazione aveva reso indispensabile potare drasticamente le fittissime siepi, anche qui prevalentemente di pitosforo e oleandro, ai due lati della strada, la cui crescita era ormai fuori controllo. Ma la potatura era bizzarra, stravagante quasi: non era il solito sfoltimento diffuso e distribuito su tutto il volume del cespuglio. Il verde lussureggiante più scuro e brillante dei cespugli di oleandro, più chiaro e lucido del pitosforo, era stato più che dimezzato verticalmente, denudando, in basso, le ceppaie degli arbusti. Nelle sezioni degli oleandri si potevano distinguere, tra i tronchetti dall’incarnato beige rugoso e chiarissimo, i rami più giovani, più elastici e sottili, tendenti al verde mentre da quelli più anziani, che erano più grigi e spessi. Gli ricordavano le gambe esili e ceree di suo padre, ormai anziano, che per la scarsa deambulazione negli ultimi anni erano dimagrite moltissimo. Il pitosforo invece scopriva dei rami marrone scuro, legnosi, meno lineari, più tortuosi e intricati, le cui nodosità erano simili alle mani vecchie, raggrinzite e scure di suo padre. Accelerò sensibilmente e alzò lo sguardo: lo stesso tipo di potatura era stato fatto su tutti gli arbusti che si affacciavano sulla strada. In alto, restava una cresta, piatta sul davanti, e tondeggiante sul retro. Dal lato della costa, negli ormai larghi interstizi tra le foglie e i rami, e al di sopra di questi ultimi, si intravedeva l’azzurro calmo del mare, che l’aria sciroccale, in quel primo pomeriggio di Ottobre scolorava verso sfumature celeste pallido. Il fatto che ambedue i tipi di pianta gli avessero ricordato gli arti senescenti di suo padre la diceva lunga sull’attaccamento di Mino a quel percorso, ma gli suggeriva anche che quelle piante erano lì davvero da tanti, tanti anni.

- Continua –

Lucia Diomede

A ruota libera – Quarta parte -

Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

A ruota libera – Quarta parte -

Nonostante tutto, il tratto tra Mola e Cozze restava l’itinerario preferito di Mino per i suoi giri in bici. Costituiva la prima parte, invariabile, del percorso. Quando giungeva a Cozze, la seconda si diversificava: spesso arrivava a San Vito di Polignano per la complanare che fiancheggiava il pezzo di costa del «Conte Valentini». Quest’ultimo era bordato da una piccola fascia, sempre meno intonsa, di macchia mediterranea, che offriva alla percezione della vista e dell’odorato un contrasto impareggiabile tra il marrone scurissimo del terreno e gli innumerevoli azzurri che assumeva di volta in volta il mare, a seconda dei venti e delle correnti, stemperati dai diversi verdi degli ulivi, dei fichi, dei mirti e dei mandorli. Alternativamente, alla rotonda di Cozze, girava a destra per Conversano, ritenendo che affrontare le numerose salite «del monte» con la sola forza delle gambe e del fiato gli consentiva di avvicinarsi alla fatica atavica della coltivazione dei campi, di capire qualcosa di quel genere di lavoro che ormai era folklore da museo della civiltà contadina, e che poneva l’essere umano senza mediazioni di fronte alla terra, in una sfida il cui premio era la sopravvivenza. Altre volte ancora, dalla ex-statale imboccava uno dei viottoli che vi si affacciavano e si inoltrava verso l’interno, percorrendo le strade rurali come se fossero vasi che innervavano senza soluzione di continuità l’agro di Mola, Rutigliano, Conversano, Polignano; poi, ovviamente, curiosava per le campagne, guardando piantagioni, coltivazioni, sistemi di irrigazione, tecniche di lavoro. Ma la prima parte del percorso restava fissa, sempre quella, la Mola-Cozze. Mino era consapevole di avere una tendenza involontariamente ironica all’iper-interpretazione, alla sovra-significazione di ogni atto che compiva – come, ad esempio, lo spiegare il «piacere» di percorrere una salita – quasi fosse tenuto a giustificarlo a se stesso ancor prima che agli altri, a riportarlo nei binari della razionalità, quando, invece, sarebbe potuto benissimo anche restare nell’arbitrario. Forse lo faceva per deformazione professionale: il rispondere a scuola alle domande puntigliose dei suoi alunni sui classici della letteratura che egli stesso proponeva loro, testi che non lasciavano nulla al caso e che avevano superato per secoli lo scandaglio critico di chiunque li avesse letti, lo poneva nell’abito di dover fornire una risposta razionale, dialettica, che potesse sciogliere i dubbi, che fosse in grado di allacciare sistematicamente le perplessità della domanda all’evidenza della risposta. E così faceva nel dare conto, almeno a se stesso, di quel che faceva: voleva essere consapevole di poter, di saper rintracciare in quel che faceva una ragione, una spiegazione, un criterio, quasi che il suo stesso vivere dovesse essere un testo, per sé o per gli altri, passibile di critica. In questo caso, in questa predilezione per un tratto di strada abbastanza anonimo, non particolarmente ricco di rarità o bellezze, non c’era una ragione chiara, netta, razionale: era, più che altro, un misto di sensazioni, ricordi e forse anche abitudini a rendere irrinunciabile per Mino il passaggio di lì. Talvolta, ragionava Mino, non avendo il tempo o la forza di scavare nei ricordi, si era portati a meravigliarsi del perché di certe predilezioni, a definirle capricci, velleità o, nel migliore dei casi, bizzarrie. E invece il corpo ricordava, al pari della mente; aveva una sua memoria, che non utilizzava i caratteri del pensiero lineare, del raziocinio; si poteva benissimo dire che il corpo era memoria, accoglieva dentro di sé, sedimentava, rendeva carne, nervi, muscoli, cellule quelle esperienze e le estrinsecava attraverso preferenze, propensioni, gusti. Sicuramente, una parte dell’attaccamento a quella strada risaliva all’infanzia: da piccolo trascorreva le vacanze estive con i genitori e i due fratelli in un casolare rosso che i suoi zii prendevano in affitto. Si trovava proprio a ridosso della ex statale 16, dal lato monte, ed era all’altezza dell’abitato di Cozze. A pranzo non erano mai meno di dodici persone, compresi i nonni, e spesso si aggiungevano compari, comari (da quanto tempo non utilizzava quegli appellativi!), parenti, amici. Si era sempre in tanti; durante il giorno non passava un minuto senza che ci fosse qualcuno di loro che, marmocchio, piangesse per una sbucciatura, una presa in giro, una caduta. Una singola «mano» di nascondino durava ore: ci si poteva nascondere in tutto il terreno circostante – grande cinque-sei «parecchi», diceva suo padre – con mandorli, ulivi, fichi, rovi di more, ma soprattutto due grandi carrubi dalle fronde così estese e larghe e cariche, che i rami si piegavano fino a terra, tanto da costituire un alleato insostituibile per il liscio-salva-tutti. Il terreno, poi, era un elemento immancabile in tutti i giochi; ogni tanto capitava anche di mangiarne un po’ insieme al panino della merenda, come prova di coraggio mentre si continuava a giocare con la stessa grinta con gli altri, anch’essi impegnati contemporaneamente nella merenda. Quasi si rivedeva con le braccia e le gambe magroline, scurissime per l’abbronzatura e la terra, soprattutto quando lui e gli altri bambini si erano messi in testa di riparare il malandato muretto a secco: si sprecarono le discussioni sul come fare – piani di fattibilità in nuce – e, alla fine, non trovandosi un accordo, ciascuno fece a modo suo, costruendo attrezzi rudimentali con quel che si trovava nel terreno: rami ed erba secca, cartucce vuote di cacciatori, pietre, foglie, pezzi di cartone o latta; il primo temporale estivo portò via nei primi dieci minuti il frutto di due giorni di liti ed espedienti. Poi c’era il mare: ci volevano soltanto una decina di minuti di cammino per raggiungerlo. Si attraversava la statale e, subito dopo l’abitato, il mare era lì. Andare a mare era una festa quotidiana, con tutti gli altri bambini e con la focaccia, salata come il mare, e i ricci che lui e la folta ciurma di fratelli e cugini facevano a gara a pescare. Anche questa sua fissazione per la bicicletta, sicuramente, aveva una delle sue radici nelle intere giornate trascorse da piccolo a vagabondare per il paese e per le strade di campagna con gli amici e con i fratelli, con la sua Mannarini rossa fiammante, che aveva avuto in regalo dai genitori. Si sarebbe potuto dire che in quel pomeriggio di Ottobre, quel suo giro in bicicletta, per quella strada, stava quasi rinnovando una tradizione famigliare.

- Continua -

Lucia Diomede