Auguri scomodi

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.

Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.

Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.

Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.

I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.

Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.

I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.

E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

Tonino Bello

Storie di ordinari rifiuti (3)

fiume_ariostoSono le 13.30. E’ un venerdì molto caldo per essere ottobre. L’auto indica 26 °C all’esterno. Noto un anziano signore con una busta trasparente e ben chiusa in mano. Si dirige verso un cassonetto dei rifiuti. In trasparenza nella busta si vede chiaramente una vaschetta di polistirolo. Deposita la busta nel cassonetto. Mi avvicino e gli chiedo se è proprio necessario depositare i rifiuti a quest’ora e con questo caldo. Mi dice che ha buttato della carta del televisore nuovo che gli hanno appena portato a casa. E aggiunge: “Vai a vedere cosa c’è a Portecchia; non possiamo stare neanche seduti per la puzza.” Ripeto le mie osservazioni, ripete le sue. Più volte. Mi propone di controllare ciò che ha buttato nel cassonetto. Si altera. Batte il pugno sulla mia auto. Fine della puntata.

SNIFFO!

2009-07-13 SNIFFOMal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

SNIFFO!
di Antonio Campanile

Dulce est desipere in loco
(È dolce fare qualche follia,
quando tempo e luogo lo consentono)
Orazio

Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.
Marcel Proust
Alla ricerca del tempo perduto
Dalla parte di Swann

Doveva succedere prima o poi.
La debolezza del pensiero, il suo indugiare nei recessi più segreti, alla ricerca di effimeri momenti di felicità, fa sì che la linea retta del nostro cammino subisca talvolta delle curvature, che ci consentono di evitare, per un po’, l’orripilante vista del punto di fuga, posto lì, davanti a noi, all’infinito, come un punto nero, dove convergono in un mistero le molteplici vite parallele che ci accompagnano nel cieco vagare per le strade della vita.
Scendo per le scale di casa, come sempre, per uscire dal guscio del privato e immergermi nella pubblica aia, dove poter pigolare e ripetere meccanicamente i gesti quotidiani della spesa, quando un pensiero debole, sepolto da anni, fa capolino, facendomi fare una deviazione sinuosa all’ultima rampa, lasciando così la retta dell’uscita e curvando a destra, verso la discesa. Scendo in cantina.
Mi muovo con fare furtivo, con quel senso di colpa che viene a una persona adulta quando sta cedendo alla tentazione di riesumare un gesto un po’ folle fatto tanti anni prima, nel pieno dell’adolescenza, quando ci si sente nell’onnipotenza del fare.
Mi avvicino a quell’angolo buio e nascosto, all’ombra, sposto un asse di legno e vedo lei, l’oggetto dei miei aneliti: la polvere bianca, la neve.
Mi avvicino, chiudo gli occhi, tiro fuori tutta l’aria possibile e, infine inspiro profondamente con il naso.
L’aria, intrisa di particelle attive, muta di colpo il mio umore. Un’energia subitanea comincia a scorrere per le vene, il palpito muta in un tam tam sulle tempie e i miei occhi chiusi diventano uno schermo ad alta risoluzione, pronti a veder fluire veloci tutti gli effetti speciali di cui la mia immaginazione è capace.
Il pensiero indebolito acquista di colpo vigore ed inizia a correre fugace all’indietro, a quegli anni post sessantotteschi in cui l’eskimo verde era un segno di appartenenza. Io ne avevo uno bianco, in realtà, della Nick Carter, ultima taglia di un modello per bambini che miracolosamente mi si adattava. Ma andava bene lo stesso.
Avevo un modo tutto mio, a quel tempo, di affrontare i momenti no, dai turbamenti dei primi amori alle incomprensioni con il mondo dei grandi, due scarpe di ferro con dentro enormi piedi di argilla.
Mi isolavo in un luogo segreto: la cantina di mia nonna. Lei mi lasciava sempre fare. La sua casa con la porta che non conosceva mandata, fu il teatro di quelle strane rappresentazioni, monologhi del mio essere stralunato.
Quando le cose non mi giravano andavo laggiù, in quell’ex-frantoio, enorme, buio e sotterraneo, dove l’umidità mi entrava immediatamente fino al midollo.
Ero solito sedermi vicino alle botti. Chiudevo gli occhi e sniffavo.
Il tempo e lo spazio andavano oltre la quarta dimensione, in uno stato di sospensione che mi piaceva enormemente, perchè era come un plasma nel quale tutta la congerie di immagini, suoni, sogni, emozioni, confluivano con un flusso ora calmo, ora impetuoso e furibondo, con illuminazioni e strepiti che facevano solo del bene alla monotonia monodimensionale dei fatti di fuori.
Anche in questi momenti mi sta capitando di rivivere quelle sensazioni, che sembravano definitivamente sepolte nei sedimenti della memoria che occulta le cose particolari, di cui magari si prova una vergogna nascosta, inconfessabile.
Non ho mai voluto ammettere che mi piaceva da morire quella fragranza speciale che ora emana da questa polvere bianca, che da un po’ di tempo si è formata sul muro della mia cantina: richiama il forte odore di umido e di muffa di quella di mia nonna che adoravo e che era scomparso credevo per sempre, prima che i trent’anni e passa dello scantinato della mia attuale abitazione cominciassero a creare un effluvio simile.
Me ne sono accorto per caso giorni fa, quando, andando a prendere del vino, il mio naso ha riconosciuto quell’odore antico, portandomi dritto verso la polvere bianca che lo ha generato. Certo da mia nonna le pareti erano buie e verdastre, evidente evoluzione di più di un secolo di umidità, ma la mia cantina è sulla buona strada.
Ed ora l’aver voluto rivivere quegli stati di trance della fantasia mi ha fatto bene.
Apro gli occhi con un’energia nuova. Risalgo per le scale e riprendo la retta verso l’uscita. Ho con me un nuovo pensiero, non so se debole: il ricordo dell’aroma di quella soffice neve, una madeleine del mio olfatto, che mi accompagnerà durante il rito della spesa.
Un aroma della nostalgia, che avrà per me nei miei prossimi giorni, ormai lo so, un effetto più forte della droga.

L’uomo che accorda le bici

Il nuovo servizio di condivisione delle biciclette pubbliche è attivo. Grande interesse e apprezzamento da parte dei molesi. Sessanta biciclette a disposizione di tutti. Una grande idea che coinvolge tanti. Ad esempio Fulvio Tura di cui vi parliamo in questo intervento.

Lunedì 27 luglio 2009.

Poco dopo essere usciti con Donato dal municipio per vedere dove avremmo installato le rastrelliere in via De Gasperi, abbiamo visto un furgone bianco che si dirigeva verso la stazione. I nostri sguardi e quello dell’autista del mezzo si sono incrociati.

“Tura?” ha chiesto a voce alta Donato.

“Sì, dov’è il Comune?” ha detto l’uomo barbuto alla guida del furgone.

“Sei arrivato. E’ qui”.

E’ iniziata così la permanenza di cinque giorni a Mola di Fulvio Tura, l’inventore del sistema di condivisione delle biciclette pubbliche “By bike” che abbiamo adottato a Mola. Ma Fulvio, ingegnere di 50 anni di Ravenna, non è solo l’inventore del sistema. Lui è anche il progettista e l’installatore di biciclette e rastrelliere del bike sharing.

Quando è arrivato a Mola e Donato lo ha riconosciuto, lui ha pensato che il comune di Mola fosse così piccolo che tutti si conoscessero e che il primo nuovo arrivo in paese fosse notato da tutti. Non era così, piuttosto Donato, che aveva espletato gli adempimenti burocratici della gara per la fornitura delle biciclette, aveva visto la foto tra i documenti esaminati e lo aveva riconosciuto (non glielo abbiamo detto subito e Fulvio per un po’ ha anche pensato che fossimo preveggenti).

Già dal primo giorno a Mola, dopo aver scaricato tutto il materiale, ha iniziato ad installare le rastrelliere. Da solo, perché Fulvio Tura fa tutto da solo. Lui è il proprietario della ditta da cui abbiamo acquistato le biciclette ma anche l’installatore. Vende le bici, che ha inventato, e le installa. In ognuno degli 86 comuni che in Italia hanno adottato finora il suo sistema, tra l’altro brevettato (ha brevettato la bici, la chiave e chissà cos’altro).

“Perché installi tu le bici?”
“Non voglio dipendenti, ne ho avuti anni fa e non ne voglio più. Io in vita mia non ho mai avuto padroni e non voglio dipendenti”.

Fa tutto lui: le inventa, le fa costruire e assemblare scegliendo accuratamente i pezzi in giro per l’talia e per il mondo. La ditta italiana da cui ritirava il manubrio ha chiuso i battenti; così Tura si è dovuto rivolgere alla Cina.

Da dieci anni vende  le sue bici e le aggiusta pure.

I comuni che ospitano le sue bici sono elencati nel suo sito (www.centroinbici.it), che non è sempre aggiornato perché anche quello lo cura lui (Mola però l’ha inserito subito, perché c’è feeling ^_^).

Quando installa le bici lavora a capo chino. Se qualcuno si avvicina (e sono tanti) per chiedere informazioni sul sistema (come funziona? quanto costa? sì ma non durerà molto), lui non guarda in faccia nessuno. E’ successo anche con il Sindaco. Poi ovviamente gli ha chiesto scusa. Guarda sempre a terra, perché deve lavorare. Una volta per evitare di “perdere tempo” mentre installava le bici ha indossato una maglietta con su scritto “sono albanese, non parlo italiano”.
Poi però, se riesci a conquistarti le sue simpatie si scatena. E ti racconta i sui tanti mestiere fatti prima di questo. Del perché il cestone della bicicletta davanti resta a mezz’asta (“All’inizio non era così poi un signore di Cesena si è fatto male, il cesto gli ha schiacciato un dito e allora l’ho modificato; ora il cesto che non può più caderti sulle mani mentre agganci la bici al palo”).

Tura è un artista. Non installa le biciclette, le accorda affinché possano essere utilizzate nel miglior modo possibile.

La trovata del sistema che ha brevettato è geniale, un uovo di Colombo, una sola chiave, la tua, stacca qualsiasi bici (circa 4000 attualmente) in qualunque città o rastrelliera, ma poi resta bloccata nella serratura e per riaverla devi riagganciare la bici. Che devi rimettere a posto a Mola entro le 20.00, perché con il sistema di Fulvio Tura ogni giorno qualcuno passa a controllare le biciclette per metterle a posto, freni sella catena e luci.

Fulvio Tura è un artista. E’ un grande.

Grazie Fulvio,

Pietro

Liberamente tratto da www.ilikebike.org

VITE RANDAGIE

Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

VITE RANDAGIE

(seconda parte) di Antonio Campanile

Correre. C’è qualcosa di più bello nella vita? I bambini non amano forse trotterellare in continuazione per esternare la loro felicità?

Tua mamma fu accolta, finalmente, in una villa all’imbocco della stradina. E noi prendemmo te.
Con un intuito felice, mio fratello Roberto ti diede il nome giusto: Asia.
In villa avevamo già altre due cagne, Shiba e Molly, anch’esse accolte dalla strada, come nei casi precedenti. Tu sei stata la settima della serie. E tutte femmine.
Devi sapere che noi non abbiamo mai voluto tenervi di proposito. Lo abbiamo fatto solo perché il vostro destino sarebbe stato segnato. Molte di voi sono state sicuramente maltrattate e abbandonate: lo si vedeva dai vostri comportamenti circospetti ed impauriti. Voi siete il miglior amico dell’uomo ma l’uomo è di certo il vostro peggior nemico. Quanti sono i casi di abbandono, di addestramenti crudeli, di sevizie, fatti ai cani? Non si contano…
Quando ti facesti grande ricordavi tuo padre: di lui avevi l’aspetto superbo e la mansuetudine, due caratteri che raramente si combinano.
Diventasti subito la capobanda della triade. Shiba e Molly ti seguivano per tutti i mille metri quadri del terreno recintato. Poi, ci fu la svolta.
Come attratta da un qualcosa che era più forte di te, sentisti il desiderio di evadere. Con le tue forti zampe cominciasti a scavalcare l’alto recinto della villa, portandoti dietro le altre due. Eri come un alpinista che apre nuove vie, permettendo agli altri di arrivare dove da soli non avrebbero mai potuto.
Cominciasti a “visitare” le ville limitrofe e cominciarono i problemi con il vicinato. Si lamentavano di piante calpestate, con i relativi danni alle colture. Noi cercavamo da un lato di mediare, dall’altro di sgridarti per indurti a più miti consigli. Invano.
Cercammo allora di creare una gabbia in cui metterti. Era abbastanza grande da non farti sentire in prigione. Ma non ci fu verso. Riuscisti in poco tempo a creare un tunnel ed ad uscirne.
Fummo costretti allora ad usare la catena per legarti. Il primo tentativo fallì perché rompesti subito un anello. E la combinasti grossa. Evadesti e andasti alla caccia dei gatti della villa di fronte. Era inverno ed aveva piovuto. Riempisti di fango tutto il pavimento e anche le bianche pareti. Ci portasti al limite del litigio con i proprietari.
Fu allora che trovammo la catena giusta per te.
Ti abituasti abbastanza presto a quella cattività. Quando arrivavamo per portarti da mangiare facevi festa. Quasi sempre ti slegavamo. Allora andavi subito verso il cancelletto e, piagnucolando, ci imploravi di uscire. Era quello il tuo chiodo fisso, Asia: conquistare il mondo.
Gli anni passarono. Una notte, successe un fatto che ti segnò per tutta la vita. Non ne sono sicuro, ma ho forti sospetti che le cose andarono così. Tu stavi sognando. C’era un prato verde davanti a te, con le farfalle che svolazzavano tra i fiori. D’un tratto vedesti lui. Era bello, alto e slanciato. Era uno spinone. Lo pensasti, ne sono certo: doveva sicuramente assomigliare al tuo papà, che non hai mai visto. Lo vedesti schizzare via. Ti lanciasti all’inseguimento con un balzo. Sentisti allora un forte strappo all’altezza del collo…
Ti trovammo il mattino dopo che non ti reggevi in piedi. Il veterinario disse che avevi dei problemi alla colonna vertebrale, ma che non era il caso di intervenire.
I primi tempi furono penosi. Ti trascinavi letteralmente la parte posteriore del corpo. La cosa strana è che il tuo umore era sempre lo stesso. Eri la socialità in persona – mi verrebbe da dire.
Poi la situazione andò migliorando, al punto che cominciasti a deambulare con le quattro zampe, anche se con qualche difficoltà. Fu allora che cominciasti di nuovo a chiederci di uscire, avvicinandoti al cancelletto. E noi te la concedevamo volentieri la tua passeggiata fuori porta.
Stavi diventando vecchia. E sola. Le tue compagne di un tempo erano ormai andate da un pezzo.
Un giorno, passando da te per il solito rito quotidiano della pappa non ti vidi.
Temendo il peggio perlustrai per bene tutto il campo, senza trovarti. Cominciai allora a chiamarti. Insistei alzando la voce. D’un tratto sentii un guaito. Proveniva dalla villa di fianco.
Eri lì, in mezzo al terreno, incapace di muoverti. Stavolta ti eri conciata male.
Venni a prenderti di peso e ti riportai a casa.
Riuscisti a sopravvivere solo qualche giorno. Nei primi riuscivi ancora a mangiare. Alla fine facesti quello che fanno tutti i cani quando è giunta la loro ora. Ti appartasti in un angolo tranquillo, ti adagiasti di lato e aspettasti in silenzio la fine. La mia carezza negli ultimi momenti la sentisti appena.
Ti ho guardata incredulo. Eri lì, immobile, quando  solo qualche giorno prima, raccogliendo le tue ultime forze residue, eri riuscita a fare il gesto estremo, per quello che era il tuo desiderio di sempre: fuggire via, lontano.
È stato in quei frangenti che ho capito che abbiamo fatto male a tenerti rinchiusa.
Le vite randagie non sono una condizione oggettiva. C’è una bella differenza tra l’essere soli ed il sentirsi soli. Tu ti sentivi sola anche se eri in una comoda villa recintata. Tu volevi correre via, per la tua vita, fatta di incontri e di avventure. Come i tuoi splendidi genitori.
Anche se non c’entra nulla, ti voglio confidare una cosa. Tra me e te il vero randagio sono io: ho sempre vagato senza meta pur standomene tranquillamente seduto in poltrona. Forse mi è mancato il coraggio di fare il salto giusto, anche a rischio di farmi male.
Ecco perché adesso voglio pensare solo a te, ed ai prati che potrai percorrere quando vuoi, in piena libertà.
Corri, Asia, corri.

VITE RANDAGIE

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Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

VITE RANDAGIE

di Antonio Campanile

Correre. C’è qualcosa di più bello nella vita? I bambini non amano forse trotterellare in continuazione per esternare la loro felicità?

Correvo in campagna, nei pressi della mia villa, quando conobbi per la prima volta i tuoi genitori.
Era il tardo pomeriggio di una bella giornata assolata. Il silenzio era interrotto solo dal cinguettio degli uccelli e dal breve fruscio del vento. D’un tratto sentii dietro di me uno strano ansare. Mi voltai e sobbalzai dallo spavento: c’erano due grossi cani a due metri da me! Temetti il peggio, ma fu solo per un attimo. Per strano che potesse essere, capii che mi stavano seguendo in silenzio. Mi accompagnarono infatti fino alle porte di Rutigliano, passando dai pressi dell’antica Azezium, e poi, incredibilmente, anche al ritorno alla villa, a san Materno.
Erano due bestie stupende. Lui era uno spinone di colore grigio, lei un meticcio che sembrava aver molta attinenza coi lupi, con la pelliccia scuro-argentata.
Decisero di accasarsi all’imbocco della via vecchia di Rutigliano, ed era per me un piacere incontrarli per strada. Inseparabili.
Un giorno, imboccata la stradina con la macchina, vidi soltanto la cagna. Sembrava volesse dirmi qualcosa. Mi fermai e uscii dalla macchina. Cominciai a guardarmi intorno in cerca dello spinone. Lo intravidi sotto un albero a pochi passi dal ciglio della strada. Stava accucciato e in silenzio. Mi avvicinai e trasalii. Aveva la parte posteriore del corpo maciullata. Un’auto l’aveva investito. Spirò di lì a poco.
Il destino crudele aveva però in serbo una sorpresa: lei era incinta e partorì tempo dopo una mezza dozzina di cucciolotti, tutti spinoni. Tra questi c’eri tu.

Continua

ECO-MUSIC

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Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

ECO-MUSIC
di Antonio Campanile

Esco di scuola assieme allo sciame dei miei alunni. Anche se è un corso serale, il senso di felicità che emana da questo flusso umano non è diverso da quello degli scolari delle elementari.
Sono le 20 e 40. Dopo i fugaci saluti entro in macchina. Il braccio si allunga subito, come un riflesso condizionato, a premere il pulsante.  La melodia emerge lentamente, quasi scaturisse dagli abissi dell’anima. È l’ottava sinfonia di Schubert, l’Incompiuta. Come la mia vita.
Da quando ho acquistato questa macchina mi sono ritrovato per la prima volta con lo stereo – di serie – senza desiderarlo. Sulle prime la cosa mi ha infastidito, abituato com’ero ad immergermi nel silenzio e nei miei pensieri. Poi, ho approfittato della novità per cominciare ad ascoltare seriamente e di continuo la musica.
È un caso che stia sentendo musica classica. Essa fa parte di me, dopo i tanti anni di ascolto casalingo. Ora preferisco tuffarmi in quella contemporanea.
La macchina permette un grosso privilegio: puoi ascoltare lo stereo al volume che desideri, senza dar fastidio a nessuno – sempre che si tengano i finestrini abbassati, s’intende.
A me è capitata un’altra cosa singolare. Da quando ascolto musica la mia andatura è calata considerevolmente. Una volta tiravo come un dannato, per arrivare a casa il prima possibile. Ora, pur di concludere l’ascolto di un cd, sono capace di andare alla velocità di un bradipo…

Il primo movimento dell’Incompiuta sta entrando nella sua fase più drammatica, in pieno stile romantico. Sono giunto alla prima discesa che da Castellana Grotte va verso Conversano. Metto la marcia in folle. Da un po’ mi sono messo in testa una cosa. Devo migliorare i risparmi di carburante. Negli ultimi giorni mi sono avvicinato al muro dei 20 chilometri al litro ma mi manca un ultimo sforzo. Così ho pensato di sfruttare la forza di gravità in discesa. Cerco anche di evitare brusche accelerazioni.
E poi mi concentro sulla musica. Quante canzoni del passato o del presente, assieme alle loro emozioni, hanno cominciato ad affollare la mia testa! Storie d’amore, in prevalenza, nelle mille variazioni sul tema che la vita impone a questo multiforme sentimento assoluto.
Alcune di queste sono così evocative che durante i pochi minuti in cui le ascolto mi pare di vedere i fatti ed i personaggi materializzarsi  sul parabrezza divenuto di colpo lo schermo della mia immaginazione.
Storie di illusione d’amore, come nelle parole di De Andrè: “Parlavi alla luna giocavi coi fiori / avevi l’età che non porta dolori / e il vento era un mago, la rugiada una dea, / nel bosco incantato di ogni tua idea”.
Oppure storie di amori perduti, come la struggente scena finale della canzone “Agnese”: “Io vado in bicicletta / per sentirmi vivo / alle cinque di mattina / con la nebbia nei polmoni / però non c’è più Agnese / seduta sul manubrio / a cantar canzoni…”.
È bello anche canticchiarle, talvolta anche a squarciagola, con un senso di libertà che ha pochi uguali: tanto chi ti sente?

Sono giunto al bivio per la strada che noi chiamiamo di “Pozzovivo”. Un serpente tortuoso e bellissimo, perché immerso nella campagna, ove posso vedere scorrere le stagioni nel mutare dei vestiti degli alberi e dei prati.

Ora che è cominciato l’andante dell’Incompiuta, posso concentrarmi tutto sull’obiettivo che mi ero prefisso. E penso anche a quanto sono stato stupido, per tanti anni, a voler trasformare questa strada curvilinea in un autodromo teatro di corse senza senso, fatte solo per arrivare qualche minuto prima. Mettevo a rischio me e gli altri, come i tanti fatti di cronaca del sabato sera. Vite di giovani troncate dalla fatua ebbrezza della velocità, che si aggiunge ad altre ebbrezze e paradisi artificiali della mente. Mi viene alla memoria, per contrasto, la bella immagine del traffico in autostrada in Danimarca, quando mi ci trovai in vacanza: andavano tutti alla stessa andatura di crociera, vecchi e giovani, senza alcuna fretta di arrivare.

Giungo nei pressi della serra. Metto di nuovo in folle per l’ultima discesa. Se mi concentro e non ci sono macchine ce la farò ad arrivare a Mola per sola inerzia. Vedo l’obiettivo a portata di mano.
Giunto all’altezza del campo da tennis, il mio “urrà!” si confonde con i ricordi dei tornei da me vinti in passato, dopo memorabili battaglie.
Ce l’ho fatta. Ho battuto il record, e sta terminando anche la sinfonia.
Entro nel paese con un senso di soddisfazione. Mi sono rilassato e ho anche risparmiato benzina. Ah, se tutti arrivassero a fare così!
Sono nei pressi di casa. Apro il garage ed entro. Fine della corsa.
Estraggo il cd per riporlo nella custodia.
D’un tratto mi assale un pensiero. Sarebbe stato lo stesso se invece dell’Incompiuta avessi messo dell’Hard Rock?