Un parco chiamato Lama S. Giorgio-Giotta

Parte da molto lontano la storia dell’istituzione di un parco – non ancora realizzato -  nell’immediato entroterra barese

Rifiuti di ogni genere scaricati con grande disinvoltura, teloni in plastica anche bruciati, resti di amianto abbandonati senza scrupoli: così si presenta oggi Lama S. Giorgio nel territorio di Triggiano, un territorio di forte valenza ambientale, se è vero che sin dal 1997 la Regione Puglia ne autorizzava l’istituzione come area protetta. Ed è un territorio a forte rischio di abbandono, che pare non potrà essere salvato né da comitati spontanei di cittadini né da apposite proposte di legge, se non si interviene in tempo.

Storia di un sito che merita di più

Gran parte del territorio murgiano, a causa della sua morfologia carsica, è solcato da un complesso sistema di lame; queste sono torrenti a carattere temporaneo, di importanza primaria per il deflusso delle acque piovane e nella maggior parte dei casi  si tratta di corridoi verdi che ospitano una vegetazione di inestimabile valenza.
Sul versante Nord-est delle Murge verso l’Adriatico si sviluppano le lame San Giorgio e Giotta ricadenti precisamente nei territori di Bari, Triggiano, Noicattaro, Rutigliano, Sammichele di Bari, Casamassima, Gioia del Colle. Soprattutto in questi ultimi 10 anni, lama S. Giorgio e lama Giotta hanno attirato l’attenzione della società civile, delle diverse Amministrazioni comunali nelle quali esse ricadono, dell’Amministrazione Provinciale di Bari e della Regione Puglia, sia per le importanti connotazioni naturalistiche, sia per il fondamentale ruolo che hanno nel drenare le acque piovane. In quest’area molti e diversi tra loro sono ambienti e paesaggi; i suoi circa 4000 ettari di estensione  fanno parte di un ambito fortemente antropizzato.

L’interesse naturalistico delle due lame è tale che questo è un sito BioItaly di importanza regionale con specie animali di interesse comunitario incluse nell’Allegato IV della Direttiva Habitat e nella Convenzioni di Berna e Bonn, nonché specie vegetali incluse nella Lista Rossa nazionale e regionale, tra cui, addirittura,  orchidacee rare e protette dalla Convenzione di Washington.
La storia dell’istituzione dell’area protetta Lama S.Giorgio-Giotta vede la luce con la legge regionale 19/1997 (Norme per l’istituzione e la gestione delle aree protette della Regione Puglia) che avviava, tra le altre cose, il processo di tutela limitatamente al tratto di lama San Giorgio insistente nell’agro di Triggiano. Di qui il moto dell’opinione pubblica e delle associazioni ambientaliste, che hanno chiesto di ampliare l’azione di tutela della lama anche a siti dalle peculiari caratteristiche naturalistiche, geologiche e archeologiche per arrivare a lama Giotta, insistente nei comuni di Rutigliano, Noicattaro e Bari. Era quello l’inizio di un lungo iter che avrebbe visto le due lame, San Giorgio e Giotta, incluse negli studi preliminari all’istituzione di Parco Regionale, commissionati dalla Provincia di Bari a un gruppo di lavoro del Politecnico di Bari.

La proposta caduta nel vuoto?

Il  gruppo di lavoro del Politecnico elaborava un piano che teneva conto dei diversi sistemi coinvolti (da quello idrogeologico a quello faunistico e vegetazionale, da quello agronomico-produttivo a quello storico-culturale), con l’intento di pianificare un elemento naturalistico che potesse fungere da corridoio ecologico (green way) e mettere in relazione le propaggini della Murgia Sud orientale con il litorale adriatico.
Intanto, a luglio 2002, l’Ufficio Parchi e Risorse Naturali della Regione Puglia avviava una serie di incontri tecnici con le diverse amministrazioni comunali interessate all’istituenda area protetta; si giunse a un’intesa nella quale si definiva un possibile perimetro per l’area della Lama San Giorgio e di Lama Giotta. Nel settembre 2007 veniva convocata la Conferenza dei Servizi per l’istituzione dell’area naturale protetta “Parco Naturale regionale delle lame S. Giorgio e Giotta”. In quella sede si stilava un documento di indirizzo con allegata perimetrazione, che sarebbe servito a redigere il d.d.l. istitutivo dell’area naturale protetta. Ma nonostante la riconosciuta importanza di questo sito, le sue ricchezze hanno continuato ad essere contaminate, quando non distrutte dagli interventi umani: cementificazione, disboscamento, incendi e smaltimento illegale di rifiuti di ogni genere.

E arriviamo a novembre 2009, quando i rappresentanti dei comuni interessati dal Parco si costituiscono nel  comitato intercomunale “Pro-Lama S. Giorgio-Giotta”. Come primo atto, il comitato ha chiesto che venga applicata una legge che tuteli e garantisca l’effettivo rispetto dei vincoli del parco. Il 30 novembre  viene depositata presso la V commissione Ambiente della Regione Puglia la proposta di legge per il Parco Regionale Naturale Lama S. Giorgio-Giotta e la richiesta di audizione in Commissione consiliare; quasi in contemporanea il comitato avvia una raccolta firme per chiedere al Presidente della Regione Vendola la sua definitiva istituzione.
L’audizione è avvenuta nei primi giorni di febbraio di quest’anno, in presenza del presidente dellla V commissione Mita e dell’assessore all’ ecologia Introna, che ha sottolineato la massima disponibilità del Governo regionale all’istituzione dell’area protetta.

Un parco per un territorio

La speranza è che dopo le elezioni regionali del prossimo 28 marzo, il presidente della nuova Commissione voglia “salvare” il provvedimento e riprendere l’iter da dove era rimasto, ma che soprattutto che nel nuovo organico ci sia continuità di vedute in materia di tutela ambientale.
L’istituzione del parco potrebbe avere una ricaduta non indifferente sui comuni interessati, soprattutto dal punto di vista economico. Un territorio tutelato e protetto potrebbe, se ben gestito, favorire ad esempio un tipo di turismo finora inesistente o creare nuovi sbocchi occupazionali per tutta l’area interessata; le ricadute positive sulla crescita economica del territorio incluso nei confini del parco sarebbero evidenti.
amianto2Ma c’è un pericolo da non sottovalutare. Mentre l’iter burocratico andava avanti lentamente, sono accaduti fatti allarmanti, che hanno fatto della lama una specie di discarica a cielo aperto (sono stati trovati persino resti di amianto) su cui la cittadinanza si è mobilitata. La protesta dei cittadini, organizzati in comitati e associazioni, è poi divantata fortissima quando l’Acquedotto Pugliese ha deciso di scaricare nella lama le acque “chiare” di due depuratori, uno già costruito e l’altro in costruzione a Casamassima a ridosso del territorio di Rutigliano. Le associazioni – in prima linea Archeoclub e Proloco dei comuni interessati -  hanno fatto partire una petizione popolare, indirizzata al Presidente della Regione Puglia con cui chiedono ad AQP e Regione di cercare soluzioni alternative allo scarico delle acque nella lama, soluzioni che eviterebbero danni ad un ambiente non del tutto antropizzato che conserva ancora una vegetazione spontanea e una fauna selvatica da salvaguardare con tutti i mezzi.

Fonte: www.ambienteambienti.it (di Marilisa Romagno)
Foto: www.ambientemola.it

Baresità, curiosità e… Cozze

Copertina baresitàMola e Cozze viste dagli occhi del barese sono alcune delle tante chicche di “Baresità, curiosità e…” (a cura) di Vittorio Polito, Edito da Levante editori – Bari.

Alcuni stralci a noi vicini di uno degli autori del libro, Felice Alloggio, scrittore, attore e regista : “Da Torre a Mare, transitando lungo la litoranea o complanare, in un percorso caratterizzato da un paesaggio urbanizzato in cui ai colori della campagna e del verde si sono sostituiti quelli del cemento e in cui, dove prima c’erano alberi e piante oggi vi sono costruzioni a volte abusive proprio a ridosso del mare, si giunge a Mola di Bari. Questo tratto costiero è caratterizzato da un “arredo urbano” costituito da filari di tamerici intervallati da oleandri che il Barese che guida l’auto e i suoi occupanti, non possono fare a meno di osservare in quanto costeggiano e corrono in modo parallelo alla linea di costa. Le Barise pò sapene buène ca quande se parle de Mole, se parle de pulpe! Ed è proprio questo aspetto che metteremo in evidenza parlando del rapporto che i Baresi hanno con la città di Mola. Sono infatti tantissimi quelli che ogni settimana intorno alle cinque del pomeriggio si recano a comprare il pesce a Mola, uno dei porti pescherecci più importanti della Puglia, con una flotta che annovera oltre cento imbarcazioni ed un mare fra i più pescosi del basso Adriatico, allorquando giungono nel porto le parànze con il loro pescato. Mola di Bari detiene un significativo primato per la pesca ed il consumo del polpo, un pilastro dell’economia gastronomica locale, il cui momento clou è nel mese di agosto con la famosa Sagra del Polpo, che attira lì moltissimi Baresi che, per l’occasione, non mancano di assaggiare anche le altre specialità di pesce come le frettùre de sarde, alìsce e trègghie, u giambòtte, e l’affive, ca se podene mangià crute oppurefritte che do gocce de lemòne.”

E ancora: “A circa sei chilometri da Mola di Bari, proseguendo in direzione di Polignano, si giunge alla sua frazione, denominata Cozze, località così chiamata per la presenza un tempo lontano sugli scogli, di colonie spontanee di piccoli mitili, le cozze gnore. Questa località balneare, un tempo borgo di pescatori, è molto bella ed è facilmente percorribile andando in bicicletta in virtù della realizzazione di piste ciclabili e opportune aree di parcheggio. Molti Baresi che hanno comprato qui la loro seconda residenza ne sono davvero entusiasti perché il luogo, nonostante la mano dell’uomo abbia costruito tanto, ha conservato il suo verde costituito da una notevole quantità e qualità di alberi e piante sia lungo i viali che nelle bellissime ville. Notevole infatti è la presenza delle bouganville e dell’eucalipto, oltre al pino domestico e persino alla presenza di alberi da frutto, il nespolo e il fico. Ci sono tratti di spiaggia e costa libera, e tratti in cui sono presenti lidi a pagamento con spiagge attrezzate per far giocare i bambini. In questo angolo di costa è bello vedere dal mare la verde vegetazione ricca di cespugli spontanei ricolmi di more, e alberi di fichi d’india, mista alle bianche costruzioni fatte di pietra calcarea, e stile tipicamente mediterraneo. Vi sono inoltre in prossimità della costa muretti a secco che riparano dalla salsedine gli orti coltivati a pomodori, e muretti crollati in netto contrasto con costruzioni rurali isolati fra i campi spesso incolti. I pochi abitanti del luogo, nonostante il tumultuoso aumento della popolazione residente durante i mesi estivi, hanno comunque visto sensibilmente migliorare la qualità della vita. E’ stata inoltre riqualificata con uno sfruttamento eco sostenibile delle bellezze naturali della zona l’offerta turistica nei confronti di quanti, soprattutto Baresi, in questa stagione scelgono di dimorare in Cozze. Un esempio ci viene e offerto da quell’importante tesoro archeologico che è l’ipogeo di San Giovanni, molto ben conservato.
Da Cozze in bici si può raggiungere la vicinissima Polignano a Mare, distante solo dieci chilometri in direzione sud, che si possono percorrere con molta sicurezza perché la litoranea o complanare, è una strada a scarso traffico di automobili.”

Ma il libro di Polito non è solo… baresità; molte tematiche affrontate sono quelle “comuni” della nostra Terra, fanno parte del nostro vissuto e appartengono al nostro DNA. Alcuni esempi: “Le barise e la fecazze” ovvero “Davide, il panificio, che abbatte Golia, il MacDonald’s” o la poesia racchiusa ne “La cialdèdde” un rito “povero” che racchiude in sé un universo fatto di cibi sani e ricordi indelebili.

“Baresità, curiosità e…” di Vittorio Polito, Levante editori – Bari, 2009.

Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni – seconda parte

Pubblichiamo la seconda parte del lavoro di Vitangelo Magnifico sul paesaggio agrario di Mola.
E’ importante conoscere la storia dell’agricoltura e gli interventi che hanno contribuito a creare o a modificare i quadri soggettivi di ognuno di noi.
Ieri l’incontro di presentazione del GAL al Castello è andato molto bene. Stiamo procedendo con convinzione verso la pianificazione dello sviluppo rurale. Vitangelo c’era. E tu? Aspettiamo altri contributi. Partecipazione è democrazia. Partecipazione è anche questo.

Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni (seconda parte)

Lungo la costa, a pochi metri dal mare alti muri a secco costituivano la prima barriera al mare. Quasi addossati ai muri c’erano i filari di ulivo o di fichi o di fichi d’India. I primi, però, prevalevano sugli altri. La lotta continua con il mare li aveva curvati verso sud; la chioma a nord era fatta di rami secchi, che servivano a proteggere il resto della vegetazione. Fino alla strada statale Adriatica la superficie era sgombra da alberi e destinata a colture erbacee e la rotazione cereale-pomodoro era la norma. I pomodori venivano irrigati con le acque salmastre sollevate dalle norie, cui forniva l’energia un asino o un mulo bendato che per ore girava tirando una barra che metteva in moto il marchingegno per cui i secchi (i galitte da nigiégne) dalla forma dell’apertura caratteristica colmi d’acqua venivano sollevati e rovesciati in una vasca di raccolta (u palemmidde). Da questa, mediante canalette in tufo, l’acqua veniva distribuita sul terreno preparato con cape canêle, canêle, quadre e pertêre.
Spesso un trullo serviva da riparo alle intemperie, mentre un fico, un gelso rosso o un ulivo forniva l’ombra a lavoratori, bestie e carro agricolo.
Lungo la statale un altro filare di ulivo o fico, spesso alternati fra loro, limitava i campi a monte. I confini da mare a monte comunemente non erano alberati.
In questi poderi, d’estate, il paesaggio era ravvivato da filari di cotone, saggina (utilizzata per la costruzione delle scope), mais e qualche aiuola di ortaggi (biete, peperoni, melanzane, fagioli, meloni). La produzione degli ortaggi per il mercato veniva, invece, effettuata negli orti irrigui vicini al paese (i ciardiénere).
A monte della statale l’appoderamento seguiva in parte lo schema già visto verso il mare. In questi casi, però, tutti i confini erano contornati da alberi di ulivo; la vegetazione arborea era più fitta, le norie meno numerose e le aree a seminativo più limitate nel numero. Su questi campi comparivano i carrubi, i mandorli, i ciliegi, qualche pesco e le viti, le quali man mano che ci si allontanava dal mare diventavano più frequenti. Spessissimo le viti erano coltivate nelle parti più rocciose del podere su aree circolari (ruòtele de ceppeune). Non mancavano, però, superfici più ampie coltivate a vite con impianti regolari e qualche volta vicinissime al mare, soprattutto verso Cozze.
Gli alberi da frutta come ciliegi, meli, peri, albicocchi, peschi, gelsi bianchi, nespoli, susini, noci, ecc. erano disseminati su tutto il territorio, anche se la loro presenza si faceva più frequente soprattutto nelle contrade oltre i sirre, dove Pozzovivo assurgeva al ruolo di frutteto di Mola. Qui, grazie alla terra profonda e ad una ricca falda acquifera più superficiale, era possibile coltivare anche ortaggi durante l’estate e soprattutto meloni, pomodori da serbo e fagioli. In inverno nelle zone più fertili si coltivava la patata, mentre nei terreni più poveri delle aree più erose era maggiormente presente il lupino.
Da tutto ciò si evince che il paesaggio agrario molese aveva acquistato la classica tipologia del giardino mediterraneo in cui nel XVII e XVIII secolo si inseriscono le aziende signorili caratterizzate dalle imponenti costruzioni adibite più a dimora estiva per il padrone che a supporto produttivo. A Mola è sempre mancata una tradizione zootecnica e rarissime erano le «masserie» che contemplavano anche una stalla con corpo a parte, la quale spesso era limitata a qualche vano per pochi capi bovini o per un ristretto gregge di ovini. Questi ultimi venivano custoditi nei tipici recinti (i iazze) contornati da muri a secco con strette aperture d’ingresso per facilitare la conta dei capi.
La presenza della capra o della pecora per la produzione del latte per la famiglia del contadino, così come l’allevamento di qualche coniglio e di alcune galline in terrazza, era anch’essa una costante nel paesaggio agrario molese ed un supporto fondamentale nella economia rurale di quei tempi.
Tra le colture erbacee, ovviamente, dominava il grano, ma si coltivavano anche l’orzo e l’avena, che venivano seminati in tutte le superifici libere in rotazione con le leguminose da granella nell’entroterra e con il pomodoro lungo le coste. Con il termine mascìaìse s’intendevano, infatti, le colture miglioratrici in rotazione con i cereali. Questo termine è poi rimasto a Mola ad indicare la sola coltura del pomodoro.
Questo paesaggio, consolidatosi nel tempo, arriverà integro fino agli anni Quaranta di questo secolo, dopodiché l’introduzione della coltivazione del carciofo e dell’uva da tavola, l’allargamento della statale Adriatica, l’inquinamento del mare e l’urbanizzazione selvaggia sul litorale, porteranno, nel giro di vent’anni, sia alla variazione del paesaggio che alla distruzione dell’equilibrio ambientale faticosamente realizzato nei secoli.
Il carciofo, che tradizionalmente veniva coltivato in pochi esemplari ai margini del podere, sul finire degli anni Venti iniziò ad essere coltivato in pieno campo sul litorale. La sempre crescente domanda di questo ortaggio fece espandere la sua coltivazione anche oltre le «penne» e spessissimo in consociazione con ulivo e mandorlo.
Il ciclo naturale autunno-primaverile del carciofo porterà l’agricoltura molese a lottare maggiormente contro il mare per poter difendere questo pregiato prodotto dalle mareggiate. Quindi maggior cura nelle barriere a mare. I muri a secco in qualche caso si fanno più alti e spesso bisogna riergerli in pieno inverno perchè abbattuti dalle mareggiate. Intanto, l’acqua delle norie garantisce sufficienti irrigazioni di soccorso.
La possibilità di scavare pozzi più profondi delle norie, l’introduzione delle pompe meccaniche e la possibilità di ottenere produzioni di carciofo anticipate consentiranno a questo ortaggio di estendersi anche nell’entroterra molese. Da qui, in seguito, gli agricoltori molesi lo porteranno nelle nuove aree irrigue della Puglia (Foggiano e Brindisino) (Magnifico, 1981).
Intanto, a Pozzovivo iniziava nel 1937 (Vlora, 1957) la coltivazione dell’uva da tavola con il sistema a tendone escogitato nella vicina Noicattaro nel 1922. Per far posto ai tendoni vengono abbattuti alberi ed operati dissodamenti e scassi. L’agro molese si vivacizza. Le rimesse degli emigranti consentono le trasformazioni e per gli agricoltori molesi inizia un periodo di speranza. I lunghi periodi di disoccupazione, detti da cucuzziéde, possono essere eliminati; il tendone e il carciofo possono dare lavoro tutto l’anno.
Lo scavo prima e la trivallazione poi di altri pozzi consentono di ottenere alte produzioni di uva.
L’introduzione di varietà più precoci e la possibilità di ottenere un prodotto più anticipato favorito dall’esposizione del paese fanno arrivare la coltura dell’uva da tavola fino alla statale Adriatica.
Qui, purtroppo, le acque sono salmastre e l’accumulo di sale nel terreno fa sparire i rigogliosi tendoni nel giro di un decennio o poco più. Così, una lunga fascia di terra costeggiante la ferrovia nel giro di pochi anni ricambierà paesaggio e questa volta a vantaggio del carciofo.
Con l’abbattimento degli alberi sulla costa per consentire sia l’impianto del tendone che l’ampliamento della strada statale, l’azione delle mareggiate si fa incontenibile ed aggravata dall’inquinamento marino. L’agricoltura sulla costa così s’impoverisce, diventa marginale e la terra viene abbandonata … al miglior offerente.
Arriva la speculazione edilizia e l’urbanizzazione selvaggia. Gli effetti delle mareggiate si notano anche a tre chilometri dal mare.
Il paesaggio agrario sulla costa si fa spettrale, mentre resta meraviglioso lo spettacolo della vasta distesa di verde fornita dai tendoni nell’entroterra e soprattutto nella conca di Pozzovivo.
Intanto i tendoni invecchiano e l’uva da tavola conosce tempi tristi. Il carciofo, in forte espansione, s’insedia anche a Pozzovivo e porta con sé anche l’infestante preferita: l’acetosella (Oxalis pes-caprae L.) con i suoi meravigliosi fiori gialli. In meno di quarant’anni si è passati dal rosso dei papaveri nei campi di grano al giallo oro dell’acetosella nei campi di carciofi.
Questi quarant’anni sono stati caratterizzati anche da una notevole meccanizzazione dell’agricoltura. Sono scomparsi i carri agricoli che formavano lunghe code ai passaggi a livello e sulle strade di campagna. Sono scomparsi in paese i caratteristici posteggi per i carri agricoli, la cui sosta in strada era vietata ad eccezione di quelli carichi di pomodori e pronti per partire di notte pe fretiérre.
E’ rarissimo ormai vedere aratri e traglie trainati dai muli. Sono scomparsi i campi zappati a iurdene. Il lavoro ora viene svolto da rumorosi trattori e motocoltivatori che hanno alleviato, e di molto, il lavoro dei contadini.
Tutto il territorio molese è diventato irriguo grazie ad alcune centinaia di pozzi artesiani. L’acqua scorre in chilometri di tubi metallici distesi ai lati o sui muri a secco, mentre nel campo viene distribuita mediante tubi neri di plastica. Non sembra vero all’agricoltore di Mola di aver vinto anche questa battaglia contro la sete e la siccità che gli rendeva il raccolto aleatorio. Delle vecchie e gloriose norie resta solo qualche rudere o qualche stonato rifacimento presso qualche villa che con gli scarichi ne appesta l’acqua.
E’ innegabile che le trasformazioni di questo secolo abbiano procurato più benessere all’agricoltore e alla comunità molese. Il territorio agrario di Mola nei secoli aveva sempre stentato a fornire le produzioni che garantissero una certa tranquillità di vita al contadino molese. Quelle trasformazioni era giusto e necessario farle, ma bisogna tenere in maggior considerazione il più importante elemento: il mare, al quale il destino di Mola è sempre stato vincolato. Averlo dimenticato è stato fatale anche per il paesaggio agrario.

Vitangelo Magnifico

Seconda parte. Fine (la prima parte è stata pubblicata qui)

MAGNIFICO V., 1985 – Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni. In: AA.VV., Mola tra Ottocento e Novecento, Edizioni dal Sud, 133-140.

Bibliografia
AA.VV., Pagine di storia molese, Grafischena, Fasano 1978.
A. Abatangelo, Felèscene, Edizioni dal Sud, Bari 1983.
E. Carano, Il suolo e la flora delle Puglie, Atti della Società Italiana per il Progresso delle Scienze, III, 32-50, 1934.
G. De Santis, Ricordi storici di Mola di Bari, Ed. Eugenio, Napoli 1981.
V. Magnifico, Stato attuale e potenzialità dell’agricoltura molese, 1ª Conferenza Cittadina sull’Agricoltura, Mola di Bari, 1 aprile 1981.
E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Bari 1974.
E. Sereni, Terra nuova e buoi rossi e altri saggi per una storia dell’agricoltura europea, Einaudi, Torino 1981.
A.K. Vlora, Il tendone, Cressati, Bari 1957.

Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni

Tra le misure che possono essere attuate con la costituzione di un Gruppo di Azione Locale (GAL) segnaliamo gli interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo degli elementi tipici e caratteristici del paesaggio agrario e degli spazi comuni tipici dell’ambiente rurale. Per questo è importante conoscere la storia dell’agricoltura e i caratteri che hanno contribuito a creare l’immaginario collettivo.  Lo studioso locale che ha fornito il maggiore contributo a questa opera di tutela e valorizzazione del paesaggio agrario molese è Vitangelo Magnifico, dirigente di ricerca, già direttore dell’Istituto di Orticoltura del MIPAF a Pontecagnano (SA). Della ricca produzione scientifica di Magnifico vi proponiamo la prima parte del saggio “Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni” pubblicato nel 1985.

Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni

di Vitangelo Magnifico

Si chiede Emilio Sereni (1974) «Se paesaggio agrario significa quella forma che l’uomo, nel corso ed ai fini delle sue attività produttive agricole, cosciente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale» vuol dire che, data la millenaria azione dell’uomo sul territorio nazionale ormai non dovrebbe esserci più traccia del paesaggio naturale. Ogni cosa sarebbe stata cancellata. Invece no. Alcune tracce sono arrivate fino a noi quasi a mostrarci la base di partenza dei nostri lontani agricoltori. A Mola, per esempio, possiamo ancora ammirare i residui di tre macchie mediterranee (in zona Pepe, a San Matermo e a San Vincenzo) e qualche sporadico e spontaneo albero di quercia (leccio) sui muri a secco nelle contrade più lontane del paese (Pozzovivo, San Vincenzo, ecc.). Non è stata definita la Puglia «la terra delle querce» dal botanico pugliese Carano? (1934).
Possiamo, quindi, immaginare il territorio di Mola interamente ricoperto dalla vegetazione spontanea che costituiva la tipica macchia sempreverde mediterranea, che, a seconda delle specie dominanti era alta o bassa.
Nella macchia alta, tipica della parte più alta del territorio, dominavano il leccio (Quercus ilex L.) il corbezzolo (Arbutus unedo L.) e il biancospino (Crataegus oxyacantha L.), mentre nella macchia bassa, che arrivava fino alla costa, dominavano il lentisco (Pistacia lentiscus L.), la ginestra (Spartium junceum L.), l’oleastro (Olea europea L. var. oleaster), il ginepro (Juniperus ozycedrus), i cisti (Cistus monspeliensis L., C. salviaefolia L. e C. incanus L.).
Su questa vegetazione spontanea si è svolta la prima azione agricola dell’uomo nel tentativo di recuperare la terra ai pascoli e alle prime coltivazioni. Sono iniziate, quindi, le opere di disboscamento soprattutto mediante il “debbio”, cioè la bruciatura della vegetazione per poter utilizzare, di volta in volta, la “nuova terra” ricca di ceneri fornite dai “buoi rossi” cioè le fiamme, come le definisce il Sereni (1981).
Per avvalorare la tesi del debbio come azione antropica primaria è interessante evidenziare la presenza del corbezzolo solo nella macchia di San Vincenzo. Questa specie è la più pirofila del gruppo su citato, cioè la prima a riprendere la vegetazione dopo l’incendio e tendente, pertanto, a diventare dominante. Certamente a San Vincenzo dopo l’incendio (o meglio gli incendi iniziali) l’azione successiva dell’uomo fu blanda tanto da consentire alla macchia di arrivare fino a noi. Certo è che le macchie residue molesi sono differenti per specie dominanti, le quali ancor oggi si trovano anche sparse sul territorio nelle aree non coltivate, come la ginestra, il lentisco, il corbezzolo, il biancospino e il leccio.
Su questo territorio tanto disforme e difficile per la mancanza di acqua e di precipitazioni estive gli agricoltori, nel corso dei secoli, si sono impegnati a cercare le più idonee combinazioni colturali che consentissero di soddisfare le esigenze alimentari della popolazione e degli animali del paese. La preponderanza di colture arboree (ulivo, mandorlo, carrubo, ciliegio, vite, fico, pero, melo, ecc.) consentiva di sfuggire meglio la siccità estiva, mentre i cereali (grano, avena, orzo) e le leguminose (fava, pisello, cece, lupino, cicerchia) utilizzavano bene la piovosità dei mesi più freddi.
Quando si è smesso, allora, nell’agro di Mola di disboscare, di bruciare la vegetazione spontanea per iniziare l’opera di miglioramento del terreno prevalentemente mirata alla eliminazione delle pietre? Anche questo nessuno può dirlo per mancanza di documenti. Non si conosce neanche quando e chi (inteso come <<istituzione>>) operò l’appoderamento, cioè la divisione dei campi nel territorio con le strade di accesso agli stessi. L’impostazione, abbastanza ben conservata e giunta fino a noi, appare ispirarsi a quella dei romani, che avevano appreso dai greci l’uso di suddividere in forme geometriche regolari i territori conquistati.
Nel nostro caso ricorda la centuriatio che i romani adottavano nelle pianure italiane lungo la rete delle grandi vie di Roma repubblicana e imperiale (Sereni, 1974). Il territorio di Mola risulta, pertanto, suddiviso in diciassette contrade da otto cardini (i capodieci del catasto borbonico) pressoché paralleli, a destra e a sinistra del Cardine massimo, cioè la strada vicinale perpendicolare al Decumano massimo (che rappresentato dalla Via Consolare Appia Traiana), la quale iniziava dalla porta del paese e proseguiva diritta verso mezzodì fino ai confini del territorio dividendolo in due parti uguali. Nel caso di Mola il Cardine massimo è rappresentato dall’attuale Via Cesare Battisti e dal suo prolungamento con la Provinciale Mola-Conversano (Strada per Pozzovivo).
Nella impostazione classica della centuriatio romana, decumani paralleli a quello massimo suddividevano con i cardini la superficie agraria in quadrati con lati di 710 metri circa e, quindi, con superficie di 50 ettari Nella suddivisione del territorio molese, i decumani sono poco estesi e non proprio paralleli tra loro, mentre le superfici delineate sono quasi sempre dei rettangoli aventi la larghezza (distanza fra due cardini), nella maggioranza dei casi, quasi la metà della centuriatio classica. Niente esclude che i romani, all’atto della colonizzazione, abbiano adottato l’altra consuetudine di suddividere la parte migliore del territorio in forme rettangolari (strigae e scamna) lasciando indivisa la restante parte comunemente adibita ad uso comune (pascolo, legnatico) (Sereni, 1974). Certo è che la conoscenza dell’epoca della ripartizione del territorio potrebbe dire qualcosa di determinante sull’origine di Mola.
Certamente l’azione successiva del debbio fu il recupero del terreno dalle pietre. I muri a secco (i pariétere), che ancora oggi contornano i campi, i trulli, i pagliai e le stesse casine più antiche sono la testimonianza di una lotta di millenni che anche l’agricoltore molese ha condotto e che non ha ancora vinto. L’addossare alla suddivisione primaria le pietre per delineare il possesso del campo per impedirne ad animali e a persone estranee la violazione ha consentito la conservazione nei secoli di un aspetto del paesaggio agrario condizionandone altri, come, per esempio, la deposizione negli ultimi anni delle condotte per l’irrigazione nei campi.
Allontanandosi dal mare, l’altitudine del territorio aumenta quasi linearmente per portarsi dopo tre chilometri a quota 80 metri circa per poi balzare nello spazio di meno di un chilometro a quota 120 metri circa a causa della presenza di un crostone (falesia) premurgico, che divide longitudinalmente in due parti il territorio, condizionando in questo modo le scelte colturali degli agricoltori molesi di tutti i tempi.
Percorrendo la strada sulla traccia del cardine massimo e superata la salita del crostone (a siérre) si scende lievemente nella contrada Pozzovivo, una conca di circa 200 ettari di fertilissima e profondissima terra di riporto. A destra di Pozzovivo e da San Materno verso Rutigliano l’altitudine resta pressoché costante, mentre a sinistra, andando verso Conversano, essa aumenta fino a raggiungere un massimo di 140 metri circa ai confini con il nostro territorio. Anche il litorale del paese verso Polignano ha una pendenza più irregolare, mentre verso Bari è prevalentemente pianeggiante.
Il territorio molese è ricoperto dalla tipica terra rossa mediterranea, la cui vegetazione naturale è costituita dalla macchia mediterramea. Le terre rosse spesso (quindi anche a Mola) poggiano su banchi calcarei più o meno tufacei, che nel corso delle ere geologiche sono stati lisciviati e decalcificati, sicché le loro impurità residue (silice, sesquiossidi di ferro e di alluminio, sostanza organica) hanno fornito al suolo il tipico colore rossiccio.
La profondità del terreno agrario molese è molto disforme: si passa da pochissimi decimetri sulla fascia litorale, a meno di un metro nell’entroterra ed ad alcuni metri a Pozzovivo. Ad eccezione di quest’ultima area, pietre e rocce affioranti sono sempre state una caratteristica comune del territorio. Ai piedi del crostone, fortemente eroso, spesso si trovano appezzamenti molto ricchi di terre chiamati pedali (i pedéle).
Non tutte le colture sono state conosciute allo stesso tempo: il carrubo, il gelso, il limone, la melanzana e altri ortaggi furono introdotti, per esempio, nell’Italia meridionale dalla dominazione araba fra l’VIII e il IX secolo. Agli arabi si deve anche l’introduzione delle norie (<<i ngiégne>>) per sollevare l’acqua delle falde sotterranee che a Mola trovarono una vasta applicazione che servì ad irrigare tutta la fascia costiera, consentendo lo sviluppo di una interessante orticoltura estiva, per la quale la nostra agricoltura era famosa. Così come famosa divenne per la produzione delle carrube, richiestissime durante i periodi carestia per l’alto valore nutritivo. Con la scoperta dell’America (1492) furono introdotte le solanacee (patata, pomodoro, tabacco) tra le quali il pomodoro assunse da noi una particolare importanza. Comunque era l’olio il prodotto molese maggiormente esportato rappresentando la base dell’economia del paese, tanto che ancora oggi la produzione delle olive è detta in dialetto a ndréte, cioè entrata, la massima entrata del bilancio della comunità. Sicché ogni qualvolta entravano in crisi i trasporti via mare anche l’economia del paese ne risentiva fortemente.
Quindi a Mola, grazie al trasporto via mare, anche nei secoli passati c’è sempre stato un tipo di economia aperta agli scambi con l’esterno. Si esportavano l’olio, carrube, mandorle, frutta, pelli e s’importavano utensili, stoffe, ecc.
Dalle notizie storiche giunte fino a noi e raccolte nei due testi di storia molese Ricordi storici di Mola di Bari e Pagine di storia molese, la superficie agraria molese (5.000 ettari appena) era occupata prevalentemente dall’ulivo (circa due terzi), la cui coltivazione si spingeva fino al mare ed era distribuita uniformemente lungo tutto il territorio. Non era, certo, la coltura specializzata che intendiamo noi oggi: era irregolarmente piantata (raramente in filari, le cosiddette chiandete) con distanze spesso molto ampie che consentivano l’introduzione di carrubi, ciliegi, mandorli, fichi, viti ed altri fruttiferi in consociazione con specie erbacee. Il 20 % circa della superficie era destinata a seminativo, il 10% a viti da vino allevate ad alberello.
Questo quadro paesaggistico è arrivato fino ai primi decenni del Novecento e chi non ha vissuto le trasformazioni avvenute in questo secolo può trovare in parte riscontro in altre aree a noi vicine e non ancora irrigue.
Il nostro paesaggio, però, racchiudeva all’epoca una meravigliosa continuità ed un perfetto equilibrio fra ambiente e produzioni.

Prima parte. Continua

MAGNIFICO V., 1985 – Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni. In: AA.VV., Mola tra Ottocento e Novecento, Edizioni dal Sud, 133-140.

L’ulivo e il mare: avviso ai naviganti

L’assessore Pietro Santamaria invita a partecipare al confronto per la definizione del documento strategico territoriale per candidare il territorio del sud est barese ai finanziamenti regionali per lo sviluppo rurale. Il documento conterrà tutti gli elementi utili a definire la strategia complessiva di sviluppo territoriale,  integrata con la programmazione regionale. L’invito è rivolto a tutti, naviganti e non.

Il processo di definizione della strategia di sviluppo rurale per il nostro Comune e il territorio del sud-est barese è stato avviato. Porterà alla presentazione di un documento strategico territoriale che potrebbe essere finanziato dalla Regione Puglia. In altre occasioni abbiamo indicato il percorso da seguire. Ora occorre confrontarsi sui contenuti, con idee per lo sviluppo rurale.

L’assessore Pietro Santamaria ha avviato da tempo una serie di incontri con i portatori di interessi di Mola e di altri Comuni del circondario. Nei prossimi giorni in Comune si incontreranno i rappresentanti istituzionali del partenariato pubblico per preparare la presentazione pubblica del costituendo GAL.
Con questo post, vogliamo richiamare la vostra attenzione su uno dei maggiori vantaggi dell’approccio dal basso o “bottom-up” che anima lo strumento del GAL: il coinvolgimento diretto e preliminare di chi opera localmente per lo sviluppo. Per definire le strategie e gli interventi per lo sviluppo ecostenibile della nostra comunità occorre però partire dalla conoscenza del territorio.
Occorre fare ricorso alle idee, alle conoscenze. Gli attori locali hanno una conoscenza più profonda delle opportunità offerte dalle risorse disponibili e possiedono un più forte senso di proprietà e responsabilità verso il territorio.
Anche per questo, vi proponiamo un articolo pubblicato da Vitangelo Magnifico nel 1986. Sono passati 22 anni. La lettura di questo contributo, legato ai beni ambientali e alla costa, può aprire un dibattito per raccogliere idee e suggerimenti. Ci auguriamo di ricevere ed ospitare altri contributi per sviluppare il confronto e promuovere la partecipazione dal basso. La partecipazione per lo sviluppo rurale.

L’ulivo e il mare

Un esempio di disastro ecologico:  l’agricoltura sulla costa di un comune di contadini-pescatori

di Vitangelo Magnifico

La coltivazione lungo le coste ha sempre rappresentato una sfida fra il mare e l’agricoltore, il quale, anche nei tempi passati, ben conosceva e valutava l’importanza delle produzioni che in quelle aree era possibile ottenere, malgrado i rischi di ripetute mareggiate capaci di compromettere in pochi giorni il duro e sapiente lavoro di anni. Leggi tutto: MAGNIFICO V., 1986 – L’ulivo e il mare. Dall’Interno, 7 (2/3), 33-34.