Oggi la firma dell’accordo tra ARPA e Comune per la salute dell’ambiente

Martedì 3 febbraio, alle ore 10.00 presso la sala convegni del Castello Angioino di Mola di Bari, il Sindaco di Mola Nico Berlen e il Direttore Generale dell’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) Giorgio Assennato firmeranno la convenzione che impegna i due enti in una collaborazione per il monitoraggio dell’aria, delle acque e dei suoli molesi.

Questi i principali contenuti di questo accordo, molto importante e fortemente innovativo: l’ARPA s’impegnerà a monitorare i fenomeni delle mucillaggine nelle acque del Comune di Mola. Il personale dell’agenzia regionale effettuerà il monitoraggio dei fattori di natura chimico-fisica e biologica potenzialmente legati a tale fenomenologia in previsione o in concomitanza con eventuali invasioni di mucillaggine. L’ARPA si impegna inoltre a fornire all’Amministrazione tutti i dati in suo possesso su qualità dell’aria, delle acque e dei suoli, oltre a fornire il supporto tecnico al  monitoraggio dei campi elettromagnetici in siti “sensibili” comunali.
L’Amministrazione Comunale metterà a disposizione di ARPA beni strumentali e di consumo.
La collaborazione porterà alla stesura del rapporto annuale sullo stato dell’ambiente a Mola. Tale obiettivo sarà raggiunto sia attraverso la condivisione di dati e informazioni già in possesso di ARPA, sia attraverso monitoraggi svolti ad hoc per particolari problematiche.

In occasione dell’incontro verrà presentato il motoscafo che il Comune metterà a disposizione dell’ARPA per i controlli del mare.

Luca Basso

A ruota libera – Sesta ed ultima parte –

Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume
A ruota libera  – Sesta ed ultima parte –

Chissà se la realizzazione della pista ciclabile li avrebbe lasciati lì quegli arbusti. E chissà di cosa erano state testimoni quelle piante in tutti quegli anni. Forse niente di speciale, forse solo il perpetuo andirivieni delle autovetture, dei motori, delle bici; eppure, nella lenta trasformazione di quel noioso andirivieni, in quella infinita ripetizione lievemente, ma costantemente, diversa, c’era forse il segreto del cambiamento delle cose, della storia, come nelle foto del film di Harvey Keitel. Nell’evoluzione delle auto, della loro foggia, del tipo di combustione utilizzato, dei motori stessi, della composizione dei fumi scaricati, dei modelli delle biciclette, della potenza dei veicoli, degli abiti dei loro conducenti, dell’asfalto che di volta in volta copriva le radici degli stessi arbusti, dell’aspetto dei campi di fronte ad essi c’era l’impronta del moto perpetuo della vita degli esseri umani, della loro operosità, della loro irrequietezza, del fatto che essere vivi, essere in vita, essere nel gioco della vita, è essere in movimento, è trasformazione. Ma, d’altro canto, Mino si rendeva conto con sgomento che il gioco della morte, anch’esso, sì – che strano, era così – e il gioco del dolore e quello della gioia, non erano che trasformazione, cambiamento, evoluzione. Lo era anche il gioco della malattia! Da uno stato all’altro, elementi chimici che si associano e si disfano, in perpetuo movimento, seguendo le leggi della vita, della morte, della malattia, e chissà di cos’altro.
Mino cominciò ad accelerare, preso dal piglio veloce del treno dei pensieri sul cambiamento. Passava allora di fronte alla stradina che porta alla spiaggia dei Cannoni. Riflessioni del genere non erano all’ordine del giorno. Era curioso: forse quell’insolito pedalare accanto alle sezioni di cespuglio era la causa del colore esistenziale delle sue riflessioni. Anzi, forse, l’inaspettata rivelazione di quello che fino ad allora era rimasto nascosto dell’intimità delle siepi poteva trasformare lui, sì lui!, in testimone, in depositario di un qualche segreto che le piante avevano da confidargli. Continuò a pedalare, e a prendere velocità, e ad accelerare il respiro e nel giro di qualche minuto si ritrovò in corrispondenza della carcassa ossidata della IOM. Ma, mentre procedeva rapido, l’occhio di Mino non si staccò dalle siepi dimezzate. Si accorse che tra esse vi era un’infinità di altre piante, le cui propaggini erano rimaste intrecciate tra loro e avvinghiate ai tronchetti di quei cespugli sezionati. Erano rampicanti in primis: edera, bignonia, buganvillea, hibiscus, passiflora –  con gli ovali frutti arancioni appesi qua e là – , edera variegata, vite americana; il gelsomino odoroso che di tanto in tanto richiamava l’attenzione con degli sbuffi di profumo dolci e fragranti; campanelle rampicanti con le allegre infiorescenze pendenti viola e bianche. Vi erano altre piante da siepe, sbucate verso i bordi della strada dai confini dei giardini di alcune ville: l’evonimus, il lauroceraso, il callistemon, e rovi di more, costellati di frutti rinsecchiti, attorcigliati al guardrail, che costituiva l’unico elemento di continuità orizzontale del panorama, eccettuata la linea dell’orizzonte che suddivideva il mare dal cielo e la strada. Mino aumentò ancora l’andatura, in una sorta di ebbrezza che lo rendeva avido di immagazzinare quante più immagini fosse possibile di quello svelamento. Il contorno delle pale dei numerosi fichi d’india era evidenziato dalle file di frutti attaccati alle loro sommità, che costituivano uno sfondo di un verde-grigio tendente al celestino rispetto alle siepi. Alberi di fichi, fitti fitti di rami carichi di foglie appena giallastre si alternavano a giovani tronchi ulivo e a rami di pino e di banano sconfinati sulla strada dalle intercapedini create dal disegno di mattoni bianchi del muretto di qualche villa. Di tanto in tanto comparivano delle agavi guardinghe, verdi e con i bordi gialli, qualche palmizio e folti gruppi di canne con i loro pennacchi beige. Una fila di ailanti interrompeva le siepi per una ventina di metri da un lato e dall’altro della strada, poco prima dell’abitato di Cozze.
Contemporaneamente, in basso, nelle fasce marroni di terra, intrappolata e nascosta tra i tronchi delle siepi, era custodita una continua, interminabile, sterminata, successione di scarti, residui, rifiuti che, assieme alle piante sotto le quali si trovavano, riprendevano e ampliavano quella composizione degli opposti, quell’ossimoro di cose e di situazioni che Mino aveva notato nei pressi del cimitero. Erano tanti, tanti i rifiuti. Sembrava la cartina di tornasole del modo di vivere di quel tempo, del suo modo di vivere, della sua socialità, o quanto meno di quella dei luoghi che quella strada attraversava: c’era davvero di tutto. Ci si poteva sbizzarrire a raggruppare quegli scarti per tipologie, non mancava nulla. Contenitori di plastica di tutti i tipi: flaconi per detersivi, vaschette per patatine fritte, bottiglie piccole e grandi per l’acqua, barattoli di salviettine rinfrescanti, cilindretti di deodoranti, spazzolini, taniche per prodotti agricoli, scatole di polistirolo per piantine, imballaggi di plastica di tutte le grandezze e buste, alcune delle quali sventolanti da qualche ramo a mo’ di bandiera. Brandelli lordi di abbigliamento: una camicia blu scuro, un grembiule da cucina a quadrettini bianchi e rossi, gambaletti e collant di nylon arrotolati, calzini corti e lunghi spaiati, uno scamiciato celeste da signora, calzature, anch’esse spaiate, di tutti i tipi –  ciabatte da mare, mocassini in pelle nera e marrone, pantofole, qualche stivale, di pelle e di gomma, di cui uno alto e marrone, da pesca. Ovviamente, essendo vicina la costa, folta era la rappresentanza dell’attrezzatura da mare: palette, secchielli, formine, raschietti, una borsa mare blu trasparente, un ombrellone dalle stecche storte e spezzate, un tappetino para-scogli, lo scheletro arrugginito di una sedia a sdraio, una borsa frigo arancione spaccata, qualche pezzo di stuoia, flaconi vuoti di creme protettive e abbronzanti. Cospicuo anche le sfasciume dei mezzi di trasporto: camere d’aria, copertoni, una catena di bicicletta, specchietti retrovisori fracassati, arbre magique sbiancati, una marmitta bucherellata dalla ruggine, un sedile squarciato dal quale fuoriusciva della gommapiuma sporca, color giallo scuro. Prodotti per desideri indotti: scatole di sigarette, buste di caramelle formato famiglia, foderi di telefonini, bottigliette di mascara, tubetti vuoti di rossetto, flaconcini di vetro di smalto per unghie. Una categoria alla quale non aveva mai pensato era quella di “origine” culturale: un paio di libri ingialliti, macchiati e spaginati, fogli di giornale, giornalini di enigmistica, qualche rivista – prevalentemente di gossip –, pezzi di cd. Ciarpame tecnologico: un paio di radioline, un televisore dallo schermo in frantumi, lo scheletro arrugginito di una lavatrice, schede elettroniche ossidate, toner scarichi, cartucce per stampanti, un mouse. E poi un tappeto sminuzzato di schegge, detriti, frammenti più o meno riconoscibili che lasciava intendere che la quantità sarebbe potuta essere maggiore, non fosse intervenuto il tempo a consumare o il caso a trasportare il pattume più antico.
Ma come vi era finita lì tutta quella roba? Gli oggetti più leggeri potevano essere stati trasportati dal vento o erano rimasti intrappolati in qualche modo tra la folta vegetazione; ma le scarpe e il televisore e il copertone, e i secchi di latta e le cassette di legno e gli stivali e l’ombrellone e il sedile e la lavatrice e la marmitta? Mino spostava lo sguardo in basso, in alto, lateralmente, e passava dallo spettacolo impietoso dell’accumulo di scarti, che stentava a considerare come possibile, a quello rassicurante e tonificante dell’intreccio e dell’alternarsi rigoglioso delle piante. Com’è possibile, com’è possibile… come sono finiti lì? Chi ce li ha portati lì? Continuò ad accelerare, accelerare e per qualche attimo chiuse gli occhi per sentire sulla pelle sudata del viso il fresco provocato dall’attrito dell’aria che, nonostante tutto, era carica degli umori della linfa, profusi dalle siepi sezionate.

Lucia Diomede

(questo racconto breve di Lucia Domede è stato pubblicato in sei parti, ogni lunedì, nelle ultime settimane)

Mola by Varrese

Un nuovo sito dedicato al nostro paese. Lo ha realizzato Domenico Varrese appassionato di fotografia e autore di migliaia di foto (nonché video) su Mola. Un album fotografico da sfogliare con molto piacere.

Domenico Varrese è un ex dipendente pubblico, collocatosi in quiescenza dopo 40 anni, 2 mesi e 12 giorni di attività. Vanta una lunga militanza e un’attiva esperienza di consigliere comunale nel PCI.

A 59 anni ha deciso di lasciare l’attività lavorativa e di sviluppare la sua passione per la fotografia.

Grazie a due regali ricevuti a Natale dal figlio, sta curando da pochi giorni un sito internet in cui sta inserendo le sue belle foto scattate a Mola. Finora ha inserito quelle del presepe vivente, del Cozzetto, l’offerta dei prodotti agroalimetnari direttamente dal produttore al consumatore, la nevicata del 15 dicembre 2007, la costa, i lavori per la realizzazione del fronte mare, la via per Rutigliano e le foto dal Castello. L’ultima uscita è quella del 31 gennaio che ci offre scorci del paese in cui è possibile trovare la nostra (e la sua) storia, i ricordi dell’infanzia, la proiezione verso il futuro, alcune emergenze, opere pubbliche realizzate, ecc.

Neanche il tempo di scrivere queste poche note che Mimmo ha già inserito un altro album fotografico: la festa patronale: un puzzle di colori della nostra terra, un ricamo di sensazioni.

Tante foto molto belle.

Nella presentazione al sito Mimmo scrive che “Il fine è quello di poter dialogare con un linguaggio semplice e comprensibile.” Obiettivo raggiunto. Grazie Mimmo.

Boom di visite e visitatori per ambientemola.it

Numeri da record per questo sito lo scorso mese. A gennaio sono stati registrati 5544 contatti, 6725 visite e 13.452 pagine visualizzate (2000 in più rispetto a novembre quando era stato verificato il nuovo record di pagine visualizzate).

Sono i migliori risultati di sempre. Il sito viene consultato ogni giorno da tanti utenti, provenienti soprattutto dal motore di ricerca Google. A gennaio sono state registrate punte massime di 312 visite il 26, con 663 pagine visualizzate, e di 315 visite il 22, con 580 pagine visualizzate.
L’articolo più letto a gennaio è stato quello con cui abbiamo segnalato la firma del protocollo di intesa del GAL (162 letture) seguito dal post “distrutte le tamerici del baby park” (161 letture). Sempre a gennaio 2009 sono stati registrati 56 visitatori provenienti dagli USA. I paesi di provenienza dei visitatori sono risultati 34.

Cresce l’interesse per la cima di rapa

La cima di rapa è una specie di antica origine mediterranea. Legata ad usanze alimentari ben radicate nell’Italia centro-meridionale, è diffusa soprattutto in Puglia, dove, dal luglio 2006, è stata inserita nell’elenco dei prodotti tradizionali regionali.
Inizia così l’articolo Ai mercati piace la cima di rapa pugliese, ortaggio “antico” di Francesco Di GIoia e Pietro Santamaria, dell’Università di Bari, che è stato pubblicato sul numero 2/2009 del mensile nazionale “Ortofrutta Italiana”.
In Italia ci sono oltre 9.000 ettari di cima di rapa, quasi la metà in Puglia.
La cima di rapa vanta notevoli potenzialità produttive e salutistiche, ma ha bisogno di essere valorizzata, caratterizzando le numerose popolazioni presenti e puntando in misura maggiore sulla promozione.
Nell’articolo sono descritte le varietà di cima di rapa, il loro calendario di produzione e commercializzazione, nonché le caratteristiche qualitative (la cima di rapa è ricca di vitamica C, glucosinolati e polifenoli).
È davvero sorprendente scoprire che la cima di rapa, un ortaggio poco conosciuto in alcune regioni Italiane, seguendo le orme degli emigrati, ha raggiunto i Paesi del Nord Europa, Stati Uniti, Canada, America Latina ed Australia. La cima di rapa, indicata sotto il nome “rappini” o “broccoli rabe”, è presente in numerosi mercati ortofrutticoli delle grandi città americane, come Baltimora, Boston, Chicago, Detroit, Los Angeles, Miami, New York, Philadelphia, Pittsburgh, San Francisco, St. Loius e Toronto, in tutti i periodi dell’anno.