Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume
A ruota libera – seconda parte –
Senza troppi indugi Mino mise da parte le considerazioni di natura filosofica, perché sapeva che lo avrebbero immesso in una dimensione speculativa di natura opposta alla concretezza che gli serviva per sbrigarsi; indossò la tuta blu in tessuto acetato con bordi bianchi, scese in garage entrando dalla porta posteriore che dava sulla tromba delle scale del suo palazzo, controllò la tenuta delle gomme, alzò la saracinesca dall’interno, portò fuori la bicicletta, l’appoggiò sul cavalletto, abbassò la saracinesca e si avviò. Era una semplicissima mountain bike bordeaux, di quelle che i costruttori avevano progettato sapendo che non avrebbero mai affrontato un percorso fuoristrada. Mino non andava tanto per il sottile con le bici, non desiderava modelli o accessori particolari che esibissero la predilezione per questo mezzo; l’aveva comprata per poche decine di euro qualche anno prima durante una di quelle offerte irrinunciabili di un ipermercato, quando la vecchia amatissima e leggerissima Mannarini rossa, senza marce, che aveva continuato ad utilizzare da quando era ragazzo, aveva ceduto il passo alla ruggine, nonostante non le avesse mai fatto mancare la manutenzione. Manubrio, forcella, telaio, ruota dentata e catena si erano deteriorati, tanto che, l’ultima volta, sulla via di Rutigliano, il salto provocato da una gobba di una mastodontica radice di un pino d’Aleppo nel manto stradale li aveva fatti saltare. Si era ritrovato per terra con la bicicletta a pezzi. Fortunatamente la sua andatura era moderata e in quel frangente passavano soltanto un motorino e un trattore; i conducenti prontamente si fermarono e gli prestarono soccorso. Lui se la cavò con qualche sbucciatura e lividi ai gomiti e alle ginocchia; la bicicletta no. L’aveva avuta per una trentina d’anni, gli sembrò comprensibile che si fosse auto-collocata a riposo.
Scese per via Gramsci, girò a destra, inchinò il capo nei pressi della statua di padre Pio, proseguì dritto e svoltò per via Marconi. Dal vecchio Baby Park si diresse sul lungomare e passò davanti al castello; rallentò e superò il curvone a S; oltrepassò il mercato del pesce da un lato e la banchina-parcheggio di chianche bianche e imboccò la parte finale del lungomare. I cantieri navali erano in attività: si sentiva il motore delle gru e si intravedevano un paio di carpentieri al lavoro, uno sulla chiglia e l’altro sulle ossature trasversali di una carena in legno. Lasciò dietro la Lega Navale con i suoi scafi attraccati ai pontili e guardò sulla sinistra con un velo di malinconia gli spazi che una volta erano stati La casa dei Doganieri. Ora erano occupati, con gran dispendio di mezzi e di denari, da una sala ricevimenti d’alto bordo kitsch e, ovviamente, alla moda. Tutto il cattivo gusto e il gusto dell’ostentazione, così trendy, si esprimevano nei due giganteschi vasi bianchi sovradimensionati rispetto alla sede stradale e all’ingresso. La discrezione della porticina di ferro e del minuscolo ingresso che immetteva nella sobria hall del teatro era agli antipodi rispetto alla procacità quasi pornografica dell’attuale accesso alla sala ricevimenti, e costituiva nell’immaginario di Mino un ovvio contrasto, una metafora da manuale, tanto evidente del diverso peso riconosciuto nella contemporaneità ai due tipi di attività da sembrare quasi banale. Guardò oltre, ma c’era poco da fare: ogni volta che passava da lì scattava automaticamente quel moto d’irritazione, e oggi, puntualmente, gli era capitato di nuovo. D’un tratto, l’odore vagamente silvestre dei cipressi misto a quello acido e dolciastro dello sterco di pecora lo invase, superando sulla destra la stradina che portava al cimitero. A Mino parve che quella repentina mescolanza di effluvi che lo aveva sopraggiunto, provenienti proprio dal luogo in cui si conservavano i resti umani una volta terminato il viaggio terrestre, costituisse insieme un compendio e una conclusione al filo di considerazioni che andava facendo. L’indissolubile miscela tra la leggerezza del profumo dei cipressi e la pesantezza del tanfo dello sterco riproponeva la commistione di alto e basso, gradevole e sgradevole, buono e cattivo, bello e brutto, e, forse, in ultima analisi, bene e male, che aveva notato nel contrasto tra il teatro e la sala ricevimenti e la risolveva rammentando che tutto è vanità.
-continua-
Lucia Diomede