Le discariche abusive e la cultura dei rifiuti

Il tema dei rifiuti comincia lentamente ad essere affrontato dai media, dalle associazioni e dai decisori politici con un approccio sempre più integrato, cioè inerente alla generale questione dei flussi di energia e di materia, e non più «di settore». E si comincia a diffondere anche la consapevolezza che il nodo gordiano in cui sono strettamente intrecciate la crisi economica, quella energetica e quella ambientale è reso ancora più inestricabile da ogni elemento di inefficienza del ciclo del trattamento dei rifiuti.

Parimenti, le azioni informative ed educative riguardo ai comportamenti individuali stanno sempre più concentrandosi sulla necessità di un´adeguata raccolta differenziata da parte delle famiglie e talvolta si indirizzano verso un allungamento del ciclo di vita dei prodotti, mentre resistono le iniziative finalizzate alla riduzione dei rifiuti abbandonati in città o nelle aree extra-urbane: anche se «non sporcare» o «non abbandonare i rifiuti nell’ambiente» suonano ormai come obsoleti slogan del bel tempo che fu, frasi ormai arrugginite come i cartelli su cui esse sono scritte ai margini delle strade di campagna.

Ma se i cartelli minacciosi arrugginiscono, sotto di essi i rifiuti abbandonati continuano ad accumularsi. Alcuni verranno poi recuperati dalle aziende di raccolta, con maggiore impiego di energia e di risorse rispetto a quello richiesto se lo smaltimento avvenisse in modo corretto. Altri invece resteranno per sempre nel luogo in cui sono stati gettati, disgregandosi e avvelenando il terreno, l’aria e l’acqua oltre a costituire fattore di degrado visivo e fonte di vari tipi di rischio diretto per la popolazione e per la fauna.

Nelle aree urbane e peri-urbane il problema è ovviamente ancora più grave, a causa della grande quantità di rifiuti che vengono abbandonati abusivamente, sia dalla popolazione che dalle aziende. La via migliore per affrontarlo sta probabilmente in un duplice approccio: da una parte è necessario rendere sempre più agevole per le famiglie e per le imprese il ritiro a domicilio degli ingombranti o il conferimento ai centri di raccolta.

Dall’altra parte occorre intensificare l’azione di educazione e «formazione» della cittadinanza in direzione di una reale «cultura del rifiuto», che oltre ad avere tra i suoi effetti una sicura riduzione dell’abbandono abusivo, faccia comprendere alla popolazione l’importanza fondamentale che una corretta gestione del ciclo integrato dei rifiuti riveste all’interno della più ampia questione dell’orientamento del sistema economico e produttivo in direzione della sostenibilità.

In questo senso va la campagna di comunicazione «Ehi, dove li butti?» di Publiambiente, partita nei giorni scorsi e che ieri è stata descritta nei dettagli agli organi di informazione. Secondo il presidente dell’azienda di servizi, Paolo Regini, l’iniziativa ha come obiettivi il decoro urbano, il risparmio di risorse economiche, l’aumento della differenziata, ma anche e soprattutto «la costruzione di una corretta cultura ambientale e la ricostruzione del senso civico».

Una corretta cultura ambientale, o meglio una cultura del rifiuto, appunto, cultura la cui diffusione è sicuramente incoraggiata anche da una semplice e ironica immagine in cui un bimbo imbronciato rimprovera con lo sguardo l’adulto che sta sporcando il suo mondo e (quindi) rendendo più incerto il suo futuro.

Interessante, a questo riguardo, è apparsa anche la correlazione diretta tra l’informazione/comunicazione che viene rivolta alla popolazione riguardo alla gestione dei rifiuti e il tasso di raccolta differenziata effettuata: secondo Regini, «tutte le volte che è stata abbassata la guardia sugli aspetti informativi, ha fatto poi seguito una diminuizione della differenziata».

Fonte: grrenreport (rm)

Dormex, tra revoche e contraffazioni. Chi ci rimette è l’agricoltore.

Diversi agricoltori in difficoltà per la revoca del fitoregolatore Dormex decretata l’anno scorso dalle autorità italiane. Segnalati alcuni casi di utilizzazione di prodotti non registrati, falsi e inefficaci. Alcune informazioni per evitare le frodi e i rischi collegati all’uso di prodotti non registrati.

Con il decreto del 18 marzo 2008 (G.U. n. 84 del 9 aprile 2008), in Italia è stato revocato il fitoregolatore Dormex, contenente come principio attivo la cianammide. Il prodotto era autorizzato su actinidia, vite, albicocco e ciliegio per interrompere la dormienza delle piante e accelerare la fine del riposo vegetativo. L’applicazione del prodotto era molto diffusa tra gli agricoltori molesi perché determinava un anticipo dell’apertura delle gemme e una precocità di raccolta. Diversi agricoltori che fino allo scorso hanno utilizzato il Dormex , in questi giorni, si stanno chiedendo cosa è meglio fare.

Il provvedimento di revoca adottato in Italia non ha previsto lo smaltimento delle scorte, ma il ritiro da parte della ditta produttrice (la AlzChem) di tutte le confezioni residue di Dormex sia presso gli esercizi di vendita sia presso gli utilizzatori.

In una comunicazione della società AlzChem datata 22 dicembre 2008 e indirizzata a distributori e utilizzatori del fitoregolatore Dormex  è possibile leggere quanto segue: “Le autorità italiane hanno revocato la registrazione del prodotto fitosanitario Dormex® a mezzo D.L. 18 marzo 2008. Con il provvedimento da ultimo indicato, è stato anche disposto il ritiro immediato delle scorte giacenti presso gli esercizi di vendita e gli utilizzatori. Lo scorso 18 settembre 2008, la Comunità Europea ha pubblicato a mezzo Gazzetta Ufficiale la decisione di non iscrivere la cianammide – p.a. del Dormex® – nell’allegato I della direttiva 91/414/CEE; con tale decisione è stato disposto che tutti i prodotti fitosanitari contenenti cianammide, siano revocati entro il 18 marzo 2009 con eventuale smaltimento delle scorte entro il 18 marzo 2010.
Da quanto sopra esposto, emerge palese la maggiore severità del provvedimento italiano rispetto a quello comunitario. In conseguenza della revoca italiana del prodotto Dormex®, l’AlzChem Trostberg GmbH è al momento nell’impossibilità di soddisfare le pressanti richieste dei frutticoltori italiani. Diversa è la situazione dei frutticoltori degli altri Paesi della Comunità Europea dove è consentita la commercializzazione degli agrofarmaci a base di cianammide, sia pur fino a marzo 2009. Il provvedimento legislativo interno e quello comunitario sono scaturiti da valutazioni, assolutamente non condivise dall’impresa produttrice, secondo le quali la cianammide provocherebbe effetti nocivi sugli operatori del settore agricolo. Sta di fatto che il Dormex® viene utilizzato da molti anni in più di 30 paesi nel mondo – in alcuni di questi da più di due decenni – senza aver dato motivo a restrizioni di utilizzo. L’impresa produttrice ha – da sempre – investito gran parte del suo impegno nella ricerca e in corsi di formazione al fine di illustrare agli operatori agricoli le corrette modalità operative nell’utilizzo del Dormex®, valide ad annullare i rischi di eventi accidentali. Ed è proprio percorrendo questa via che la AlzChem garantirà il suo massimo impegno – in un auspicato spirito di collaborazione con le competenti commissioni tecniche sia a livello italiano che comunitario – al fine di riacquisire le autorizzazioni di legge necessarie per l’utilizzo del Dormex®, indiscutibilmente essenziale per una frutticoltura agronomicamente ed economicamente valida.”

Intanto però anche in Italia, e a Mola da quanto ci viene riferito, è possibile trovare prodotti di contrabbando o falsi. Più in particolare, è stato segnalato un prodotto cinese con basse percentuali di cianammide non stabilizzata. Solo piccoli quantitativi originali sembrerebbero arrivati dalla Spagna, peraltro ancora marchiati Degussa (oggi AlzChem).
La foto che pubblichiamo si riferisce ad un prodotto palesemente falso, da evitare assolutamente. Dalla foto è possibile rilevare la presenza sulla tanica di un’etichetta assolutamente illegale.

Diffidate gente, diffidate.

L’Anci risponde su RSU e nuovo accordo quadro Anci-Conai

Il primo gennaio 2009 è entrato in vigore il nuovo Accordo Quadro ANCI – Conai. L’intesa prevede che ai Comuni che sottoscrivono le convenzioni venga riconosciuto e garantito nel tempo un corrispettivo economico in funzione della quantità e della qualità dei rifiuti urbani raccolti. Gli imballaggi in acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro vengono in tal modo conferiti al Sistema Consortile, che li avvia a riciclo in appositi centri individuati sul territorio.

Tra gli obiettivi dell’accordo vi è quello di realizzare una crescita non solo dimensionale, ma soprattutto qualitativa delle raccolte di rifiuti. Per ottenere un continuo e crescente contenimento dei costi ed una ottimizzazione delle rese del riciclo, l’ANCI ed il Conai promuoveranno ed incentiveranno, la diffusione di linee guida condivise, relative non solo ai modelli organizzativi ma anche alle attrezzature della raccolta differenziata.

Il ruolo del Sistema si svolge comunque in una logica di sussidiarietà rispetto al mercato. Il nuovo Accordo propone, infatti, ai Comuni e ai gestori convenzionati la possibilità di sganciarsi, all’interno di finestre temporali preventivamente definite, dagli obblighi di conferimento destinando il materiale sul libero mercato. E’ inoltre prevista la possibilità di rientrare nelle convenzioni, ancora una volta all’interno di periodi preventivamente definiti, per permettere la pianificazione industriale e finanziaria del sistema. (ar)

1. I costi del servizio rsu

Con riferimento al grado di copertura del servizio smaltimento rifiuti solidi urbani art.61 D.gs. 507/93, si chiede se nel costo del servizio debbano essere considerate le seguenti voci: 1) acquisto di bidoni per conferimento del verde – costo sostenuto dall’amministrazione comunale per distribuzione gratuita ai cittadini; 2) spazzamento strade; 3) gestione piattaforma ecologica intercomunale; 4) costi del personale; 5) costi smaltimento rifiuti speciali; 6) compenso esattore per ruolo. Si chiede inoltre se sia corretto portare in diminuzione del costo ottenuto, i ricavi relativi alla vendita di materiale recuperato con raccolta differenziata.

Risposta

Sono sicuramente compresi nei costi coperti dalla tassa le spese indicate ai punti 1, 2, 3. Il costo posto al punto 4 deve riguardare esclusivamente il personale addetto al servizio. I costi relativi allo smaltimento dei rifiuti speciali sono compresi se riguardano rifiuti speciali assimilati cioé conferiti al servizio pubblico gestito in regime di privativa. Il compenso dell’esattore non e’ compreso tra quelli riguardanti il servizio. Il ricavo della vendita dei materiali recuperati con la raccolta differenziata deve essere portato in riduzione sui costi.

2. L’abbandono dei rifiuti

Il D.Lgs. 152/2006 sanziona il deposito di sacchetti di rifiuti in orario non consentito su suolo pubblico con sanzione da 25,00 a 500,00 euro. Ciò premesso il Sindaco può, ai sensi dell’art 50 comma 4 e 5 del Tuel, regolamentare con ordinanza sindacale il gettito su suolo pubblico dei sacchetti di rifiuti solidi urbani ed applicare una sanzione amministrativa da 200,00 a 1.000,00 euro per ogni violazione accertata ?

Risposta

I D.Lgs. 22/1997 e 152/2006 non forniscono una definizione dell’abbandono di rifiuti. Si può invece desumere cosa si intende per deposito incontrollato, ritenendo tale quello che avviene in maniera diversa dal deposito temporaneo di cui all’art. 183, lett. m) del citato Decreto 152, e presenta una caratteristica di continuità di abbandono. Per abbandono si intende un accumulo di rifiuti su aree pubbliche e private costituito da beni o oggetti lasciati con incuria e al degrado, e quindi con l’evidente intenzione di disfarsene. In questi termini anche l’abbandono di sacchetti in orari non consentiti può configurare una situazione riconducibile all’art. 192 del decreto ambientale. Tuttavia si ritiene che il caso esposto possa trovare adeguata collocazione nel regolamento previsto dall’art. 198 del Decreto ambientale, di competenza dei Comuni, con il quale questi disciplinano, tra l’altro le modalità del conferimento della raccolta differenziata. In questo caso il conferimento dei rifiuti operato in maniera non conforme alle disposizioni regolamentari, costituisce violazione diversa da quella considerata dall’art. 192, comma 1 e può essere assoggettata alla sanzione di cui all’art. 7-bis del Tuel.

3. La composteria

Per estendere la raccolta differenziata alla frazione umida sono state acquistate le compostiere da assegnare ai cittadini che dispongono degli spazi necessari. Per gli altri si sta acquistando una compostiera da collocare al coperto in un immobile comunale. Occorrono per essa autorizzazioni particolari ?

Risposta

La compostiera è un contenitore dotato di coperchio, in alto, utile al caricamento del materiale da compostare e di uno sportellino laterale, in basso, da cui si può prelevare il compost maturo. Le pareti sono realizzate in modo tale da possedere una serie di fessure indispensabili per la circolazione dell’aria al suo interno. Sarebbe meglio posizionarla in un luogo a parziale ombreggiamento in estate e soleggiato d’inverno e sarebbe necessario porla a diretto contatto con il suolo dal quale il materiale riceve parte dei microrganismi utili al processo.

Nel caso di impianti per il riciclaggio e per il recupero di materia prima secondaria e di produzione di compost di qualità dai rifiuti provenienti da raccolta differenziata si applica la procedura semplificata di cui al D.Lgs. 152/05 ed in particolare l’art. 216 (operazioni di recupero) il quale dispone, tra l’altro, che a condizione che siano rispettate le norme tecniche e le prescrizioni specifiche di cui all’articolo 214, commi 1, 2 e 3, l’esercizio delle operazioni di recupero dei rifiuti può essere intrapreso decorsi 90 giorni dalla comunicazione di inizio di attività alla Provincia competente, entro 10 giorni dal ricevimento della comunicazione stessa.

Fonte: www.gdc.ancitel.it

Dove finiscono i rifiuti recuperati con la raccolta differenziata?

Come abbiamo riportato in un precedente post, a Mola la raccolta differenziata ha superato il 16% nel 2008, praticamente il doppio rispetto al 2007.

Oggi indichiamo le piattaforme che hanno ricevuto lo scorso anno i materiali sottratti alla discarica per avviarli al recupero di materia.

Carta e cartoni (quasi 650 t) sono stati ricevuti dalla Recuperi Pugliesi a Modugno, che ha ritirato anche la plastica (65 t).
Le quasi 200 t di vetro sono finite a Demorecuperi Tisti di Triggiano e al Centro Raccolta Rottame Vetro di Trani.
Il legno (oltre 1.000 t) è stato consegnato ad Ecoripa, qui a Mola.
I metalli, che spesso vengono raccolti anche da privati, sono stati trasferiti a Castellana Grotte ( ad Ecometalli) e a Bari ( al Centro Riciclo Sud).
Gli imballaggi e i materiali misti (plastica+allumionio+acciaio, oltre 100 t, essenzialmente provenienti dal “porta a porta”) sono stati ritirati da Recuperi Pugliesi di Modugno.
Le pile esauste e le confezioni di fitofarmaci sono state consegnate alla ditta Teorema (Acquaviva delle Fonti). I medicinali scaduti a Recuperi Pugliesi di Modugno.
Le apparecchiature con cloroformio (quasi 30 t) e gli ingombranti (altre 30 t) sono stati portati ad Eco Ambiente Sud di Fasano e ad Ecopolis 2000 di Crispiano. Le apparecchiature elettriche ad Eco Ambiente Sud di Fasano.
La Lombardi Ecologia ha portato gli abiti usati e i prodotti tessili alla Recuperi Pugliesi di Modugno.

Complessivamente, l’anno scorso sono stati recuperati 2.470 t di materiale riciclabile, oltre 1.100 t in più rispetto al 2007.

Conto Energia, l’inarrestabile motore del fotovoltaico made in Italy

A tre anni di vita dei decreti in “Conto Energia” facciamo il punto delle loro applicazioni con l’Ing. Montanino, Direttore tecnico del GSE

Ing. Montanino, l’opportunità italiana per lo sviluppo del fotovoltaico, costituita dal Conto Energia, compie già tre anni. Forse è il momento per fare qualche considerazione. Prima di parlare di numeri, sono stati secondo lei raggiunti gli obiettivi strategici posti alla base dei Decreti?

Non è facile rispondere a questa domanda, poiché gli obiettivi che il Conto energia si propone di raggiungere sono molteplici. Posso provare ad evidenziarne qualcuno.
Sicuramente il conto energia si prefiggeva di far decollare il numero delle installazioni fotovoltaiche in Italia. Nel quinquennio 2000 – 2005, durante il quale è stato operativo lo schema d’incentivazione in conto capitale del programma “Tetti fotovoltaici”, il volume di fotovoltaico annualmente installato ristagnava su valori di pochi megawatt. Con la partenza del “Conto energia”, dopo una prevedibile inerzia iniziale, il ritmo delle installazioni annue è completamente cambiato e, dai 70 MW del 2007, siamo arrivati ai circa 200 MW del 2008. Pertanto da un punto di vista quantitativo siamo sulla strada buona.
Parallelamente alla potenza installata, era prioritario anche sviluppare e formare gli operatori fotovoltaici in Italia (produttori di moduli e componenti, installatori, progettisti), presupposto indispensabile per una crescita armoniosa e duratura del mercato e per evitare di diventare una terra di conquista da parte di prodotti ed operatori stranieri. Su questo fronte la partita è ancora tutta da giocare e l’esito non è certo.
Infine, un terzo obiettivo, strettamente legato ai primi due, è rappresentato da una progressiva riduzione del costo dell’impianto per l’utente finale. Anche su questo punto non è possibile esprimere un giudizio, perché il mercato non evidenzia al momento segnali che ci possano indicare che in Italia si sia imboccata la strada giusta. Anzi, è sempre presente il rischio che, nelle varie fasi del processo, si possano radicare costi parassiti (senza valore aggiunto), che potrebbero rallentare, se non impedire, l’auspicata riduzione dei costi.

Quali sono state le principali innovazioni del secondo Decreto rispetto al primo?

Il Decreto del 19 febbraio 2007, che ha definito l’attuale quadro di riferimento normativo per il Conto energia, ha permesso di superare alcune criticità che avevano di fatto inceppato il cammino del meccanismo d’incentivazione e rischiavano di compromettere la crescita e la continuità del nascente mercato del fotovoltaico in Italia. In particolare le novità più rilevanti sono:

* l’abolizione della fase istruttoria di ammissione alle tariffe incentivanti e dei limiti annuali di potenza incentivabile. Attualmente, gli impianti possono richiedere gli incentivi solo a valle dell’entrata in esercizio. In questo modo sono stati eliminati i pericoli derivanti da comportamenti speculativi di alcuni operatori che, senza la reale volontà di costruire gli impianti, miravano ad accaparrarsi una quota rilevante della potenza disponibile, condizionando in tal modo lo sviluppo del mercato. L’introduzione di un limite globale di potenza incentivabile (1200 MW) permette a tutti gli operatori di pianificare i propri investimenti su di un orizzonte temporale sufficientemente lungo.

* l’articolazione delle tariffe, in relazione alla taglia e al livello d’integrazione architettonica degli impianti, e l’introduzione di un premio sulle tariffe, abbinato ad interventi di efficienza energetica sulle unità immobiliari alle quali sono asserviti gli impianti stessi, sono leve efficaci per indirizzare il mercato verso soluzioni progettuali compatibili con l’ambiente e per creare sinergie con le politiche d’incentivazione del risparmio energetico;

* l’eliminazione del limite massimo di 1000 kW della potenza incentivabile per un singolo impianto rende possibile iniziative di grande dimensione che potranno avere un impatto rilevante sul tasso di crescita del mercato.

Veniamo ai numeri. Mi risultano ben 23.185 gli impianti collegati attualmente in rete. E’ un dato esatto ? E comunque sono stati confermati i target di potenza istallata che sicuramente il GSE si era posto nell’applicazione dei Decreti?

Il preconsuntivo (da consolidare nei prossimi mesi) della potenza cumulata in esercizio in Italia con il “Conto energia” alla fine del 2008 è di circa 280 MW per un totale di oltre 25.000 impianti. Per fine 2009 il GSE prevede che la potenza possa raggiungere i 550 MW per un numero complessivo di impianti pari a circa 50.000. Con questo scenario la potenza totale di 1200 MW incentivabile con il nuovo conto energia potrà essere raggiunta già nel corso del 2012. E’ opportuno ricordare che a questi 1200 MW vanno sommati circa 250 MW (sui 380 MW ammessi) che si prevede saranno realizzati con le regole del primo conto energia.

Nel confronto dell’Italia con la Germania, o l’Olanda, notiamo ancora importanti differenze nello sviluppo del fotovoltaico. Quali sono, secondo lei, gli elementi che ancora frenano l’affermazione piena del fotovoltaico nel nostro paese?

Il 70% dei moduli prodotti nel mondo viene venduto e installato in Europa, che attualmente, grazie ai meccanismi di incentivazione, è leader per capacità cumulativa installata. In Europa, dopo la Germania e la Spagna, il nuovo “hot market” è sicuramente l’Italia. La Germania a fine 2008 ha superato i 5000 MW di potenza fotovoltaica cumulativa installata (a fine 2007 il dato era 3900 MW), ma questo è stato possibile grazie ad un sistema di incentivazione, il “Renewable Energy Sources Act” (EEG) che ha messo in moto il mercato nel 2000, cinque anni prima che in Italia partisse il primo conto energia. Se osserviamo i dati in Germania dopo tre anni di incentivazione, i megawatt installati erano meno di 400 (a cui vanno sottratti tutti gli impianti realizzati con il programma “100.000 tetti fotovoltaici”). Il bilancio in Italia non è così diverso, a tre anni dall’avvio del sistema di incentivazione, da quello tedesco in termini di potenza cumulativa installata. Rimangono le differenze sui prezzi degli impianti (4.400 €/kWp, fonte BSW Solar 2008 – German Solar Industry Association, a fronte di oltre 6.000 €/kWp in Italia, dato rilevato da GSE su quanto dichiarato in sede di richiesta degli incentivi), sulla stabilità “normativa”, oltre che sulle barriere di ordine amministrativo per le autorizzazioni e per le connessioni alla rete.

In conclusione parliamo in generale di rinnovabili. Dal suo osservatorio privilegiato, crede che il nostro Paese riuscirà a raggiungere gli obiettivi posti a livello europeo?

L’obiettivo del 17% di consumi complessivi di energia da fonti rinnovabili al 2020 è ambizioso ma non impossibile; i dati di mercato ci mostrano che, nonostante la crisi economica, gli investimenti nelle rinnovabili continuano. E’ comunque necessario lo sforzo di tutti gli attori coinvolti in un processo dove le istituzioni, l’industria e gli investitori lavorano insieme puntando ad un unico obiettivo, che poi è quello della riduzione dei costi.
Last but not least, una considerazione. Poichè l’obiettivo è in percentuale del consumo finale, il suo raggiungimento passa necessariamente attraverso un uso consapevole dell’energia da parte dell’utente finale, con un conseguente cambiamento del nostro stile di vita.

Fonte: www.rinnovabili.it

Censiti oltre 4000 uccelli acquatici

Tanti gabbiani (2320 comuni, 1650 reali, 36 gabbiani pontici, 2 gabbiani nordici e 1 gabbiano corallino), 27 svassi (4 svassi piccoli e 23 svassi maggiori), 8 cormorani, 5 sule, 21 fratini, 1 piovanello pancianera, 1 piro piro piccolo, 8 zafferani, 3 gavine. Sono questi i risultati del censimento degli uccelli acquatici presenti dal limite sud della provincia (Monopoli) fino alla Foce dell’Ofanto, compresi Porti e Zone Umide Costiere. Il censimento è avvenuto sabato scorso, 24 gennaio, con cielo nuvoloso e mare poco mosso.

Il Censimento Internazionale degli Uccelli Acquatici (International Waterfowl Census) è coordinato all”International Waterfowl Research Bureau (IWRB), il quale raccoglie i dati e li elabora a livello europeo. In Italia i conteggi sono coordinati dall’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (INFS) ed in Puglia, dal 2002, dal dott. Giuseppe La Gioia, per conto dell’Osservatorio Faunistico della Provincia di Lecce e di Or.Me. Nel tratto che comprende Mola il censimento è stato eseguito dai Rilevatori IWC Liuzzi e Todisco.

“Il CDR è rifiuto? Toccherà agli Enti Locali farsene carico”

“La sentenza della Corte Europea obbligherà gli Enti Locali a stabilire la destinazione del Combustibile da rifiuti già in fase di pianificazione”. Intervista a Raphael Rossi, della ESPER (Ente di Studio per la Pianificazione Ecosostenibile dei Rifiuti) che ha curato la progettazione del sistema porta a porta a Napoli ed è Vice Presidente dell’Amiat spa

La Corte Europea condanna l’Italia e stabilisce che il CDR è un rifiuto. Quali saranno le ripercussioni di questa sentenza?
La sentenza fa riferimento al CDR-Q, acronimo di Combustibile Derivato da Rifiuto (RDF Refuse Derived Fuel) di qualità elevata è definito dalla norma UNI 9903-01 che ne definisce gli standard qualitativi.
Il governo italiano aveva introdotto una definizione che declassava il CDR-Q dalla sua natura di rifiuto e lo qualificava come combustibile.
Ad oggi per la legislazione italiana, il CDR è considerato alla stregua di una merce qualsiasi può tranquillamente varcare i confini provinciali e regionali senza particolari restrizioni.
Con questa sentenza le cose dovrebbero cambiare radicalmente. Essendo considerato rifiuto, come tale dovrà essere trattato. Il che significa che gli Enti Locali dovranno inserire al momento della pianificazione anche quella che sarà la destinazione del CDR prodotto, e che questo dovrà essere trattato come rifiuto, con le tutele ambientali che ne conseguono.

Fino ad oggi come veniva trattato il CDR dalla legislazione italiana?
Come un rifiuto speciale, quindi veniva sottratto alla pianificazione pubblica. Il problema è che l’Italia ha avuto normative che non recepivano in maniera corretta le direttive europee, che sono sempre state chiare a proposito.
L’esempio di alcune province è lampante: in fase di stesura del Piano Provinciale per la Gestione rifiuti (PPGR) prevedevano il trattamento dei rifiuti raccolti e la produzione di CDR. Non essendo questo sottoposto alle regolamentazioni relative ai rifiuti, non erano tenute a prevederne le destinazioni. Il CDR aveva dunque libertà di movimento senza particolari restrizioni, come se fosse una merce qualsiasi.

E’ corretta l’interpretazione della Corte Europea? Il CDR è un rifiuto?
Io considero corretta l’interpretazione della Corte Europea. Si tratta peraltro di un intendimento più volte ribadito dall’Unione Europea, possono essere fatti sforzi per velocizzare gli iter autorizzativi dei vari tipi di impianti che trattano i rifiuti ma superare un livello autorizzativo sotto pretesto che tale materiale non è un rifiuto ma un combustibile è pretestuoso.
Prova ne è del resto che, nei casi a me noti, gli impianti chiedono un corrispettivo per bruciare CDR nei loro forni, mentre devono pagare gli altri combustibili.

Esistono impianti che bruciano CDR: inceneritori, cementifici, etc… Questa sentenza varierà in qualche modo i finanziamenti a cui hanno accesso questi impianti (Certificati verdi e Cip6)?
La normativa italiana ed europea prevede che tutti gli impianti che trattano i rifiuti debbano essere autorizzati a farlo tramite particolari procedure amministrative.
La realizzazione di impianti termici che bruciano combustibili tradizionali (cementifici, centrali termoelettriche etc) ha invece un iter autorizzativo più semplice e meno soggetto a possibilità di revoca. Gli impianti termici peraltro sono autorizzati a limiti di emissioni in atmosfera significativamente più alti rispetto agli impianti autorizzati a incenerire rifiuti.
In questa sentenza si ribadisce che i tutti i derivati dai rifiuti debbano essere trattati in impianti autorizzati appositamente a farlo e che non ci possano essere deroghe per impianti che trattano particolari tipologie di derivati; si evita che il CDR-Q possa essere bruciato in impianti che non siano autorizzati ad incenerire i rifiuti.

Fonte: www.ecodallecitta.it (di Sergio Capelli)