Gli alberi – Prima parte

Un albero di pensieri, con ramificazioni principali e secondarie nacque e crebbe in un baleno vedendo Leo scavare le quattro buche nel terreno scurissimo ancora zeppo di pioggia.
«…perché la terra vuole l’albero, e l’albero vuole la terra…»
Una frase, un precetto, un insegnamento che aveva chissà quale lunga e tortuosa radice, ma che lì per lì, non riuscivo a rintracciare. Quelle parole continuavano a ronzarmi in testa, come api che in sciame girano intorno al ramo cosparso di germogli carichi di nettare di cui sono ghiotte; e quelle parole erano ghiotte di ricordi che sentivo avrebbero succhiato uno a uno dal silos della memoria, in cui giacevano temporaneamente riposti.
Non era uno stanco rituale, quello della Festa dell’Albero: anche quest’anno Leo e Giovanni, volontari di Legambiente, avevano organizzato nella mia scuola una vera e propria festa per piantare quattro nuovi alberi, due ulivi e due limoni, e tre siepi di finto alloro, in una delle spoglie e brulle aiuole che circondano a tratti l’istituto. Li accompagnavano due giovani guardie forestali, Luca e Francesco, arrivati dalla loro stazione di Monopoli nell’automobile di ordinanza, una Panda a quattro ruote motrici, lucida e nuova di zecca.
E fu proprio con una vecchia Panda 4×4 che l’agronomo arrivò, quando uno dei due splendidi aranci nel giardino delle mie zie, Antonietta, Alberta e Rosa, si ammalò di una malattia per me stranissima, che vedevo per la prima volta, e che non si sapeva da dove l’avesse potuta contrarre, visto che nei terreni circostanti né alberi né piante ce l’avevano. Poi, la cosa che mi sembrava ancor più strana era che l’altro arancio, suo compagno da sempre, col quale aveva condiviso ogni clima e ogni goccia d’acqua, stava benissimo, sembrava quasi indifferente alle sofferenze del suo simile. Mi sembrava scandaloso, ed ebbi modo di dirlo con tanto di sdegno a zia Antonietta. «Non te la devi prendere con l’albero sano perché è sano. Se io ho la febbre, non me la prendo mica con te perché non stai male. E anche se lo facessi, non mi farebbe guarire dalla mia malattia». Tanto mi bastò a riconciliarmi con l’arancio sano. Le foglie, i rami di quello malato avevano smesso di respirare, erano stati come soffocati da una gelatina appiccicosa e biancastra, puntinata di minuscoli insetti neri, che mia zia per brevità chiamava «l’appiccico». Nonostante i successivi trattamenti consigliati dall’agronomo, l’albero, benché si fosse liberato di quella che l’agronomo chiamava melata e degli insetti, non riuscì più a produrre arance. Per qualche anno ancora fiorì, ma i piccolissimi frutti verdi che conseguentemente si sviluppavano dai fiori, poco più piccoli di biglie, misteriosamente cadevano. Poi, perse anche le foglie. Sembrava che i rami non avessero più la forza di generarne di nuove.

Dopo aver accolto i ragazzi in auditorium con un breve saluto e spiegato le motivazioni e il significato della Festa, Leo ha lasciato la parola a Luca, che ha illustrato brevemente i compiti principali che svolge nel suo lavoro di guardia forestale, per poi sottolineare con semplicità e decisione l’importanza degli alberi. Luca si rendeva conto che si stava rivolgendo a dei ragazzi, poco più che bambini in prima media e poco meno che giovani in terza, e che, qualcuno di loro, per la prima volta sentiva che un albero è vita, che un albero fa la differenza in un territorio. Sapeva bene che è proprio a quella età che abbondano i giochi di coraggio, quelli che servono a far vedere agli altri che si è grandi e non si ha paura, che si è degni di essere accettati nel gruppo perché non ci si tira indietro di fronte a nulla. E proprio a qualcuno di questi giochi col fuoco che possono avere conseguenze imprevedibili puntò l’attenzione, e per evitare che il suo intervento assomigliasse a un sermone fece proiettare dei cartoni animati che in modo accattivante e familiare per i ragazzi mostravano le conseguenze di quei giochi col fuoco, che spesso provocavano degli incendi, con conseguenze inimmaginabili per le persone, le cose, gli animali e gli alberi.

«…perché la terra vuole l’albero, e l’albero vuole la terra…» rispondeva mia zia a chi le consigliava di tagliare quell’arancio malconcio. Avevo più o meno l’età dei ragazzini che avevo accompagnato in auditorium e non sapevo proprio che idea farmi della malattia dell’albero. Non passava giorno senza che mia zia recasse in giardino e si prendesse cura delle sue piante con ogni sorta di clima. Ancor più adesso che c’era un paziente che aveva una specie di «malinconia». Con gli alberi e le piante ci parlava; niente di strano, in molti lo fanno, anzi, va di moda, lo si sente affermare sempre più spesso da chi ama accudire le piante o lo si trova scritto in qualche rivista di giardinaggio, o nei commenti dei blog a tema. Ma lei era diversa. Non lo faceva perché aveva lei il bisogno di esprimersi, di parlare: con le piante comunicava, aspettava da loro una risposta, nella loro lingua; e le piante, in effetti, le rispondevano. Lei le osservava, prendeva una foglia e la tastava per sentirne la consistenza; sradicava dell’erba fastidiosa «che dava fastidio» a un giovane arbusto; zappettava il terreno attorno al tronco per «far respirare» le radici; rimuoveva una foglia secca «perché il terreno ama stare in ordine», con una scaletta arrivava al ramo che col suo gruppo di foglie aveva attirato la sua attenzione e si faceva raccontare dal loro colore e dalla loro forma se c’era qualcosa che non andava. Lei decifrava i messaggi attraverso le azioni che compiva, e, se c’era qualcosa che non andava, trovava sempre il rimedio giusto. Con l’arancio infermo non funzionava più. Era come se avesse smesso di parlarle. Come un malato che quando perde troppe forze chiude gli occhi e si raccoglie nel silenzio. Non riusciva a capirlo per quanto si sforzasse. Per questo aveva interpellato i contadini che abitavano nella sua strada e l’agronomo alla fine. Ma fu tutto inutile.

La proiezione dei video in auditorium terminò,          – CONTINUA – Luciana Diomede

Spariscono le api, ciliegeti a rischio nel barese

Raffaele Monaco è docente universitario. Insegna Entomologia alla facoltà di Agraria dell’ateneo barese. Ma è anche uno degli ultimi «cacciatori di api» in attività. Esperto in rimozioni di nidi di vespe, calabroni, e via dicendo, in ambiente urbano. Questa esperienza quarantennale rischia di finire nel libro dei ricordi. La ragione? In Puglia, soprattutto le api, stanno scomparendo.
Il fenomeno – planetario – è legato ad una serie di concause, si va dall’uso dei pesticidi in agricoltura all’instabilità climatica, per arrivare alle polveri sottili. Stavolta, però, gli effetti possono essere devastanti specialmente per i 16mila ettari (metà della superficie nazionale) di ciliegeti del Barese. Monaco lancia l’allarme: «Le piante sono quasi tutte autosterili e ci vorrebbero, per l’impollinazione, 60/70mila alveari. Questo servizio è assicurato solo in piccola parte da apicoltori nomadisti che si spostano da altre regioni. In Puglia, secondo una stima attendibile, ci sono appena 14mila e 200 alveari, con una densità di 0,7 per chilometro quadrato, rispetto alla media nazionale di 3 alveari e mezzo».
Ciliege in pericolo. Ma anche angurie, cetrioli, zucche e tutte quelle varietà che hanno bisogno dell’impollinazione: un terzo delle coltivazioni da cui dipende la nostra alimentazione è legato al lavoro del prezioso insetto.
La morìa di api si aggiunge ad un’altra catastrofe. Il flagello Varroa (un acaro parassita arrivato dall’Asia) che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ha di fatto azzerato l’apicoltura pugliese, e non solo, praticata specialmente nel Salento e sul Gargano. La prova arriva dal fatto che oggi s’importa il 50 per cento del miele consumato. Eppure le api “made in Puglia” hanno sviluppato caratteristiche particolari. Tant’è che dagli Stati Uniti è arrivata una task force d’esperti con una missione ben precisa. Portare al di là dell’Oceano, in Louisiana, il seme dei maschi per rinsanguare le api americane alle prese con la deriva genetica.
Come limitare i danni del collasso delle colonie di api pugliesi? Monaco un’idea l’ha: «Serve una legge regionale ad hoc. D’altra parte siamo l’unica regione d’Italia a non averla». Il professore nel 1985 si era dedicato anima e corpo a mettere nero su bianco la legge 61. Approvata, naturalmente. Quello che la politica non ha mai sdoganato, invece, è stato il regolamento di attuazione. Morale? Lavoro inutile. «Oggi – dice Monaco – la regione si limita ad erogare contributi a pioggia a chi presenta domande per acquistare api e attrezzature. Parliamo di 40/50mila euro. Un dispositivo legislativo efficace, invece, dovrebbe innanzitutto prevedere la disciplina dell’impiego di fitofarmaci ». Insomma, meglio fornire assistenza tecnica e sanitaria. Gli apicoltori pugliesi professionisti sono un centinaio. Che diventano 400 se aggiungiamo quanti considerano l’apicoltura come un hobby. L’intenso sviluppo agricolo rappresenta un altro ostacolo all’attività apistica. In alcune zone (Tavoliere, Nord barese e parte del Brindisino) l’apicoltura, infatti, è completamente assente, sia per la totale eliminazione della flora spontanea, sia per l’impiego massiccio e generalizzato delle sostanze chimiche.
Della vicenda si sta interessando anche il Wwf. Pasquale Salvemini è il presidente regionale: «La legge da promuovere è a costo zero. Siamo la Cenerentola d’Italia in questo settore: assurdo. La biodiversità deve rappresentare una risorsa da valorizzare». Poi, c’è la querelle, tutta barese, sul recupero delle famiglie di api in città. Un compito delegato all’Amiu, l’azienda di nettezza urbana, al posto dell’Ausl, istituzionalmente preposta a risolvere il problema per quanto attiene gli spazi pubblici.
Il professor Monaco, con la sua esperienza decennale, è stato praticamente ignorato. Nonostante ogni anno arrivino una quarantina di segnalazioni dal capoluogo, che superano le 100 in tutta la provincia. «L’intervento non deve essere distruttivo – racconta il cacciatore di api – perché questi insetti possono essere recuperati e utilizzati nuovamente. Purtroppo in ambito privato ciascuno provvede in proprio, spesso bruciando le api». Il modus operandi è semplice. Si ricorre al tradizionale sacco di tela grezza per avvolgere il favo. E il gioco è fatto.
«A questo proposito – continua Pasquale Salvemini – i volontari del Wwf offrono disponibilità e collaborazione per intervenire con gli enti preposti per intervenire in caso di necessità».
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

Approvato il regolamento generale del verde cittadino

Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità, nell’ultima seduta del 28 novembre, il regolamento generale del verde cittadino.

Il regolamento ha l’obiettivo di disciplinare la gestione e l’uso del verde pubblico e privato, indicando anche buone pratiche per la gestione ottimale del verde (potature degli alberi, difesa fitosanitaria, rimozione e smaltimento dei rifiuti).

Il regolamento, che si compone di 37 articoli e 14 allegati, ha la finalità di:
divulgare la sensibilità ambientale e la cultura di rispetto dell’albero e del verde;
tutelare il verde e considerarlo quale fattore di miglioramento della qualità di vita dei cittadini;
suggerire adeguati interventi gestionali delle aree verdi;
incrementare la fruizione delle aree verdi da parte dei cittadini;
accrescere la partecipazione dei cittadini, anche nella gestione degli spazi verdi.

Gli elementi di forza e più innovativi del regolamento approvato dal Consiglio comunale di Mola riguardano:
- la cippatura o triturazione dei rifiuti verdi in modo da favorire il recupero di materia e l’arricchimento di sostanza secca dei terreni e ridurre i costi legati al trasporto e allo smaltimento dei rifiuti;
- la riduzione della TARSU per chi pratica il compostaggio domestico (il regolamento contiene un apposito allegato che disciplina questa pratica ecologica);
- l’indicazione delle specie che più si adattano ai nostri ambienti;
- il primo elenco di 24 alberi monumentali (un ulivo censito ha una circonferenza lunga oltre 6 metri);
- il divieto assoluto di capitozzature gli alberi;
- le modalità di accesso alle aree verdi;
- il coinvolgimento dei cittadini attraverso il Forum Cittadino per il Verde;
- la possibilità di sponsorizzazioni e concessioni di aree a cittadini, associazioni ed enti.

Nella presentazione del provvedimento, l’assessore Pietro Santamaria ha ricordato quanto di buono sta facendo il settore diretto dalla Dott. Maria De Bellis con il dott. Leonardo Lorusso (è in scadenza il bando per l’assegnazione dei lavori di manutenzione del verde comunale). Più in particolare, è stato ricordato che nel corso del 2007 sono state messe a dimora oltre 100 magnolie, 85 alberi nelle scuole (bagolaro, leccio, quercia spinosa, ligustro, acero, noce, hibiscus, lentisco, pioppo, albero di Giuda) e numerosi viburni per recuperare aree periferie oggetto di discarica abusiva di rifiuti (grazie alla Lombardi Ecologia). Nel 2008 sono stati messi a dimora oltre 3000 alberi nel canile comunale, diverse piante in aree cittadine (lantane in piazza e al giardino don Pedro, aceri a don Pedro e in via Buonarroti; 20 arbusti in via Foggia, 135 ginestre, 85 mirto e  20 callistemon (oltre all’aptenia) lungo la pista ciclabile di via Pietro Delfino Pesce, ecc.).

L’assessore Pietro Santamaria ringrazia la responsabile del settore ambiente Maria De Bellis, per la professionalità con cui segue i procedimenti, il dott. Leonardo Lorusso, per la passione con cui sviluppa il lavoro, e i collaboratori volontari che hanno contribuito al raggiungimento di questo importante traguardo.

Presentato ad Acquaviva il GAL del SUD-EST Barese

Alla presentazione del GAL del SUD-EST Barese ad Acquaviva delle Fonti hanno partecipato una quarantina di persone, per lo più responsabili di associazioni culturali, di volontariato e sportive. C’erano anche docenti di diverse scuole, referenti di alcune organizzazione professionale e i titolari dei due agriturismi presenti nel comune di Acquaviva delle Fonti. Il Dott. Cirone, dell’assistenza tecnica che segui i sei Comuni nella predisposizione del documento strategico territoriale che sarà presentato alla Regione Puglia, ha presentato il PSR e le opportunità che presenta il GAL per lo sviluppo rurale.

La maggior parte dei presenti ha chiesto altri incontri per definire meglio il ruolo di ciascun soggetto all’interno del parternariato socio-economico e l’individuazione dei bisogni del territorio.

Domani nuovo incontro del tavolo istituzionale per definire il calendario dei prossimi incontri pubblici.

Ulteriore estensione del “porta a porta” a Mola

Dal 9 dicembre anche la zona compresa tra via Vitulli, via Piero Delfino Pesce e corso Italia sarà interessata dalla raccolta differenziata “porta a porta”. Altre 240 famiglie interessate dal sistema di raccolta a domicilio. In questo modo, tutte le abitazioni comprese tra il mare e la stazione sono servite dal “porta a porta” per la raccolta differenziata di carta e plastica+acciaio+alluminio.

Anche nella nuova zona, carta e plastica+lattine+acciaio saranno depositati, in sacchetti ben chiusi, sul marciapiede antistante la propria abitazione. Questi gli orari per deposito e raccolta a domicilio (simili al quartiere del Cozzetto):
MARTEDI: raccolta carta (sacchetto giallo) dalle 06.00 alle 08.00;
VENERDI: raccolta platica, alluminio ed acciaio (sacchetto celeste) dalle 06.00 alle 08.00.
Il servizio di raccolta avrà inizio alle ore 09.00.
Ogni famiglia ha ricevuto stamattina, a casa, 30 sacchetti gialli, 30 sacchetti celesti ed un volantino con le istruzioni per differenziare i rifiuti e ridurre lo smaltimento in discarica.

Il servizio è svolto dalla Lombardi Ecologia.

La raccolta differenziata porta a porta in questa zona interesserà 240 famiglie. Il sistema della raccolta stradale con i cassonetti viene così sostituito anche in questa zona dal sistema della raccolta domiciliare, detto anche del “porta a porta”. I cassonetti gialli e quelli blu saranno tolti per andare a potenziare la raccolta differenziata stradale in periferia.
Finora il sistema di raccolta differenziata del “porta a porta” aveva interessato 8.150 famiglie. A queste si aggiungeranno le 240 famiglie che abitano nella zona ad est di corso Italia. Sale così all’84% la quota di famiglie molesi interessate dalla raccolta differenziata del “porta a porta”. Tutte le abitazioni comprese tra il mare e i binari della ferrovia sono servite dal “porta a porta” per la raccolta differenziata di carta e plastica+acciaio+alluminio.
Come dimostrano i risultati conseguiti negli ultimi mesi a Mola, le raccolte domiciliari, se ben organizzate e gestite correttamente, sono le più efficaci rispetto all’obiettivo della minimizzazione della produzione di rifiuti e della massimizzazione delle raccolte differenziate, grazie alla loro capillarità, alla possibilità di responsabilizzare l’utente, all’interazione positiva che si può venire a creare tra utenza ed operatori.