Nel primissimo pomeriggio di una ottobrata meravigliosa, mite, tersa di luce arancio e celeste, appena tornato da lavoro, decidere di mangiare dei taralli e della frutta per mettere a tacere lo stomaco, e poi prendere la bicicletta, gli sembrò la decisione più savia e naturale che poteva eventualmente venirgli in mente, visto che non c’erano impedimenti esistenziali a renderlo impossibile. Aveva la gradevole sensazione di rivivere al contrario i primi giorni di aprile, quando la primavera si dispiegava, si srotolava, si svolgeva per lasciare poi il passo all’estate: l’autunno, in quel pomeriggio, gli sembrava, infatti, una primavera che si riavvolgeva pigramente sulla propria spoletta, al centro della quale c’era, fermo ad attenderla, l’inverno. E, dunque, gli pareva saggio approfittare degli ultimi tiepidi pomeriggi illuminati, visto che, presto, il freddo e il passaggio all’ora solare di Novembre avrebbero reso scarsamente praticabile l’idea di una lunga e corroborante passeggiata pomeridiana in bicicletta.
La bicicletta piaceva a Mino, perché gli consentiva di gustare gli odori, gli umori della stagione, percepire e memorizzare somiglianze di aromi, variazioni di fragranze, pestilenza di fetori e sostanze; associare ad essi i cambiamenti di colore del terreno, delle foglie, il loro mutamento di forma con l’avanzare dell’autunno, la veste diversa indossata dagli alberi e dalle siepi, i cambiamenti o le piccole e grandi novità delle fette di paesaggio che attraversava. Voleva essere in grado di «percepire le sfumature», come in quel film, Smoke, che aveva visto un bel po’ di anni prima all’arena Vignola, a Polignano, in cui c’era Harvey Keytel che faceva la parte di Auggie, un tabaccaio di Brooklyn, che da anni fotografava ogni giorno sempre lo stesso angolo di strada, lo stesso incrocio, quello in cui si trovava la sua tabaccheria,– ne aveva scattate già quattro mila di istantanee –, per captare i minimi cambiamenti che le cose, le strutture col tempo subivano. Certo non arrivava a tale maniacale ricostruzione da database, ma a Mino piaceva «stare sveglio», non lasciarsi narcotizzare dalla familiarità dei luoghi e delle cose in essi, gli piaceva continuare a notarle, nonostante la vicinanza, come se fosse per la prima volta. Non era facile, e sicuramente era inevitabile mettere tante cose tra parentesi, ma gli piaceva esercitarsi a non darle per scontato. O almeno gli andava di provarci.
Per lui era indifferente andare da solo o in compagnia; quando raccontava il perché la bicicletta era il suo sport preferito diceva che il pedalare da solo o in compagnia offriva due visioni dell’andare completamente diverse: la prima approfondiva la relazione con i luoghi, la seconda la relazione con gli esseri umani nei luoghi. Non amava dare ulteriori spiegazioni, perché gli sembrava di dover dare conto di una di quelle contorsioni mentali con le quali tutti si sistemano nella nostra testa alcune convinzioni delle quali si è certi, ma non si è certi che gli altri le capiscano. Oggi usciva da solo per la rapidità con la quale aveva preso la decisione, e dunque si disponeva a vivere la relazione con i luoghi. Non era la prestazione con la bici che gli interessava, la quantità di chilometri percorsi o il tempo impiegato, la capacità di affrontare le salite o di tagliare il vento in discesa; era il guardare, l’odorare, il poter curiosare tra i colori, il poter memorizzare forme e suoni che il pedalare gli rendeva possibile.
Un pomeriggio aveva sentito in televisione, nella rubrica pomeridiana di RAI3 Leonardo, che la possibilità di percepire il profumo rilasciato naturalmente da alberi, piante, fiori, rispetto al XIX secolo, è diminuita di duecento volte a causa delle polveri sottili, che gravano sugli effluvi vegetali, li accasciano e li rendono poco percepibili. Questa cosa lo innervosiva: viveva come un’ingiustizia il fatto che la possibilità di conoscere gli odori delle piante veniva ridotta di duecento volte e che le differenze erano soffocate in un grigiore povero di sfumature e malsano. Talvolta viveva queste uscite in bicicletta per le strade di campagna come un momento di allontanamento da ciò che è città, paese, artificialità, insostenibilità, verso un brandello di ciò che ancora ci ostiniamo a chiamare campagna, natura; ma, poi, e l’irritazione gli derivava proprio da questo, la campagna, la natura, probabilmente andavano definite in modo diverso a causa dell’artificialità di troppi elementi che ormai le costituivano.
- continua -
Lucia Diomede