Sta riscuotendo un grande apprezzamento la nuova rubrica di racconti brevi “Mal costume mezzo gaudio”. Questa settimana ospitiamo un racconto inedito di Antonio Campanile di cui Levante Editori di Bari ha pubblicato nel 2004 una raccolta di racconti (“Coriandolando”). E’ questo il terzo racconto della rubrica. Sono sempre racconti brevissimi dall’ordinario malcostume.
Il vigile
Un dio. Così si sentiva Luigi in quella prima mattina di lavoro, che attendeva da un tempo che ora gli pareva remoto. Gli avevano assegnato il settore più caldo, non solo perché luglio era alle porte, ma in quanto doveva controllare il traffico in uscita dalla città.
Ce l’aveva fatta. Dopo anni di concorsi, di prove e attese vane, era stato chiamato per un incarico trimestrale. Le delusioni del passato lo sfiorarono soltanto, dimenticando le tante volte in cui si vide scavalcato da persone molto meno capaci di lui, ma in possesso della spinta giusta: la raccomandazione, un organismo italico geneticamente mai modificato.
Lui aveva sempre rifiutato qualsiasi appoggio, nella cocciuta convinzione che il merito alla fine lo avrebbe premiato. Aveva studiato sodo, non trascurando alcun particolare, compreso uno stage di psicologia per vincere la timidezza e mostrarsi sicuro con la gente.
Ora era lì, per le arterie che vanno verso la costa.
Girando sulla moto di dotazione sentiva l’onnipotenza della sua divisa bianca sgargiante. Il suo fare gli ricordava quello di un’aquila che domina la valle in attesa del puntino nero, la preda da agguantare con una picchiata veloce e sicura.
Non dovette attendere molto.
Nello svoltare verso la strada che porta verso la tangenziale vide da lontano una lunga teoria di macchine, ferme al passaggio a livello. D’un tratto, dal fondo della coda, un fuoristrada nuovo di zecca, blu con i vetri laterali e posteriore oscurati, superò con slancio la fila, incurante del divieto di sorpasso, e si andò a mettere con il muso quasi sotto le sbarre.
Luigi non indugiò un secondo. Si diresse di gran carriera verso la preda.
Poco prima di arrivare gli parve di sentire uno stereo ad alto volume, ma non fu sicuro della sua provenienza, anche perché la musica si interruppe al suo giungere. Parcheggiò la moto sul lato sinistro della strada, vicino al marciapiede, e si avvicinò alla macchina. Quando fu nei pressi della portiera del guidatore sentì abbassare il vetro con un sibilo.
“Agente, mi scusi tanto, sono desolata!”
Luigi vide una donna appariscente, con abiti leggeri e provocanti. La camicetta bianca le apriva varchi inquietanti sul seno, peraltro ben visibile in trasparenza. Per non parlare della gonna…
“Prego?”, riuscì a farfugliare Luigi.
“Guardi, mi ha chiamato mia madre dalla villa al mare. Ha avuto un colpo di sole e si sta sentendo male. È un’emergenza, la prego, sia comprensivo”.
Luigi non riuscì a dir nulla. Rimase immobile con la fronte che gli si imperlava dalla tensione improvvisa.
La donna colse l’attimo. “Grazie, lei è un buono”. E con uno sguardo intriso di affettata compiacenza rialzò il finestrino.
Luigi, con fare meccanico, si diresse verso la moto, la inforcò, cambiò il senso di marcia e si allontanò, opaco agli sguardi curiosi che partivano dai primi veicoli in coda.
Il treno passò rumoroso. Le sbarre cominciarono a sollevarsi.
“Amà, é annato via, er burino?”
“Sì, Francè”.
“Famme largo, va!”, disse lui.
Amalia si spostò repentinamente sul sedile accanto, lasciando libero il volante. Francesco si sollevò dal suo nascondiglio dietro i sedili anteriori e si catapultò agilmente nel posto di guida.
“Anche stavolta ce l’avemo fatta, eh Amà”.
“Sì, sì” disse infastidita la donna.
Alzatesi le sbarre, il fuoristrada partì a tutta, inondando l’aria di scarichi copiosi. L’uomo accese lo stereo, a palla. Riecheggiarono le note del suo Vasco preferito: Vado al massimo.
Di lì a poco accese l’ultima Marlboro. Abbassò il finestrino e buttò il pacchetto senza neanche accartocciarlo.
Schizzò via, ignorando i gialli ed i subitanei rossi dei semafori, come un pistolero che in sella al suo baio corre nella strada polverosa, incurante degli sceriffi o degli indiani ululanti. Il mare sembrava non attendere.
Luigi continuò a vagare nella zona assegnatagli. Procedeva come un automa. La fine di quel primo turno giunse come una liberazione. Lasciò la moto di ordinanza e tornò a casa con il bus.
Si svestì in fretta. Porse gli abiti sulla sedia e si gettò sul letto, supino. Non aveva fame. Lanciò un ultimo sguardo alla divisa, un manichino al termine della rappresentazione.
Si sentiva svuotato. Non era andata come si aspettava. No, proprio no.
Cominciò a guardare il soffitto bianco. Non pensava a nulla. I suoi occhi vagavano su quel quadro immacolato su cui non riusciva ad immaginare alcunché.
D’un tratto scorse qualcosa di strano. Aguzzò la vista e vide, vicino ad un angolo, una piccola crepa. La sua fronte si corrugò leggermente.
Non l’aveva mai notata prima.
Antonio Campanile