Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni

Tra le misure che possono essere attuate con la costituzione di un Gruppo di Azione Locale (GAL) segnaliamo gli interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo degli elementi tipici e caratteristici del paesaggio agrario e degli spazi comuni tipici dell’ambiente rurale. Per questo è importante conoscere la storia dell’agricoltura e i caratteri che hanno contribuito a creare l’immaginario collettivo.  Lo studioso locale che ha fornito il maggiore contributo a questa opera di tutela e valorizzazione del paesaggio agrario molese è Vitangelo Magnifico, dirigente di ricerca, già direttore dell’Istituto di Orticoltura del MIPAF a Pontecagnano (SA). Della ricca produzione scientifica di Magnifico vi proponiamo la prima parte del saggio “Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni” pubblicato nel 1985.

Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni

di Vitangelo Magnifico

Si chiede Emilio Sereni (1974) «Se paesaggio agrario significa quella forma che l’uomo, nel corso ed ai fini delle sue attività produttive agricole, cosciente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale» vuol dire che, data la millenaria azione dell’uomo sul territorio nazionale ormai non dovrebbe esserci più traccia del paesaggio naturale. Ogni cosa sarebbe stata cancellata. Invece no. Alcune tracce sono arrivate fino a noi quasi a mostrarci la base di partenza dei nostri lontani agricoltori. A Mola, per esempio, possiamo ancora ammirare i residui di tre macchie mediterranee (in zona Pepe, a San Matermo e a San Vincenzo) e qualche sporadico e spontaneo albero di quercia (leccio) sui muri a secco nelle contrade più lontane del paese (Pozzovivo, San Vincenzo, ecc.). Non è stata definita la Puglia «la terra delle querce» dal botanico pugliese Carano? (1934).
Possiamo, quindi, immaginare il territorio di Mola interamente ricoperto dalla vegetazione spontanea che costituiva la tipica macchia sempreverde mediterranea, che, a seconda delle specie dominanti era alta o bassa.
Nella macchia alta, tipica della parte più alta del territorio, dominavano il leccio (Quercus ilex L.) il corbezzolo (Arbutus unedo L.) e il biancospino (Crataegus oxyacantha L.), mentre nella macchia bassa, che arrivava fino alla costa, dominavano il lentisco (Pistacia lentiscus L.), la ginestra (Spartium junceum L.), l’oleastro (Olea europea L. var. oleaster), il ginepro (Juniperus ozycedrus), i cisti (Cistus monspeliensis L., C. salviaefolia L. e C. incanus L.).
Su questa vegetazione spontanea si è svolta la prima azione agricola dell’uomo nel tentativo di recuperare la terra ai pascoli e alle prime coltivazioni. Sono iniziate, quindi, le opere di disboscamento soprattutto mediante il “debbio”, cioè la bruciatura della vegetazione per poter utilizzare, di volta in volta, la “nuova terra” ricca di ceneri fornite dai “buoi rossi” cioè le fiamme, come le definisce il Sereni (1981).
Per avvalorare la tesi del debbio come azione antropica primaria è interessante evidenziare la presenza del corbezzolo solo nella macchia di San Vincenzo. Questa specie è la più pirofila del gruppo su citato, cioè la prima a riprendere la vegetazione dopo l’incendio e tendente, pertanto, a diventare dominante. Certamente a San Vincenzo dopo l’incendio (o meglio gli incendi iniziali) l’azione successiva dell’uomo fu blanda tanto da consentire alla macchia di arrivare fino a noi. Certo è che le macchie residue molesi sono differenti per specie dominanti, le quali ancor oggi si trovano anche sparse sul territorio nelle aree non coltivate, come la ginestra, il lentisco, il corbezzolo, il biancospino e il leccio.
Su questo territorio tanto disforme e difficile per la mancanza di acqua e di precipitazioni estive gli agricoltori, nel corso dei secoli, si sono impegnati a cercare le più idonee combinazioni colturali che consentissero di soddisfare le esigenze alimentari della popolazione e degli animali del paese. La preponderanza di colture arboree (ulivo, mandorlo, carrubo, ciliegio, vite, fico, pero, melo, ecc.) consentiva di sfuggire meglio la siccità estiva, mentre i cereali (grano, avena, orzo) e le leguminose (fava, pisello, cece, lupino, cicerchia) utilizzavano bene la piovosità dei mesi più freddi.
Quando si è smesso, allora, nell’agro di Mola di disboscare, di bruciare la vegetazione spontanea per iniziare l’opera di miglioramento del terreno prevalentemente mirata alla eliminazione delle pietre? Anche questo nessuno può dirlo per mancanza di documenti. Non si conosce neanche quando e chi (inteso come <<istituzione>>) operò l’appoderamento, cioè la divisione dei campi nel territorio con le strade di accesso agli stessi. L’impostazione, abbastanza ben conservata e giunta fino a noi, appare ispirarsi a quella dei romani, che avevano appreso dai greci l’uso di suddividere in forme geometriche regolari i territori conquistati.
Nel nostro caso ricorda la centuriatio che i romani adottavano nelle pianure italiane lungo la rete delle grandi vie di Roma repubblicana e imperiale (Sereni, 1974). Il territorio di Mola risulta, pertanto, suddiviso in diciassette contrade da otto cardini (i capodieci del catasto borbonico) pressoché paralleli, a destra e a sinistra del Cardine massimo, cioè la strada vicinale perpendicolare al Decumano massimo (che rappresentato dalla Via Consolare Appia Traiana), la quale iniziava dalla porta del paese e proseguiva diritta verso mezzodì fino ai confini del territorio dividendolo in due parti uguali. Nel caso di Mola il Cardine massimo è rappresentato dall’attuale Via Cesare Battisti e dal suo prolungamento con la Provinciale Mola-Conversano (Strada per Pozzovivo).
Nella impostazione classica della centuriatio romana, decumani paralleli a quello massimo suddividevano con i cardini la superficie agraria in quadrati con lati di 710 metri circa e, quindi, con superficie di 50 ettari Nella suddivisione del territorio molese, i decumani sono poco estesi e non proprio paralleli tra loro, mentre le superfici delineate sono quasi sempre dei rettangoli aventi la larghezza (distanza fra due cardini), nella maggioranza dei casi, quasi la metà della centuriatio classica. Niente esclude che i romani, all’atto della colonizzazione, abbiano adottato l’altra consuetudine di suddividere la parte migliore del territorio in forme rettangolari (strigae e scamna) lasciando indivisa la restante parte comunemente adibita ad uso comune (pascolo, legnatico) (Sereni, 1974). Certo è che la conoscenza dell’epoca della ripartizione del territorio potrebbe dire qualcosa di determinante sull’origine di Mola.
Certamente l’azione successiva del debbio fu il recupero del terreno dalle pietre. I muri a secco (i pariétere), che ancora oggi contornano i campi, i trulli, i pagliai e le stesse casine più antiche sono la testimonianza di una lotta di millenni che anche l’agricoltore molese ha condotto e che non ha ancora vinto. L’addossare alla suddivisione primaria le pietre per delineare il possesso del campo per impedirne ad animali e a persone estranee la violazione ha consentito la conservazione nei secoli di un aspetto del paesaggio agrario condizionandone altri, come, per esempio, la deposizione negli ultimi anni delle condotte per l’irrigazione nei campi.
Allontanandosi dal mare, l’altitudine del territorio aumenta quasi linearmente per portarsi dopo tre chilometri a quota 80 metri circa per poi balzare nello spazio di meno di un chilometro a quota 120 metri circa a causa della presenza di un crostone (falesia) premurgico, che divide longitudinalmente in due parti il territorio, condizionando in questo modo le scelte colturali degli agricoltori molesi di tutti i tempi.
Percorrendo la strada sulla traccia del cardine massimo e superata la salita del crostone (a siérre) si scende lievemente nella contrada Pozzovivo, una conca di circa 200 ettari di fertilissima e profondissima terra di riporto. A destra di Pozzovivo e da San Materno verso Rutigliano l’altitudine resta pressoché costante, mentre a sinistra, andando verso Conversano, essa aumenta fino a raggiungere un massimo di 140 metri circa ai confini con il nostro territorio. Anche il litorale del paese verso Polignano ha una pendenza più irregolare, mentre verso Bari è prevalentemente pianeggiante.
Il territorio molese è ricoperto dalla tipica terra rossa mediterranea, la cui vegetazione naturale è costituita dalla macchia mediterramea. Le terre rosse spesso (quindi anche a Mola) poggiano su banchi calcarei più o meno tufacei, che nel corso delle ere geologiche sono stati lisciviati e decalcificati, sicché le loro impurità residue (silice, sesquiossidi di ferro e di alluminio, sostanza organica) hanno fornito al suolo il tipico colore rossiccio.
La profondità del terreno agrario molese è molto disforme: si passa da pochissimi decimetri sulla fascia litorale, a meno di un metro nell’entroterra ed ad alcuni metri a Pozzovivo. Ad eccezione di quest’ultima area, pietre e rocce affioranti sono sempre state una caratteristica comune del territorio. Ai piedi del crostone, fortemente eroso, spesso si trovano appezzamenti molto ricchi di terre chiamati pedali (i pedéle).
Non tutte le colture sono state conosciute allo stesso tempo: il carrubo, il gelso, il limone, la melanzana e altri ortaggi furono introdotti, per esempio, nell’Italia meridionale dalla dominazione araba fra l’VIII e il IX secolo. Agli arabi si deve anche l’introduzione delle norie (<<i ngiégne>>) per sollevare l’acqua delle falde sotterranee che a Mola trovarono una vasta applicazione che servì ad irrigare tutta la fascia costiera, consentendo lo sviluppo di una interessante orticoltura estiva, per la quale la nostra agricoltura era famosa. Così come famosa divenne per la produzione delle carrube, richiestissime durante i periodi carestia per l’alto valore nutritivo. Con la scoperta dell’America (1492) furono introdotte le solanacee (patata, pomodoro, tabacco) tra le quali il pomodoro assunse da noi una particolare importanza. Comunque era l’olio il prodotto molese maggiormente esportato rappresentando la base dell’economia del paese, tanto che ancora oggi la produzione delle olive è detta in dialetto a ndréte, cioè entrata, la massima entrata del bilancio della comunità. Sicché ogni qualvolta entravano in crisi i trasporti via mare anche l’economia del paese ne risentiva fortemente.
Quindi a Mola, grazie al trasporto via mare, anche nei secoli passati c’è sempre stato un tipo di economia aperta agli scambi con l’esterno. Si esportavano l’olio, carrube, mandorle, frutta, pelli e s’importavano utensili, stoffe, ecc.
Dalle notizie storiche giunte fino a noi e raccolte nei due testi di storia molese Ricordi storici di Mola di Bari e Pagine di storia molese, la superficie agraria molese (5.000 ettari appena) era occupata prevalentemente dall’ulivo (circa due terzi), la cui coltivazione si spingeva fino al mare ed era distribuita uniformemente lungo tutto il territorio. Non era, certo, la coltura specializzata che intendiamo noi oggi: era irregolarmente piantata (raramente in filari, le cosiddette chiandete) con distanze spesso molto ampie che consentivano l’introduzione di carrubi, ciliegi, mandorli, fichi, viti ed altri fruttiferi in consociazione con specie erbacee. Il 20 % circa della superficie era destinata a seminativo, il 10% a viti da vino allevate ad alberello.
Questo quadro paesaggistico è arrivato fino ai primi decenni del Novecento e chi non ha vissuto le trasformazioni avvenute in questo secolo può trovare in parte riscontro in altre aree a noi vicine e non ancora irrigue.
Il nostro paesaggio, però, racchiudeva all’epoca una meravigliosa continuità ed un perfetto equilibrio fra ambiente e produzioni.

Prima parte. Continua

MAGNIFICO V., 1985 – Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni. In: AA.VV., Mola tra Ottocento e Novecento, Edizioni dal Sud, 133-140.

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