Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni – seconda parte
Pubblichiamo la seconda parte del lavoro di Vitangelo Magnifico sul paesaggio agrario di Mola.
E’ importante conoscere la storia dell’agricoltura e gli interventi che hanno contribuito a creare o a modificare i quadri soggettivi di ognuno di noi.
Ieri l’incontro di presentazione del GAL al Castello è andato molto bene. Stiamo procedendo con convinzione verso la pianificazione dello sviluppo rurale. Vitangelo c’era. E tu? Aspettiamo altri contributi. Partecipazione è democrazia. Partecipazione è anche questo.
Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni (seconda parte)
Lungo la costa, a pochi metri dal mare alti muri a secco costituivano la prima barriera al mare. Quasi addossati ai muri c’erano i filari di ulivo o di fichi o di fichi d’India. I primi, però, prevalevano sugli altri. La lotta continua con il mare li aveva curvati verso sud; la chioma a nord era fatta di rami secchi, che servivano a proteggere il resto della vegetazione. Fino alla strada statale Adriatica la superficie era sgombra da alberi e destinata a colture erbacee e la rotazione cereale-pomodoro era la norma. I pomodori venivano irrigati con le acque salmastre sollevate dalle norie, cui forniva l’energia un asino o un mulo bendato che per ore girava tirando una barra che metteva in moto il marchingegno per cui i secchi (i galitte da nigiégne) dalla forma dell’apertura caratteristica colmi d’acqua venivano sollevati e rovesciati in una vasca di raccolta (u palemmidde). Da questa, mediante canalette in tufo, l’acqua veniva distribuita sul terreno preparato con cape canêle, canêle, quadre e pertêre.
Spesso un trullo serviva da riparo alle intemperie, mentre un fico, un gelso rosso o un ulivo forniva l’ombra a lavoratori, bestie e carro agricolo.
Lungo la statale un altro filare di ulivo o fico, spesso alternati fra loro, limitava i campi a monte. I confini da mare a monte comunemente non erano alberati.
In questi poderi, d’estate, il paesaggio era ravvivato da filari di cotone, saggina (utilizzata per la costruzione delle scope), mais e qualche aiuola di ortaggi (biete, peperoni, melanzane, fagioli, meloni). La produzione degli ortaggi per il mercato veniva, invece, effettuata negli orti irrigui vicini al paese (i ciardiénere).
A monte della statale l’appoderamento seguiva in parte lo schema già visto verso il mare. In questi casi, però, tutti i confini erano contornati da alberi di ulivo; la vegetazione arborea era più fitta, le norie meno numerose e le aree a seminativo più limitate nel numero. Su questi campi comparivano i carrubi, i mandorli, i ciliegi, qualche pesco e le viti, le quali man mano che ci si allontanava dal mare diventavano più frequenti. Spessissimo le viti erano coltivate nelle parti più rocciose del podere su aree circolari (ruòtele de ceppeune). Non mancavano, però, superfici più ampie coltivate a vite con impianti regolari e qualche volta vicinissime al mare, soprattutto verso Cozze.
Gli alberi da frutta come ciliegi, meli, peri, albicocchi, peschi, gelsi bianchi, nespoli, susini, noci, ecc. erano disseminati su tutto il territorio, anche se la loro presenza si faceva più frequente soprattutto nelle contrade oltre i sirre, dove Pozzovivo assurgeva al ruolo di frutteto di Mola. Qui, grazie alla terra profonda e ad una ricca falda acquifera più superficiale, era possibile coltivare anche ortaggi durante l’estate e soprattutto meloni, pomodori da serbo e fagioli. In inverno nelle zone più fertili si coltivava la patata, mentre nei terreni più poveri delle aree più erose era maggiormente presente il lupino.
Da tutto ciò si evince che il paesaggio agrario molese aveva acquistato la classica tipologia del giardino mediterraneo in cui nel XVII e XVIII secolo si inseriscono le aziende signorili caratterizzate dalle imponenti costruzioni adibite più a dimora estiva per il padrone che a supporto produttivo. A Mola è sempre mancata una tradizione zootecnica e rarissime erano le «masserie» che contemplavano anche una stalla con corpo a parte, la quale spesso era limitata a qualche vano per pochi capi bovini o per un ristretto gregge di ovini. Questi ultimi venivano custoditi nei tipici recinti (i iazze) contornati da muri a secco con strette aperture d’ingresso per facilitare la conta dei capi.
La presenza della capra o della pecora per la produzione del latte per la famiglia del contadino, così come l’allevamento di qualche coniglio e di alcune galline in terrazza, era anch’essa una costante nel paesaggio agrario molese ed un supporto fondamentale nella economia rurale di quei tempi.
Tra le colture erbacee, ovviamente, dominava il grano, ma si coltivavano anche l’orzo e l’avena, che venivano seminati in tutte le superifici libere in rotazione con le leguminose da granella nell’entroterra e con il pomodoro lungo le coste. Con il termine mascìaìse s’intendevano, infatti, le colture miglioratrici in rotazione con i cereali. Questo termine è poi rimasto a Mola ad indicare la sola coltura del pomodoro.
Questo paesaggio, consolidatosi nel tempo, arriverà integro fino agli anni Quaranta di questo secolo, dopodiché l’introduzione della coltivazione del carciofo e dell’uva da tavola, l’allargamento della statale Adriatica, l’inquinamento del mare e l’urbanizzazione selvaggia sul litorale, porteranno, nel giro di vent’anni, sia alla variazione del paesaggio che alla distruzione dell’equilibrio ambientale faticosamente realizzato nei secoli.
Il carciofo, che tradizionalmente veniva coltivato in pochi esemplari ai margini del podere, sul finire degli anni Venti iniziò ad essere coltivato in pieno campo sul litorale. La sempre crescente domanda di questo ortaggio fece espandere la sua coltivazione anche oltre le «penne» e spessissimo in consociazione con ulivo e mandorlo.
Il ciclo naturale autunno-primaverile del carciofo porterà l’agricoltura molese a lottare maggiormente contro il mare per poter difendere questo pregiato prodotto dalle mareggiate. Quindi maggior cura nelle barriere a mare. I muri a secco in qualche caso si fanno più alti e spesso bisogna riergerli in pieno inverno perchè abbattuti dalle mareggiate. Intanto, l’acqua delle norie garantisce sufficienti irrigazioni di soccorso.
La possibilità di scavare pozzi più profondi delle norie, l’introduzione delle pompe meccaniche e la possibilità di ottenere produzioni di carciofo anticipate consentiranno a questo ortaggio di estendersi anche nell’entroterra molese. Da qui, in seguito, gli agricoltori molesi lo porteranno nelle nuove aree irrigue della Puglia (Foggiano e Brindisino) (Magnifico, 1981).
Intanto, a Pozzovivo iniziava nel 1937 (Vlora, 1957) la coltivazione dell’uva da tavola con il sistema a tendone escogitato nella vicina Noicattaro nel 1922. Per far posto ai tendoni vengono abbattuti alberi ed operati dissodamenti e scassi. L’agro molese si vivacizza. Le rimesse degli emigranti consentono le trasformazioni e per gli agricoltori molesi inizia un periodo di speranza. I lunghi periodi di disoccupazione, detti da cucuzziéde, possono essere eliminati; il tendone e il carciofo possono dare lavoro tutto l’anno.
Lo scavo prima e la trivallazione poi di altri pozzi consentono di ottenere alte produzioni di uva.
L’introduzione di varietà più precoci e la possibilità di ottenere un prodotto più anticipato favorito dall’esposizione del paese fanno arrivare la coltura dell’uva da tavola fino alla statale Adriatica.
Qui, purtroppo, le acque sono salmastre e l’accumulo di sale nel terreno fa sparire i rigogliosi tendoni nel giro di un decennio o poco più. Così, una lunga fascia di terra costeggiante la ferrovia nel giro di pochi anni ricambierà paesaggio e questa volta a vantaggio del carciofo.
Con l’abbattimento degli alberi sulla costa per consentire sia l’impianto del tendone che l’ampliamento della strada statale, l’azione delle mareggiate si fa incontenibile ed aggravata dall’inquinamento marino. L’agricoltura sulla costa così s’impoverisce, diventa marginale e la terra viene abbandonata … al miglior offerente.
Arriva la speculazione edilizia e l’urbanizzazione selvaggia. Gli effetti delle mareggiate si notano anche a tre chilometri dal mare.
Il paesaggio agrario sulla costa si fa spettrale, mentre resta meraviglioso lo spettacolo della vasta distesa di verde fornita dai tendoni nell’entroterra e soprattutto nella conca di Pozzovivo.
Intanto i tendoni invecchiano e l’uva da tavola conosce tempi tristi. Il carciofo, in forte espansione, s’insedia anche a Pozzovivo e porta con sé anche l’infestante preferita: l’acetosella (Oxalis pes-caprae L.) con i suoi meravigliosi fiori gialli. In meno di quarant’anni si è passati dal rosso dei papaveri nei campi di grano al giallo oro dell’acetosella nei campi di carciofi.
Questi quarant’anni sono stati caratterizzati anche da una notevole meccanizzazione dell’agricoltura. Sono scomparsi i carri agricoli che formavano lunghe code ai passaggi a livello e sulle strade di campagna. Sono scomparsi in paese i caratteristici posteggi per i carri agricoli, la cui sosta in strada era vietata ad eccezione di quelli carichi di pomodori e pronti per partire di notte pe fretiérre.
E’ rarissimo ormai vedere aratri e traglie trainati dai muli. Sono scomparsi i campi zappati a iurdene. Il lavoro ora viene svolto da rumorosi trattori e motocoltivatori che hanno alleviato, e di molto, il lavoro dei contadini.
Tutto il territorio molese è diventato irriguo grazie ad alcune centinaia di pozzi artesiani. L’acqua scorre in chilometri di tubi metallici distesi ai lati o sui muri a secco, mentre nel campo viene distribuita mediante tubi neri di plastica. Non sembra vero all’agricoltore di Mola di aver vinto anche questa battaglia contro la sete e la siccità che gli rendeva il raccolto aleatorio. Delle vecchie e gloriose norie resta solo qualche rudere o qualche stonato rifacimento presso qualche villa che con gli scarichi ne appesta l’acqua.
E’ innegabile che le trasformazioni di questo secolo abbiano procurato più benessere all’agricoltore e alla comunità molese. Il territorio agrario di Mola nei secoli aveva sempre stentato a fornire le produzioni che garantissero una certa tranquillità di vita al contadino molese. Quelle trasformazioni era giusto e necessario farle, ma bisogna tenere in maggior considerazione il più importante elemento: il mare, al quale il destino di Mola è sempre stato vincolato. Averlo dimenticato è stato fatale anche per il paesaggio agrario.
Vitangelo Magnifico
Seconda parte. Fine (la prima parte è stata pubblicata qui)
MAGNIFICO V., 1985 – Il paesaggio agrario di Mola dagli inizi del Novecento ai nostri giorni. In: AA.VV., Mola tra Ottocento e Novecento, Edizioni dal Sud, 133-140.
Bibliografia
AA.VV., Pagine di storia molese, Grafischena, Fasano 1978.
A. Abatangelo, Felèscene, Edizioni dal Sud, Bari 1983.
E. Carano, Il suolo e la flora delle Puglie, Atti della Società Italiana per il Progresso delle Scienze, III, 32-50, 1934.
G. De Santis, Ricordi storici di Mola di Bari, Ed. Eugenio, Napoli 1981.
V. Magnifico, Stato attuale e potenzialità dell’agricoltura molese, 1ª Conferenza Cittadina sull’Agricoltura, Mola di Bari, 1 aprile 1981.
E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Bari 1974.
E. Sereni, Terra nuova e buoi rossi e altri saggi per una storia dell’agricoltura europea, Einaudi, Torino 1981.
A.K. Vlora, Il tendone, Cressati, Bari 1957.





Caro Assessore Santamaria,
mi ha fatto piacere rileggere su questo sito il mio lavoro (giovanile!) sul paesaggio agrario di Mola riproposto in due parti. Potrebbe essere ubna buona base di partenza per una rivisitazione dei processi della nostra agricoltura negli ultini decenni propprio partendo dall’analisi del paesaggio, a dir la verità, molto peggiorato perchè la nostra agricoltura si è impoverita. Perciò, ho pensato di rivedere e proporre su supporto informatico la relazione sull’INDAGINE da me fatta nel 1981 e presentata alla Prima (e ulltima!) conferenza sull’Agricoltura Molese organizzata da PCI e conclusa dall’indimenticabile Giovanni Papapietro.
Un caro saluto
Vitangelo Magnifico
Caro Vitangelo,
mi piacerebbe organizzare una conferenza cittadina sull’agricoltura. Sei disponibile? Potremmo cercare di catalizzare le attenzioni sull’agricoltura molese e gli agricoltori. Chi altro potremmo invitare? Chi ha da offrire il suo tempo, le sue conoscenze e il suo ingegno per il bene comune?