SNIFFO!

2009-07-13 SNIFFOMal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

SNIFFO!
di Antonio Campanile

Dulce est desipere in loco
(È dolce fare qualche follia,
quando tempo e luogo lo consentono)
Orazio

Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.
Marcel Proust
Alla ricerca del tempo perduto
Dalla parte di Swann

Doveva succedere prima o poi.
La debolezza del pensiero, il suo indugiare nei recessi più segreti, alla ricerca di effimeri momenti di felicità, fa sì che la linea retta del nostro cammino subisca talvolta delle curvature, che ci consentono di evitare, per un po’, l’orripilante vista del punto di fuga, posto lì, davanti a noi, all’infinito, come un punto nero, dove convergono in un mistero le molteplici vite parallele che ci accompagnano nel cieco vagare per le strade della vita.
Scendo per le scale di casa, come sempre, per uscire dal guscio del privato e immergermi nella pubblica aia, dove poter pigolare e ripetere meccanicamente i gesti quotidiani della spesa, quando un pensiero debole, sepolto da anni, fa capolino, facendomi fare una deviazione sinuosa all’ultima rampa, lasciando così la retta dell’uscita e curvando a destra, verso la discesa. Scendo in cantina.
Mi muovo con fare furtivo, con quel senso di colpa che viene a una persona adulta quando sta cedendo alla tentazione di riesumare un gesto un po’ folle fatto tanti anni prima, nel pieno dell’adolescenza, quando ci si sente nell’onnipotenza del fare.
Mi avvicino a quell’angolo buio e nascosto, all’ombra, sposto un asse di legno e vedo lei, l’oggetto dei miei aneliti: la polvere bianca, la neve.
Mi avvicino, chiudo gli occhi, tiro fuori tutta l’aria possibile e, infine inspiro profondamente con il naso.
L’aria, intrisa di particelle attive, muta di colpo il mio umore. Un’energia subitanea comincia a scorrere per le vene, il palpito muta in un tam tam sulle tempie e i miei occhi chiusi diventano uno schermo ad alta risoluzione, pronti a veder fluire veloci tutti gli effetti speciali di cui la mia immaginazione è capace.
Il pensiero indebolito acquista di colpo vigore ed inizia a correre fugace all’indietro, a quegli anni post sessantotteschi in cui l’eskimo verde era un segno di appartenenza. Io ne avevo uno bianco, in realtà, della Nick Carter, ultima taglia di un modello per bambini che miracolosamente mi si adattava. Ma andava bene lo stesso.
Avevo un modo tutto mio, a quel tempo, di affrontare i momenti no, dai turbamenti dei primi amori alle incomprensioni con il mondo dei grandi, due scarpe di ferro con dentro enormi piedi di argilla.
Mi isolavo in un luogo segreto: la cantina di mia nonna. Lei mi lasciava sempre fare. La sua casa con la porta che non conosceva mandata, fu il teatro di quelle strane rappresentazioni, monologhi del mio essere stralunato.
Quando le cose non mi giravano andavo laggiù, in quell’ex-frantoio, enorme, buio e sotterraneo, dove l’umidità mi entrava immediatamente fino al midollo.
Ero solito sedermi vicino alle botti. Chiudevo gli occhi e sniffavo.
Il tempo e lo spazio andavano oltre la quarta dimensione, in uno stato di sospensione che mi piaceva enormemente, perchè era come un plasma nel quale tutta la congerie di immagini, suoni, sogni, emozioni, confluivano con un flusso ora calmo, ora impetuoso e furibondo, con illuminazioni e strepiti che facevano solo del bene alla monotonia monodimensionale dei fatti di fuori.
Anche in questi momenti mi sta capitando di rivivere quelle sensazioni, che sembravano definitivamente sepolte nei sedimenti della memoria che occulta le cose particolari, di cui magari si prova una vergogna nascosta, inconfessabile.
Non ho mai voluto ammettere che mi piaceva da morire quella fragranza speciale che ora emana da questa polvere bianca, che da un po’ di tempo si è formata sul muro della mia cantina: richiama il forte odore di umido e di muffa di quella di mia nonna che adoravo e che era scomparso credevo per sempre, prima che i trent’anni e passa dello scantinato della mia attuale abitazione cominciassero a creare un effluvio simile.
Me ne sono accorto per caso giorni fa, quando, andando a prendere del vino, il mio naso ha riconosciuto quell’odore antico, portandomi dritto verso la polvere bianca che lo ha generato. Certo da mia nonna le pareti erano buie e verdastre, evidente evoluzione di più di un secolo di umidità, ma la mia cantina è sulla buona strada.
Ed ora l’aver voluto rivivere quegli stati di trance della fantasia mi ha fatto bene.
Apro gli occhi con un’energia nuova. Risalgo per le scale e riprendo la retta verso l’uscita. Ho con me un nuovo pensiero, non so se debole: il ricordo dell’aroma di quella soffice neve, una madeleine del mio olfatto, che mi accompagnerà durante il rito della spesa.
Un aroma della nostalgia, che avrà per me nei miei prossimi giorni, ormai lo so, un effetto più forte della droga.

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