VITE RANDAGIE
Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume
VITE RANDAGIE
(seconda parte) di Antonio Campanile
Correre. C’è qualcosa di più bello nella vita? I bambini non amano forse trotterellare in continuazione per esternare la loro felicità?
Tua mamma fu accolta, finalmente, in una villa all’imbocco della stradina. E noi prendemmo te.
Con un intuito felice, mio fratello Roberto ti diede il nome giusto: Asia.
In villa avevamo già altre due cagne, Shiba e Molly, anch’esse accolte dalla strada, come nei casi precedenti. Tu sei stata la settima della serie. E tutte femmine.
Devi sapere che noi non abbiamo mai voluto tenervi di proposito. Lo abbiamo fatto solo perché il vostro destino sarebbe stato segnato. Molte di voi sono state sicuramente maltrattate e abbandonate: lo si vedeva dai vostri comportamenti circospetti ed impauriti. Voi siete il miglior amico dell’uomo ma l’uomo è di certo il vostro peggior nemico. Quanti sono i casi di abbandono, di addestramenti crudeli, di sevizie, fatti ai cani? Non si contano…
Quando ti facesti grande ricordavi tuo padre: di lui avevi l’aspetto superbo e la mansuetudine, due caratteri che raramente si combinano.
Diventasti subito la capobanda della triade. Shiba e Molly ti seguivano per tutti i mille metri quadri del terreno recintato. Poi, ci fu la svolta.
Come attratta da un qualcosa che era più forte di te, sentisti il desiderio di evadere. Con le tue forti zampe cominciasti a scavalcare l’alto recinto della villa, portandoti dietro le altre due. Eri come un alpinista che apre nuove vie, permettendo agli altri di arrivare dove da soli non avrebbero mai potuto.
Cominciasti a “visitare” le ville limitrofe e cominciarono i problemi con il vicinato. Si lamentavano di piante calpestate, con i relativi danni alle colture. Noi cercavamo da un lato di mediare, dall’altro di sgridarti per indurti a più miti consigli. Invano.
Cercammo allora di creare una gabbia in cui metterti. Era abbastanza grande da non farti sentire in prigione. Ma non ci fu verso. Riuscisti in poco tempo a creare un tunnel ed ad uscirne.
Fummo costretti allora ad usare la catena per legarti. Il primo tentativo fallì perché rompesti subito un anello. E la combinasti grossa. Evadesti e andasti alla caccia dei gatti della villa di fronte. Era inverno ed aveva piovuto. Riempisti di fango tutto il pavimento e anche le bianche pareti. Ci portasti al limite del litigio con i proprietari.
Fu allora che trovammo la catena giusta per te.
Ti abituasti abbastanza presto a quella cattività. Quando arrivavamo per portarti da mangiare facevi festa. Quasi sempre ti slegavamo. Allora andavi subito verso il cancelletto e, piagnucolando, ci imploravi di uscire. Era quello il tuo chiodo fisso, Asia: conquistare il mondo.
Gli anni passarono. Una notte, successe un fatto che ti segnò per tutta la vita. Non ne sono sicuro, ma ho forti sospetti che le cose andarono così. Tu stavi sognando. C’era un prato verde davanti a te, con le farfalle che svolazzavano tra i fiori. D’un tratto vedesti lui. Era bello, alto e slanciato. Era uno spinone. Lo pensasti, ne sono certo: doveva sicuramente assomigliare al tuo papà, che non hai mai visto. Lo vedesti schizzare via. Ti lanciasti all’inseguimento con un balzo. Sentisti allora un forte strappo all’altezza del collo…
Ti trovammo il mattino dopo che non ti reggevi in piedi. Il veterinario disse che avevi dei problemi alla colonna vertebrale, ma che non era il caso di intervenire.
I primi tempi furono penosi. Ti trascinavi letteralmente la parte posteriore del corpo. La cosa strana è che il tuo umore era sempre lo stesso. Eri la socialità in persona – mi verrebbe da dire.
Poi la situazione andò migliorando, al punto che cominciasti a deambulare con le quattro zampe, anche se con qualche difficoltà. Fu allora che cominciasti di nuovo a chiederci di uscire, avvicinandoti al cancelletto. E noi te la concedevamo volentieri la tua passeggiata fuori porta.
Stavi diventando vecchia. E sola. Le tue compagne di un tempo erano ormai andate da un pezzo.
Un giorno, passando da te per il solito rito quotidiano della pappa non ti vidi.
Temendo il peggio perlustrai per bene tutto il campo, senza trovarti. Cominciai allora a chiamarti. Insistei alzando la voce. D’un tratto sentii un guaito. Proveniva dalla villa di fianco.
Eri lì, in mezzo al terreno, incapace di muoverti. Stavolta ti eri conciata male.
Venni a prenderti di peso e ti riportai a casa.
Riuscisti a sopravvivere solo qualche giorno. Nei primi riuscivi ancora a mangiare. Alla fine facesti quello che fanno tutti i cani quando è giunta la loro ora. Ti appartasti in un angolo tranquillo, ti adagiasti di lato e aspettasti in silenzio la fine. La mia carezza negli ultimi momenti la sentisti appena.
Ti ho guardata incredulo. Eri lì, immobile, quando solo qualche giorno prima, raccogliendo le tue ultime forze residue, eri riuscita a fare il gesto estremo, per quello che era il tuo desiderio di sempre: fuggire via, lontano.
È stato in quei frangenti che ho capito che abbiamo fatto male a tenerti rinchiusa.
Le vite randagie non sono una condizione oggettiva. C’è una bella differenza tra l’essere soli ed il sentirsi soli. Tu ti sentivi sola anche se eri in una comoda villa recintata. Tu volevi correre via, per la tua vita, fatta di incontri e di avventure. Come i tuoi splendidi genitori.
Anche se non c’entra nulla, ti voglio confidare una cosa. Tra me e te il vero randagio sono io: ho sempre vagato senza meta pur standomene tranquillamente seduto in poltrona. Forse mi è mancato il coraggio di fare il salto giusto, anche a rischio di farmi male.
Ecco perché adesso voglio pensare solo a te, ed ai prati che potrai percorrere quando vuoi, in piena libertà.
Corri, Asia, corri.



