ECO-MUSIC

Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume

ECO-MUSIC
di Antonio Campanile

Esco di scuola assieme allo sciame dei miei alunni. Anche se è un corso serale, il senso di felicità che emana da questo flusso umano non è diverso da quello degli scolari delle elementari.
Sono le 20 e 40. Dopo i fugaci saluti entro in macchina. Il braccio si allunga subito, come un riflesso condizionato, a premere il pulsante.  La melodia emerge lentamente, quasi scaturisse dagli abissi dell’anima. È l’ottava sinfonia di Schubert, l’Incompiuta. Come la mia vita.
Da quando ho acquistato questa macchina mi sono ritrovato per la prima volta con lo stereo – di serie – senza desiderarlo. Sulle prime la cosa mi ha infastidito, abituato com’ero ad immergermi nel silenzio e nei miei pensieri. Poi, ho approfittato della novità per cominciare ad ascoltare seriamente e di continuo la musica.
È un caso che stia sentendo musica classica. Essa fa parte di me, dopo i tanti anni di ascolto casalingo. Ora preferisco tuffarmi in quella contemporanea.
La macchina permette un grosso privilegio: puoi ascoltare lo stereo al volume che desideri, senza dar fastidio a nessuno – sempre che si tengano i finestrini abbassati, s’intende.
A me è capitata un’altra cosa singolare. Da quando ascolto musica la mia andatura è calata considerevolmente. Una volta tiravo come un dannato, per arrivare a casa il prima possibile. Ora, pur di concludere l’ascolto di un cd, sono capace di andare alla velocità di un bradipo…

Il primo movimento dell’Incompiuta sta entrando nella sua fase più drammatica, in pieno stile romantico. Sono giunto alla prima discesa che da Castellana Grotte va verso Conversano. Metto la marcia in folle. Da un po’ mi sono messo in testa una cosa. Devo migliorare i risparmi di carburante. Negli ultimi giorni mi sono avvicinato al muro dei 20 chilometri al litro ma mi manca un ultimo sforzo. Così ho pensato di sfruttare la forza di gravità in discesa. Cerco anche di evitare brusche accelerazioni.
E poi mi concentro sulla musica. Quante canzoni del passato o del presente, assieme alle loro emozioni, hanno cominciato ad affollare la mia testa! Storie d’amore, in prevalenza, nelle mille variazioni sul tema che la vita impone a questo multiforme sentimento assoluto.
Alcune di queste sono così evocative che durante i pochi minuti in cui le ascolto mi pare di vedere i fatti ed i personaggi materializzarsi  sul parabrezza divenuto di colpo lo schermo della mia immaginazione.
Storie di illusione d’amore, come nelle parole di De Andrè: “Parlavi alla luna giocavi coi fiori / avevi l’età che non porta dolori / e il vento era un mago, la rugiada una dea, / nel bosco incantato di ogni tua idea”.
Oppure storie di amori perduti, come la struggente scena finale della canzone “Agnese”: “Io vado in bicicletta / per sentirmi vivo / alle cinque di mattina / con la nebbia nei polmoni / però non c’è più Agnese / seduta sul manubrio / a cantar canzoni…”.
È bello anche canticchiarle, talvolta anche a squarciagola, con un senso di libertà che ha pochi uguali: tanto chi ti sente?

Sono giunto al bivio per la strada che noi chiamiamo di “Pozzovivo”. Un serpente tortuoso e bellissimo, perché immerso nella campagna, ove posso vedere scorrere le stagioni nel mutare dei vestiti degli alberi e dei prati.

Ora che è cominciato l’andante dell’Incompiuta, posso concentrarmi tutto sull’obiettivo che mi ero prefisso. E penso anche a quanto sono stato stupido, per tanti anni, a voler trasformare questa strada curvilinea in un autodromo teatro di corse senza senso, fatte solo per arrivare qualche minuto prima. Mettevo a rischio me e gli altri, come i tanti fatti di cronaca del sabato sera. Vite di giovani troncate dalla fatua ebbrezza della velocità, che si aggiunge ad altre ebbrezze e paradisi artificiali della mente. Mi viene alla memoria, per contrasto, la bella immagine del traffico in autostrada in Danimarca, quando mi ci trovai in vacanza: andavano tutti alla stessa andatura di crociera, vecchi e giovani, senza alcuna fretta di arrivare.

Giungo nei pressi della serra. Metto di nuovo in folle per l’ultima discesa. Se mi concentro e non ci sono macchine ce la farò ad arrivare a Mola per sola inerzia. Vedo l’obiettivo a portata di mano.
Giunto all’altezza del campo da tennis, il mio “urrà!” si confonde con i ricordi dei tornei da me vinti in passato, dopo memorabili battaglie.
Ce l’ho fatta. Ho battuto il record, e sta terminando anche la sinfonia.
Entro nel paese con un senso di soddisfazione. Mi sono rilassato e ho anche risparmiato benzina. Ah, se tutti arrivassero a fare così!
Sono nei pressi di casa. Apro il garage ed entro. Fine della corsa.
Estraggo il cd per riporlo nella custodia.
D’un tratto mi assale un pensiero. Sarebbe stato lo stesso se invece dell’Incompiuta avessi messo dell’Hard Rock?

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