La scomparsa delle api
Le api stanno morendo in massa, vittime di un mondo sempre più avvelenato. Decine di migliaia di alveari, nell´Italia nord occidentale, si sono svuotati fra la fine marzo e l´inizio aprile. Gli apicoltori attribuiscono la responsabilità ai pesticidi con cui viene trattato il mais prima della semina. Le api sono particolarmente sensibili all´inquinamento, tanto da essere ritenute degli “indicatori biologici”: non sono come le zanzare, che sopportano pressoché tutto.
Si calcola che un terzo dei raccolti sia direttamente legato all´azione impollinatrice delle api. Una frase famosa attribuita ad Albert Einstein recita: “Se le api scomparissero dalla faccia della terra, all´uomo resterebbero solo quattro anni di vita”. Che l’abbia o meno pronunciata il grande scienziato, la sostanza non cambia: un´agricoltura senza api – un mondo senza api – sarebbe impossibile. Non è il ballo soltanto la produzione del miele. Ogni alveare garantisce l´impollinazione su quasi 3.000 ettari. Oltre a moltissime specie vegetali spontanee, un gran numero di colture dipende largamente o esclusivamente dalle api per l´impollinazione: albicocco, mandorlo, ciliegio, fragola, pesco, pero, prugna, zucchina, melone, anguria, kiwi, girasole, colza… Significa che, senza le api, tutti questi raccolti sarebbero scarsi o nulli.
Di cosa muoiono le api? Gli apicoltori attribuiscono direttamente ai pesticidi le morìe di massa e improvvise delle settimane scorse. In concomitanza con la semina del mais, che da qualche anno a questa parte è conciato con pesticidi neurotossici, le arnie si spopolano completamente delle api “bottinatrici”, cioè di quelle che vanno a fare provviste di cibo nei campi. Si salvano le larve e gli adulti più giovano che “lavorano” esclusivamente all´interno dell´alveare.
Però le api muoiono lungo tutto l´arco dell´anno. Il punto di svolta, almeno in Italia, è stato il 2000. Fino ad allora in un anno ne andava perduto il 3-10%, quasi esclusivamente in inverno. Ora ogni anno gli apicoltori devono ricostituire il 40-50% delle colonie, e le morìe sono spalmate durante tutto l´arco dell´anno.
A parte gli episodi, diciamo, acuti – le decine di migliaia di alveari svuotati all´inizio della primavera – le api muoiono soprattutto di varroa, cioè per gli attacchi di un acaro parassita. La varroa però esiste da sempre, e solo da pochi anni le api soccombono così facilmente ai suoi attacchi. Non solo: proprio per far fronte alle morìe, gli apicoltori sono diventati molto attenti e preparati. Prestano alle api cure ed attenzioni costanti, assolutamente impensabili solo pochi anni fa. Ma non serve.
Notizie allarmanti a proposito di morìe di api vengono un po´ da tutto il mondo. Negli Stati Uniti il fenomeno è particolarmente evidente e ha caratteristiche molto peculiari, al momento inspiegabili. Per definirlo, gli studiosi hanno coniato addirittura un nuovo nome: Ccd, Colony collapse disorder. A seconda delle zone, il Ccd ha letteralmente azzerato fra il 30 ed il 90% degli alveari. Si tratta di questo: all´improvviso gli apicoltori trovano le arnie completamente vuote e spopolate. Non si vede una sola ape morta intorno: non si sa dove siano andati a finire gli animali, regina compresa. Le provviste restano intatte: il miele è perfettamente “normale”, tanto che è giudicato anche adatto al consumo umano. E non solo. Le arnie abbandonate dovrebbero immediatamente essere saccheggiate da vari insetti opportunisti. Quelle colpite dal Ccd no: non vengono proprio toccate, come se gli altri esseri viventi le rigettassero per motivi che nessuno ancora è riuscito a capire.
In Italia, e più in generale in Europa, il Ccd pare non sia ancora arrivato. Però le api muoiono lo stesso. Ed è lecito pensare che nello stesso modo, e anzi con un ritmo ancora maggiore, scompaiano altri insetti impollinatori che non vengono accuditi ed allevati dall´uomo, come ad esempio le api selvatiche. Gli studi in proposito sono scarsi, ma si stima che,rispetto al 1980, sia sparito il 52% delle api selvatiche che popolavano la Gran Bretagna, ed il 67% di quelle dei Paesi Bassi.
Fonte: ErmesAmbiente



