A ruota libera – Sesta ed ultima parte –

Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume
A ruota libera  – Sesta ed ultima parte –

Chissà se la realizzazione della pista ciclabile li avrebbe lasciati lì quegli arbusti. E chissà di cosa erano state testimoni quelle piante in tutti quegli anni. Forse niente di speciale, forse solo il perpetuo andirivieni delle autovetture, dei motori, delle bici; eppure, nella lenta trasformazione di quel noioso andirivieni, in quella infinita ripetizione lievemente, ma costantemente, diversa, c’era forse il segreto del cambiamento delle cose, della storia, come nelle foto del film di Harvey Keitel. Nell’evoluzione delle auto, della loro foggia, del tipo di combustione utilizzato, dei motori stessi, della composizione dei fumi scaricati, dei modelli delle biciclette, della potenza dei veicoli, degli abiti dei loro conducenti, dell’asfalto che di volta in volta copriva le radici degli stessi arbusti, dell’aspetto dei campi di fronte ad essi c’era l’impronta del moto perpetuo della vita degli esseri umani, della loro operosità, della loro irrequietezza, del fatto che essere vivi, essere in vita, essere nel gioco della vita, è essere in movimento, è trasformazione. Ma, d’altro canto, Mino si rendeva conto con sgomento che il gioco della morte, anch’esso, sì – che strano, era così – e il gioco del dolore e quello della gioia, non erano che trasformazione, cambiamento, evoluzione. Lo era anche il gioco della malattia! Da uno stato all’altro, elementi chimici che si associano e si disfano, in perpetuo movimento, seguendo le leggi della vita, della morte, della malattia, e chissà di cos’altro.
Mino cominciò ad accelerare, preso dal piglio veloce del treno dei pensieri sul cambiamento. Passava allora di fronte alla stradina che porta alla spiaggia dei Cannoni. Riflessioni del genere non erano all’ordine del giorno. Era curioso: forse quell’insolito pedalare accanto alle sezioni di cespuglio era la causa del colore esistenziale delle sue riflessioni. Anzi, forse, l’inaspettata rivelazione di quello che fino ad allora era rimasto nascosto dell’intimità delle siepi poteva trasformare lui, sì lui!, in testimone, in depositario di un qualche segreto che le piante avevano da confidargli. Continuò a pedalare, e a prendere velocità, e ad accelerare il respiro e nel giro di qualche minuto si ritrovò in corrispondenza della carcassa ossidata della IOM. Ma, mentre procedeva rapido, l’occhio di Mino non si staccò dalle siepi dimezzate. Si accorse che tra esse vi era un’infinità di altre piante, le cui propaggini erano rimaste intrecciate tra loro e avvinghiate ai tronchetti di quei cespugli sezionati. Erano rampicanti in primis: edera, bignonia, buganvillea, hibiscus, passiflora –  con gli ovali frutti arancioni appesi qua e là – , edera variegata, vite americana; il gelsomino odoroso che di tanto in tanto richiamava l’attenzione con degli sbuffi di profumo dolci e fragranti; campanelle rampicanti con le allegre infiorescenze pendenti viola e bianche. Vi erano altre piante da siepe, sbucate verso i bordi della strada dai confini dei giardini di alcune ville: l’evonimus, il lauroceraso, il callistemon, e rovi di more, costellati di frutti rinsecchiti, attorcigliati al guardrail, che costituiva l’unico elemento di continuità orizzontale del panorama, eccettuata la linea dell’orizzonte che suddivideva il mare dal cielo e la strada. Mino aumentò ancora l’andatura, in una sorta di ebbrezza che lo rendeva avido di immagazzinare quante più immagini fosse possibile di quello svelamento. Il contorno delle pale dei numerosi fichi d’india era evidenziato dalle file di frutti attaccati alle loro sommità, che costituivano uno sfondo di un verde-grigio tendente al celestino rispetto alle siepi. Alberi di fichi, fitti fitti di rami carichi di foglie appena giallastre si alternavano a giovani tronchi ulivo e a rami di pino e di banano sconfinati sulla strada dalle intercapedini create dal disegno di mattoni bianchi del muretto di qualche villa. Di tanto in tanto comparivano delle agavi guardinghe, verdi e con i bordi gialli, qualche palmizio e folti gruppi di canne con i loro pennacchi beige. Una fila di ailanti interrompeva le siepi per una ventina di metri da un lato e dall’altro della strada, poco prima dell’abitato di Cozze.
Contemporaneamente, in basso, nelle fasce marroni di terra, intrappolata e nascosta tra i tronchi delle siepi, era custodita una continua, interminabile, sterminata, successione di scarti, residui, rifiuti che, assieme alle piante sotto le quali si trovavano, riprendevano e ampliavano quella composizione degli opposti, quell’ossimoro di cose e di situazioni che Mino aveva notato nei pressi del cimitero. Erano tanti, tanti i rifiuti. Sembrava la cartina di tornasole del modo di vivere di quel tempo, del suo modo di vivere, della sua socialità, o quanto meno di quella dei luoghi che quella strada attraversava: c’era davvero di tutto. Ci si poteva sbizzarrire a raggruppare quegli scarti per tipologie, non mancava nulla. Contenitori di plastica di tutti i tipi: flaconi per detersivi, vaschette per patatine fritte, bottiglie piccole e grandi per l’acqua, barattoli di salviettine rinfrescanti, cilindretti di deodoranti, spazzolini, taniche per prodotti agricoli, scatole di polistirolo per piantine, imballaggi di plastica di tutte le grandezze e buste, alcune delle quali sventolanti da qualche ramo a mo’ di bandiera. Brandelli lordi di abbigliamento: una camicia blu scuro, un grembiule da cucina a quadrettini bianchi e rossi, gambaletti e collant di nylon arrotolati, calzini corti e lunghi spaiati, uno scamiciato celeste da signora, calzature, anch’esse spaiate, di tutti i tipi –  ciabatte da mare, mocassini in pelle nera e marrone, pantofole, qualche stivale, di pelle e di gomma, di cui uno alto e marrone, da pesca. Ovviamente, essendo vicina la costa, folta era la rappresentanza dell’attrezzatura da mare: palette, secchielli, formine, raschietti, una borsa mare blu trasparente, un ombrellone dalle stecche storte e spezzate, un tappetino para-scogli, lo scheletro arrugginito di una sedia a sdraio, una borsa frigo arancione spaccata, qualche pezzo di stuoia, flaconi vuoti di creme protettive e abbronzanti. Cospicuo anche le sfasciume dei mezzi di trasporto: camere d’aria, copertoni, una catena di bicicletta, specchietti retrovisori fracassati, arbre magique sbiancati, una marmitta bucherellata dalla ruggine, un sedile squarciato dal quale fuoriusciva della gommapiuma sporca, color giallo scuro. Prodotti per desideri indotti: scatole di sigarette, buste di caramelle formato famiglia, foderi di telefonini, bottigliette di mascara, tubetti vuoti di rossetto, flaconcini di vetro di smalto per unghie. Una categoria alla quale non aveva mai pensato era quella di “origine” culturale: un paio di libri ingialliti, macchiati e spaginati, fogli di giornale, giornalini di enigmistica, qualche rivista – prevalentemente di gossip –, pezzi di cd. Ciarpame tecnologico: un paio di radioline, un televisore dallo schermo in frantumi, lo scheletro arrugginito di una lavatrice, schede elettroniche ossidate, toner scarichi, cartucce per stampanti, un mouse. E poi un tappeto sminuzzato di schegge, detriti, frammenti più o meno riconoscibili che lasciava intendere che la quantità sarebbe potuta essere maggiore, non fosse intervenuto il tempo a consumare o il caso a trasportare il pattume più antico.
Ma come vi era finita lì tutta quella roba? Gli oggetti più leggeri potevano essere stati trasportati dal vento o erano rimasti intrappolati in qualche modo tra la folta vegetazione; ma le scarpe e il televisore e il copertone, e i secchi di latta e le cassette di legno e gli stivali e l’ombrellone e il sedile e la lavatrice e la marmitta? Mino spostava lo sguardo in basso, in alto, lateralmente, e passava dallo spettacolo impietoso dell’accumulo di scarti, che stentava a considerare come possibile, a quello rassicurante e tonificante dell’intreccio e dell’alternarsi rigoglioso delle piante. Com’è possibile, com’è possibile… come sono finiti lì? Chi ce li ha portati lì? Continuò ad accelerare, accelerare e per qualche attimo chiuse gli occhi per sentire sulla pelle sudata del viso il fresco provocato dall’attrito dell’aria che, nonostante tutto, era carica degli umori della linfa, profusi dalle siepi sezionate.

Lucia Diomede

(questo racconto breve di Lucia Domede è stato pubblicato in sei parti, ogni lunedì, nelle ultime settimane)

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