A ruota libera – Quinta parte -
Mal costume mezzo gaudio
Racconti brevissimi dall’ordinario malcostume
A ruota libera – Quinta parte -
Quella strada gli apparteneva quasi fosse un’appendice della compagine di ricordi, abitudini acquisite, comportamenti appresi e trasmessi, atteggiamenti e valutazioni che si tramandavano in modo inconsapevole, non esplicitato, nell’ambito famigliare e che costituivano la dimora simbolica in cui Mino era cresciuto. Era incredibile cosa riusciva a riaffiorare alla memoria quando con lentezza e tranquillità ci si immergeva nei luoghi e si dialogava con essi. Lentezza e tranquillità. Era proprio questo che intendeva per «relazione con i luoghi».
La catena delle riflessioni procedeva molto più velocemente di quella messa in movimento dai pedali: era arrivato appena a Pundecidde, all’immissione nella ex-statale 16. L’andatura lenta, riflessiva, non gli dispiaceva, anzi, al contrario; la mountain bike era provvista di marce, ma Mino non se ne curava, si comportava come se fosse ancora in sella alla sua vecchia Mannarini senza marce: aveva scelto un rapporto medio, che potesse andar bene in pianura, in salita e in discesa, per rallentare o accelerare soltanto con le sue gambe.
Una volta Pundecidde era uno svincolo pericolosissimo: non c’era un sottopassaggio o un ponte che portasse alla corsia di accelerazione nella propria carreggiata; in pratica, si attraversava l’intera arteria perché non c’era alcuna suddivisione dei sensi di marcia e bisognava cogliere fulmineamente il momento propizio in cui non passassero macchine né nel senso contrario al proprio né in quello proprio. Anche a quei tempi il traffico era massiccio perché la statale 16 era l’unica via di comunicazione che collegasse tutto il versante adriatico pugliese e tutti gli svincoli di immissione, in corrispondenza delle diverse cittadine, erano stati progettati e realizzati nello stesso modo. D’estate, anche più di una volta al giorno, gli era capitato di sentire il suono sinistro della sirena dell’autoambulanza che accorreva a prestare soccorso laddove si erano verificati degli incidenti. Ne era passato di tempo da allora. Con l’avvento della tangenziale a doppia corsia, la «vecchia statale» era diventata una strada secondaria di servizio, che consentiva di raggiungere agevolmente le ville e i terreni agricoli delle contrade di San Giovanni, I Canneun, Lama Palomb, A Cepeddozze e delle altre che si susseguivano in linea d’aria, comprese le terre di Calarena che dal versante occidentale, costeggiavano l’ultimo tratto della gravina di Monsignore, via via fino ai terreni di fronte all’abitato di Cozze. Era un’alternativa alle antichissime strade vicinali che conosceva a menadito e che erano ancora indispensabili per la circolazione degli addetti all’agricoltura. Dal lato del mare, era una comodissima scorciatoia per raggiungere i pènn, che si affacciavano sul mare con i loro muretti a secco e gli estivi filari di pomidoro.
Da quando non era più statale, il traffico non era diminuito, ma era cambiato qualitativamente: erano comparse a frotte le biciclette, con in sella persone di tutte le età: ragazzini che, in comitiva, sull’onda dell’entusiasmo per le prime uscite senza il controllo degli adulti, raggiungevano il mare; signore di mezza età, che approfittando delle belle giornate, coglievano l’occasione per fare un po’ di movimento; giovani donne e uomini alle prese col tenersi in forma; sportivi con tenute ciclistiche ineccepibili che da lì cominciavano il più lungo itinerario dell’allenamento. Non mancavano motori rombanti e sfreccianti e quelli dalla più modesta cilindrata, con cassetta di legno montata artigianalmente in corrispondenza della ruota posteriore. Camion e furgoni e auto erano diminuiti di molto.
Appena Mino si immise sulla ex-statale, fu accolto da una novità: sapeva che era in atto la costruzione di una pista ciclabile ma non aveva idea che quest’ultima sarebbe stata occasione di stupita meraviglia. La necessità di ricavare spazio per la posa in opera delle linee elettriche e dei muretti di delimitazione aveva reso indispensabile potare drasticamente le fittissime siepi, anche qui prevalentemente di pitosforo e oleandro, ai due lati della strada, la cui crescita era ormai fuori controllo. Ma la potatura era bizzarra, stravagante quasi: non era il solito sfoltimento diffuso e distribuito su tutto il volume del cespuglio. Il verde lussureggiante più scuro e brillante dei cespugli di oleandro, più chiaro e lucido del pitosforo, era stato più che dimezzato verticalmente, denudando, in basso, le ceppaie degli arbusti. Nelle sezioni degli oleandri si potevano distinguere, tra i tronchetti dall’incarnato beige rugoso e chiarissimo, i rami più giovani, più elastici e sottili, tendenti al verde mentre da quelli più anziani, che erano più grigi e spessi. Gli ricordavano le gambe esili e ceree di suo padre, ormai anziano, che per la scarsa deambulazione negli ultimi anni erano dimagrite moltissimo. Il pitosforo invece scopriva dei rami marrone scuro, legnosi, meno lineari, più tortuosi e intricati, le cui nodosità erano simili alle mani vecchie, raggrinzite e scure di suo padre. Accelerò sensibilmente e alzò lo sguardo: lo stesso tipo di potatura era stato fatto su tutti gli arbusti che si affacciavano sulla strada. In alto, restava una cresta, piatta sul davanti, e tondeggiante sul retro. Dal lato della costa, negli ormai larghi interstizi tra le foglie e i rami, e al di sopra di questi ultimi, si intravedeva l’azzurro calmo del mare, che l’aria sciroccale, in quel primo pomeriggio di Ottobre scolorava verso sfumature celeste pallido. Il fatto che ambedue i tipi di pianta gli avessero ricordato gli arti senescenti di suo padre la diceva lunga sull’attaccamento di Mino a quel percorso, ma gli suggeriva anche che quelle piante erano lì davvero da tanti, tanti anni.
- Continua –
Lucia Diomede




